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GARIBALDI VIVO

GARIBALDI VIVO

di Aldo A. Mola

Giuseppe Garibaldi (Nizza Marittima, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882) evoca il mare, nel quale si riconobbe dalla fanciullezza alla morte.

Aldo A. MolaLa sua vita si sviluppò come una sinfonia in quattro tempi. Il primo abbracciò i suoi primi 53 anni. Ora flutto appena percettibile, ora onda impetuosa, esso fu scandito in diversi “movimenti”, dai viaggi nel Mediterraneo orientale alla scoperta della “questione italiana”, dalla cospirazione patriottica nel 1834 al forzato esilio dal Mar Nero all’America meridionale, teatro di battaglie sino alla vittoria di Sant’Antonio del Salto a capo della legione italiana (1846) allestita a Montevideo in difesa della Repubblica dell’Uruguay contro il reazionario Manuel Oribe. Il secondo movimento di quel primo tempo è tutto dedicato a fare dell’“Italia” uno Stato indipendente, unito e libero: la prima guerra per l’indipendenza, la proclamazione della Repubblica romana, la marcia verso Venezia, la “trafila” dal Capanno al Tirreno, il secondo esilio, il grande ritorno da vicepresidente della Società Nazionale con l’insegna “Italia e Vittorio Emanuele”, la divisa di generale del regio esercito alla testa dei Cacciatori delle Alpi e l’impresa dei Mille che calamitò l’attenzione mondiale.

Partenza da Quarto.jpg
La partenza dei Mille da Quarto 5 maggio 1860

Poco prima della sua vittoriosa conclusione Garibaldi aprì il secondo tempo della sua vita inimitabile con l’intuizione della nuova frontiera: l’unità europea, proposta dopo la brillante vittoria del Volturno sulle truppe borboniche (vi mostrò qualità di generale) e prima dell’incontro di Vairano Catena ove salutò Vittorio Emanuele “re d’Italia”. La questione nazionale andava risolta con la transizione dell’Europa dal concerto di potenze, che aggiornava e perpetuava i cardini del congresso di Vienna, all’unione fraterna dei popoli. Nel Memorandum dell’ottobre 1860 scrisse: “Supponiamo che l’Europa formasse un solo stato. Chi mai penserebbe di disturbarlo in casa sua? Chi mai si avviserebbe di turbare il riposo di questa sovrana del mondo?”. Era la via per conciliare pace, progresso scientifico, lavoro. Anche quel secondo tempo contò diversi “movimenti”: la spedizione “Roma o morte” dell’estate 1862, il viaggio del 1864 in Gran Bretagna, ove fu accolto da entusiastica manifestazione popolare, l’epopea dei volontari al suo seguito nella guerra del 1866 che lo vide avanzare verso Trento, la campagna nell’Agro romano chiusa tragicamente a Mentana nel novembre 1867, l’intervento nei Vosgi in difesa della neonata Repubblica francese, l’elezione alla Camera adunata a Bordeaux, che lo rifiutò.

Vinta l’amarezza a fronte dell’ingratitudine della “sorella latina”, Garibaldi aprì il terzo tempo della “grande opera” con la proposta di Unità mondiale, amalgama delle molte unità storicamente definite: la germanica, la slava, la scandinava, la musulmana e la latina, altra cosa da quella cristiana, impoverita dal papato e dalle rivendicazioni temporalistiche di Pio IX anche dopo Porta Pia. L’unione politica mondiale non poteva scaturire da quella delle religioni, tutte succube delle diverse “chiese”, ma dall’avvento di una lingua universale e dall’insegnamento della scienza contro le mistificazioni. Il 6 settembre 1870, quattro giorni dopo il crollo di Napoleone III a Sedan e mentre il governo organizzava l’espugnazione di Roma, Garibaldi propose l’istituzione di un areopago nella sua Nizza per proclamare la pace universale (sulla scia del congresso di Ginevra del 1867) e varare la soluzione pattizia delle controversie interstatuali. Vi tornò ripetutamente negli anni seguenti.

Il quarto tempo della sinfonia di Garibaldi fu il suo magistero civile. In una lettera del 14 novembre 1871 a Giorgio Pallavicino respinse i precetti: “Guerra al Capitale; la proprietà è un furto; l’eredità è un altro furto e via dicendo”. Adulare il popolo con messaggi ingannevoli avrebbe fatto dell’Italia “un bordello”. Per lui Caprera era la libertà. Da trent’anni apparteneva all’Internazionale “azzurra”, la massoneria universale. Disapprovò “i scioperi”, rivendicò la “dittatura onesta, solo antidoto a sradicare i cancri di questa società corrotta” e avvertì: “Contro il Papa, io fui coi protestanti, senza essere presbitero, metodista od altro. Contro i Sella i Minghetti e C. io sarò col diavolo per combatterli”.

Rotti i ponti con Mazzini e mazzinerie, fece sua la missione del dotto: scrivere “per il popolo”. Romanzi storici, per “ricordare chi aveva lasciato la vita sui campi di battaglia”, “trattenersi colla gioventù italiana” e “campare anche un po’ col suo guadagno”. Lo secondavano i ministri della Pubblica istruzione, come Michele Coppino che fece decretare obbligatoria e gratuita l’istruzione elementare, e Francesco De Sanctis, sempre fedele al suo “Discorso ai giovani” del 1848. La scuola, i maestri e le maestre (Garibaldi ne iniziò alcune in loggia) erano il futuro, come scrisse in Clelia o il governo del monaco, in I Mille e in Manlio, inedito sino al 1982.

Insegnare il vero” fu il motivo conduttore della lunga sinfonia della sua vita, fatta di attenzione per la natura in tutte le sue forme. Mentre guidava i volontari del 1866 raccomandava alla figlia Teresita di innaffiare le zolle degli alberi e abbeverare gli armenti. Su suo impulso nacquero la Società di Tiro a Segno, perché la carabina è garanzia dei popoli iberi, e quella per la protezione degli animali.

Fu molto più che un Generale o un “eroe”. Fu un Poeta, una sequenza di flutti e di tempeste come il Canto: “Si scopron le tombe/ si levano i morti./ I martiri nostri/ son tutti risorti…”: non solo gli italiani del tempo suo ma anche dei secoli andati, come, su suo impulso, affermò Giuseppe Ricciardi nell’Anticoncilio di Napoli il 9 dicembre 1869.

File:Caprera tomba di Giuseppe Garibaldi.jpg - Wikipedia
Isola di Caprera. Tomba di Giuseppe Garibaldi

Garibaldi dettò infine quanto voleva per la sua salma: la pira omerica. Ma Francesco Crispi, il “secondo dei Mille”, ne fece un “cadavere di Stato”, compatibile con il trasformismo di Agostino Depretis. Così il “Solitario”, come Garibaldi amò definirsi, divenne una somma di “monumenti”. Fu messa la sordina al suo mònito: “guarire la gran piaga della miseria”. Ma il suo mare attende il vento, che spira dove vuole (insegna Giovanni Evangelista) e tornerà a gonfiarne le onde.

Aldo A. Mola

Aldo Mola (Cuneo, 1943) ha scritto biografie (Giuseppe Mazzini, Silvio Pellico, Giosuè Carducci, Giovanni Giolitti…), Storia della Massoneria (1976), Storia della monarchia (2002), Italia un Paese speciale (2011). Già docente, preside di liceo e professore a contratto all’Università Statale di Milano, ha pubblicato “Per una scuola che funzioni”. Dal 1980 è Medaglia d’oro per la Scuola.

ALCUNI PENSIERI MASSONICI DI GARIBALDI

Massone sotto la volta celeste

In partenza per l’Italia Garibaldi salutò i fratelli della sua loggia, «Les Amis de la Patrie» di Montevideo (Grande Oriente di Francia all’epoca in rapporti fraterni con la Gran Loggia Unita d’Inghilterra).

AD Adolphe Vaillant

Montevideo, 13 marzo 1848

Mio C.’ . [aro] F.’ . [ratello],

poiché i miei impegni m’impediscono di soddisfare il desiderio di andarmi a congedare di persona dai miei C.’. [ arissimi] F.’. [ratelli] della Loggia, vi prego di voler avere la bontà di presentare voi stesso alloro rispettabile consesso i miei addii, i miei auguri per la loro felicità e la mia speranza di conservarmi, in qualunque parte del mondo io mi trovi, loro devoto F.’. [ratello] e sempre pronto a dedicarmi al sacro rito, al quale ho l’onore di appartenere.

Gradite, C. .. [arissimo ] F … [ratello], i miei sentimenti d’amicizia e di rispetto F … [raterno] e siate certo che io sarò per tutta la vita vostro devoto F. ‘. [ratello]

Gran maestro: «lo scopo cui ho mirato in tutta la mia vita»

Giuseppe Garibaldi al Supremo Consiglio di Palermo

Torino, 30 marzo 1862 E.’.[ra] V.’,[olgare]

Ill.·. ffr.·.

Assumo di gran cuore il supremo ufficio di capo della Mass.·. It.·. costituita secondo il rito scozz.·. rif.·.(ormato) ed accet.·. Lo assumo, perché mi viene conferito dal libero voto di uomini liberi, a cui devo la mia gratitudine non solamente per l’espressione della loro fiducia in me nello avermi elevato a così altissimo posto, quanto per l’appoggio che essi mi diedero, da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle provincie meridionali.

Cotesta nomina a G.’. M.’. è la più solenne interpretazione delle tendenze dell’animo mio, de’ miei voti, dello scopo cui ho mirato in tutta la mia vita. Ed io vi do sicurtà, che mercé vostra e colla cooperazione di tutti i nostri ffr.·., la bandiera d’Italia, ch’è quella dell’umanità, sarà il faro da cui partirà per tutto il mondo la luce del vero progresso.

Che il G.’. A.’. dell’U.·. spanda le sue benedizioni su tutte le LL.’., e che ci guardi sempre con occhio propizio e ci continui le sue grazie il nostro divino protettore S. Giovanni di Scozia.

Abbiatevi il bacio fr.·.

A passo rituale sulla via di Roma

Alla vigilia d’intraprendere l’impresa di Roma, nel luglio 1862, Garibaldi volle far iniziare ai «misteri dell’ordine massonico» lo «Stato maggiore» del laicismo italiano,

A.’ G.’ .D,· .G.· .A.· .D.·.U.·.

Valle di Palermo, 3 luglio 5862 E.’ .V.·.

Desidero che le persone qui sotto notate vengano iniziate regolarmente ai misteri dell’Or.’. [dine] M.’ , [assonico] in alcune delle RR.·. [ispettabili] LL.’. [logge] poste sotto a questo O.’. [riente]. E a tal fine cogli altri poteri a me conferiti gli dispenso dalle solite formalità.

Ripari Pietro di Cremona di anni 60

Bruzzesi Giacinto – romano 40

Missori Giuseppe – Milano 33

Nullo Francesco – Bergamo 36

Chiassi Giov. – Mantova 35

Basso Giov. – Nizza 38

Guastalla Enrico – Mantova 33

Nuvolari Giuseppe – Mantova 40

Guerzoni Giuseppe – Brescia 29

Bedeschini Francesco – Venezia 28

Forza Pietro – Venezia 28

Frigyesi Gustavo – Ungheria 30

Il G.’ . [ran] M.’ . [aestro] G.’ . [ran] C.’. [ommendatore] dell’Ord.·. [ine] M.’. [assonico] G. Garibaldi 33.’.

A Ludovico Frapolli

Caprera, 22 gennaio 1864 E. ‘. V. ..

Con i poteri che mi sono conferiti, Io, Gran Maestro, in nome del G.·.[rande] A.·.[rchitetto dell’Universo), ho creato il sig. Bokounin [recte: Bakunin] fratello di 30° [grado del Rito scozzese antico e accettato] e prego il Fratello Frapolli di regolarizzare la sua posizione.

Al Congresso della Pace (Ginevra, settembre 1867)

Il Generale conchiuse il proprio dire con una serie di risoluzioni così concepite:

1° Tutte le nazioni sono sorelle.

2° La guerra tra loro è impossibile.

3° Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudi­cate da un Congresso.

4° I membri del Congresso saranno nominati dalle società democratiche dei popoli.

5° Ciascun popolo avrà diritto al voto al Congresso, qualunque sia il numero dei suoi membri.

6° Il papato, essendo la più nociva delle sette, è dichiarato decaduto.

7° La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga a propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione.

8° Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza.

La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.

Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno, è il solo caso in cui la guerra è permessa.

«L’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia»

Nei mesi precedenti l’ultimo tentativo di risolvere la «questione romana» Garibaldi scrisse:

Al Sup.·. C. ‘. (onsiglio) di Palermo

Firenze, 18 maggio 1867. E.’. V.’.

FF .’. [ratelli],

Come non abbiamo ancora patria perché non abbiamo Roma, così non abbiamo Mass.·. perché divisi. Se la vecchia lupa della diplomazia da una parte, e l’apatia del popolo dall’altra, ci contendono Roma, chi in Massoneria potrà mai contenderci una patria, una Roma morale una Roma Mass.·.?

lo sono di parere che l’unità Mass.·. trarrà a sé l’unità politica d’Italia. È quindi mio vivo desiderio che un’ Assemblea sia convocata, onde ne sorga una Costituente.

Facciasi in Mass.·. quel Fascio Romano che ad onta di tanti sforzi non si è potuto ancora ottenere in politica.

lo reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano.

Essi pongano da parte le passioni prof.(ane) e con la coscienza dell’ alta missione che dalla nobile istituzione Mass.·. gli è affidata, creino l’unità morale della Nazione. Noi non abbiamo ancora l’unità morale; che la Mass. ‘. faccia questa, e quella sarà subito fatta.

FF.·.

Io altro non aggiungo. Voi della sacra e sventurata Terra delle iniziative, farete opera veramente degna dei figli del Vespro, se alle glorie politiche e patriottiche unite l’aureola della rivoluzione morale e mass.·. Uniamoci! e saremo forti per vincere con la virtù il vizio, col bene il male, e la patria e l’umanità ce ne saranno riconoscenti.

Sono con tutta l’anima

Vostro F.·.

Dichiarazione

Firenze, 21 settembre 1867

Io dichiaro di appartenere ad una sola Massoneria umanitaria, rappresentata dal Grande Oriente, eletto nel giugno prossimo passato in Napoli, residente in Firenze, (mentre non abbiamo Roma), che vuole, in vista dello spirito universale della Massoneria, la fratellanza dei popoli e non le autonomie, le quali sono un regresso, massime nelle aspirazioni italiane.

«Un solo fascio di tutte le associazioni»

Sino all’ultimo Garibaldi tornò a insistere sulla necessità di conciliare la massoneria «ai tempi presenti».

Alla R. ‘. L.’. «Roma e Costituente» Roma

Caprera, 15 aprile 1872

Cari F.’.,

vi ricambio di cuore il saluto.

Come ben dite, la mass.·. deve identificarsi ai tempi presenti, e quindi stringere in Italia in un solo fascio tutte le associazioni che tendono al bene. È cotesta una missione degna della più antica e più umanitaria delle società esistenti, la mass.·.

Vostro.

Internazionale Rossa, Internazionale Azzurra…”

Fautore dell’iniziazione massonica femminile, da lui personalmente praticata, Garibaldi contrappose alla Internazionale“rossa”esplosa in Francia nel 1871 con la “Commune” quella “azzurra”. Da Caprera il 14 novembre 1871 scrisse a Giorgio Pallavicino Trivulzio, antico patriota e massone:“Io appartenevo all’Internazionale quando serviva le Repubbliche del Rio Grande e di Montevideo, cioè molto prima di essersi costituita in Europa tale società (…) Io non tolero (sic) all’Internazionale, come non tolero alla monarchia, le loro velleità antropofaghe”, cioè: “Guerra al capitale, la proprietà è un furto, l’eredità un altro furto e via dicendo”. Bisognava impedire che l’Italia divenisse “un bordello rivoluzionario”.

I 20 febbraio 1872 ribadì:”Dichiarare apertamente che sono repubblicano. Disdire che appartengo all’Internazionale. Io credo che conviene lasciar passare questo periodo d’anarchia, che affigge il nostro paese, prima di imprendere qualche cosa di serio; e non avventurarsi come nel ’67 a predicare al deserto”.

Il 13 agosto 1871 a Pallavicino aggiunse:“Io non aprovo i scioperi ma temo finiranno per sconvolgere la società colla quasi impossibilità di resisterne la scossa. Sarà questo il retaggio lasciato ai nostri figli dalle cime archimandrite che sono al timone putrido della cosa pubblica”.

COMUNICATO DELLA REDAZIONE DE L’ipotenusa

COMUNICATO DELLA REDAZIONE

Cari Abbonati e Lettori de L’ipotenusa,

dal prossimo numero 68 cambierà l’impostazione della rivista per quanto riguarda il numero delle uscite annuali.

Il vertiginoso aumento dei costi tipografici verificatosi nel corso del 2021, aumento che purtroppo sembra protrarsi anche per l’anno in corso – per fare un esempio il prezzo della carta ha avuto negli ultimi dodici mesi un incremento di oltre il settanta per cento – ci impone infatti una riorganizzazione nella stampa del nostro periodico.

L’alternativa più semplice sarebbe stata un aumento del prezzo degli abbonamenti, fermi peraltro da oltre 10 anni, ma si è ritenuto che in questo particolare momento di crisi per tutti fosse opportuno dare un segnale, volto a dimostrare che alle volte è possibile trovare vie diverse dal generalizzato sistema di appellarsi sempre e comunque alla borsa dei propri fruitori, o clienti, o amministrati. Ci rendiamo perfettamente conto che 5 o 10 euro in più all’anno non avrebbero cambiato la vita di nessuno, ma, ribadiamo, è un principio che si vuole affermare, e cioè che la richiesta di un nuovo sacrificio, seppur piccolo, deve esser davvero l’ultima opzione possibile, soprattutto quando i problemi e le difficoltà ci assediano da ogni lato.

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La Redazione a sette palle

Per questo motivo dal prossimo numero 68 la periodicità de L’ipotenusa diventerà quadrimestrale, con un totale quindi di tre numeri annui. I contenuti complessivi non saranno però modificati in quanto ogni uscita avrà un notevole numero di pagine e di articoli in più, comprendendo inoltre alcune novità redazionali.

Il maggior lasso di tempo tra un’uscita e l’altra ci permetterà anche di curare maggiormente alcuni aspetti, quali l’approfondimento su determinati temi da effettuarsi di volta in volta e il reperimento di contributi e collaborazioni di livello sempre altissimo, pur mantenendo la nostra impostazione tradizionale di rivista fatta dai lettori per i lettori, con profonda attenzione ai livelli comunicativi.

Non siamo certi per quanto tempo – dovesse ulteriormente proseguire l’attuale trend inflazionistico – saremo in grado di mantenere questa politica di contenimento tariffario, ma per ora ci proviamo, certi che i nostri carissimi Lettori e Abbonati, i quali costituiscono non solo la linfa vitale de L’Ipotenusa, ma il motivo stesso per cui questa Redazione continua ad operare con passione, sapranno ben comprenderci e continueranno a fornirci il loro sostegno ed il loro incitamento.

Con i migliori auguri a tutti per un 2022 ricco di serenità e di luce.

La Redazione de L’Ipotenusa

Il 7 Gennaio la Festa del Tricolore

  Il 7 Gennaio la Festa del Tricolore

Il 7 gennaio ricorre il 225° anniversario della Bandiera italiana, il simbolo piu’ alto della nostra nazione, emblema di unità, identità, coesione, codificato nell’articolo 12 della Costituzione italiana che ne definisce la foggia: “verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”.

STORIA DELLA BANDIERA ITALIANA

La bandiera della Repubblica italiana nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta di rendere “universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori verde, bianco e rosso, e che questi tre colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”.

Dall’epoca napoleonica, al Risorgimento, all’Unità d’Italia fino ad arrivare alla nascita della Repubblica, i tre colori sono stati emblema di libertà giunto ai nostri giorni con il riconoscimento ufficiale nel decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 che stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della nostra Carta Costituzionale.

La bandiera della Repubblica Cispadana era a bande orizzontali con il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso. Al centro era anche presente l’emblema della repubblica, mentre ai lati erano riportate le lettere “R” e “C”, iniziali delle due parole che formano il nome della “Repubblica Cispadana”[1]. Le repubbliche Cispadana e Transpadana si fusero qualche mese dopo dando vita alla Repubblica Cisalpina, il cui Gran Consiglio, l’11 maggio 1798, adottò come bandiera un tricolore a bande verticali senza stemmi, emblemi o lettere.

In seguito la bandiera verde, bianca e rossa è stata adottata da altri due Stati napoleonici, la Repubblica Italiana e il successivo Regno d’Italia. Terminata l’epoca napoleonica, il Tricolore si diffuse come uno dei simboli della lotta risorgimentale. Venne infatti adottato dalla Cittadella di Alessandria durante i moti del 1820-1821 e dalla Repubblica Romana nel 1849.

Nel 1860 il Tricolore italiano venne scelto come bandiera nazionale dal Regno delle Due Sicilie, mentre il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, la bandiera verde, bianca e rossa diventò il vessillo nazionale dell’Italia unita, sebbene non ufficialmente riconosciuta da una legge specifica.

Il riconoscimento si ebbe invece il 12 giugno del 1946 e la decisione fu ratificata il 24 marzo 1947 dall’Assemblea Costituente che decretò, nel contempo, l’inserimento, nell’articolo 12 della Costituzione della Repubblica Italiana, del seguente testo-

Il 31 dicembre 1996, con la medesima legge che istituiva la Festa del Tricolore, venne costituito un Comitato nazionale di venti membri che aveva l’obiettivo di organizzare la prima commemorazione solenne della nascita della bandiera italiana. Il Comitato era composto da personalità istituzionali, tra cui i presidenti delle camere, e da membri provenienti dalla società civile, particolarmente dall’ambito storico e culturale.

Per quanto riguarda il cerimoniale, nel giorno della Festa del Tricolore, presso il Palazzo del Quirinale a Roma, viene eseguito il cambio della Guardia d’onore in forma solenne con lo schieramento e la sfilata del Reggimento Corazzieri in uniforme di gala e della Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a cavallo. Questo rito solenne viene svolto solamente in altre due occasioni, durante le celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre).

Immagine descritta in didascalia
In occasione delle celebrazioni della Festa della Repubblica si svolge sulla Piazza del Quirinale il tradizionale Cambio solenne della Guardia d’Onore da parte del Reggimento Corazzieri a cavallo con la Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a cavallo.

A Reggio Emilia, in piazza Prampolini, la Festa del Tricolore viene celebrata con la visita di una delle più alte cariche della Repubblica Italiana che assiste all’alzabandiera sulle note de Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro e che rende gli onori militari a una riproduzione della bandiera della Repubblica Cispadana. Subito dopo un militare della Brigata paracadutisti “Folgore” che porta un Tricolore nelle mani plana in piazza Prampolini. Alla celebrazione officiata dalle massime cariche dello Stato seguono poi varie iniziative culturali che coinvolgono anche le scuole di Reggio Emilia.

Un militare della Brigata paracadutisti “Folgore” –che porta un Tricolore nelle mani- plana in piazza Prampolini, a Reggio Emilia.

Come in altre date solenni, nel giorno della Festa del Tricolore la bandiera italiana deve essere esposta in tutti gli uffici pubblici e istituzionali.

(dal Sito web del GOI – 5/1/2022)

Rimini – Palacongressi – La presenza della Rivista L’ipotenusa alla Gran Loggia del GOI 2021

Rimini – Palacongressi – La presenza della Rivista L’ipotenusa alla Gran Loggia del GOI 2021

Rimini, Palacongressi. Il Tempio della Gran Loggia (Courtesy photo by Roberto Pettiti)
Rimini, Palacongressi. Gran Loggia 2021. Il Consigliere del CDI al desk de L’ipotenusa. (Courtesy photo by Paolo Accusani, Consigliere dell’Ordine-GOI)
Rimini, Gran Loggia 2021. Il desk de L’ipotenusa visitato da molti partecipanti. Presidiano la postazione Bruno Abate Daga (con mascherina abbassata) e a sin. Gianni Gamba. (Courtesy photo by Massimiliano Puca, Direttore responsabile della Rivista)

Rimini – Gran Loggia 2021 – Il Grande Ufficiale del GOI Giovanni Marella al desk de L’ipotenusa, presidiato da Gianni Gamba. (Courtesy Photo by Giovanni Marella) 

Lo stand de L’ipotenusa è stato visitato da moltissime persone, interessate alle attività culturali ed editoriali. Felicitazioni e positivi commenti sono stati manifestati da parte di abbonati vecchi e nuovi, anche per i selezionati contenuti e per la alta qualità dell’edizione che si è rinnovata nell’estetica e nell’impaginazione cartacea curata dal  Dr. Marco Civra, Direttore della apprezzata Casa editrice Marcovalerio.

La Rivista, che si pubblica ininterrottamente dal 1959, si pregia di essere organo ufficiale del Collegio Circoscrizionale dei MMVV del Piemonte e Valle d’Aosta. La crescita di estimatori consentirà di tenere elevata la linea editoriale e dare un prodotto culturale adeguato alle aspettative della comunità del Grande Oriente d’Italia.

Il Presidente del CDI – Centro di Documentazione Ipotenusa e Direttore scientifico della Rivista.

Dario Seglie

 

XX Settembre. Roma: Visite guidate al Vascello con il Fai

XX Settembre 2021.
Visite guidate al Vascello con il Fai

Nell’ampio programma messo in cantiere dal Grande Oriente d’Italia per le tradizionali celebrazioni dell’Equinozio d’autunno e del XX Settembre, sono previste anche visite guidate al Vascello, storica sede del GOI, organizzate dal Fondo per l’Ambiente Italiano  e riservate ai fratelli, alle loro famiglie e agli amici. I cancelli della Villa, scrigno di bellezza e di storia, saranno aperti nei giorni di sabato 18 settembre dalle ore 10.00 alle ore 18.00 e domenica 19 settembre dalle ore 10.00 alle ore 12.00.

L’area della Villa Il Vascello è compresa, fin dal ‘600, tra l’attuale via delle Fornaci ed un tratto della via Aurelia Antica fino alla Porta S. Pancrazio, sul colle Gianicolo: territorio di grande importanza strategica fin dall’antichità, con grande ricchezza di acque sorgive e con l’Aqua Traiana, fatta costruire dall’imperatore Traiano intorno al 109 d.C. Tra il 1655 e il 1663 l’abate Elpidio Benedetti costruisce la sua dimora subito fuori Porta S. Pancrazio, su progetto e direzione dell’architettrice Plautilla Bricci: un complesso straordinario mantenuto fino a metà Ottocento.

Nel 1849 durante la difesa della Repubblica Romana fu scenario dei combattimenti tra le truppe francesi ed i garibaldini che proprio qui trovano un tragico epilogo: nell’ ultimo baluardo dei difensori prima delle mura della città, hanno trovato la morte Colomba Antonietti, unica donna presente tra i busti della Passeggiata del Gianicolo, e Goffredo Mameli.
Durante i combattimenti l’edificio subì danni così pesanti tanto da essere in gran parte demolito.
Nel marzo del 1877 il generale Giacomo Medici, il glorioso combattente che aveva partecipato alla difesa della villa nel 1849 e che aveva ricevuto dal re Vittorio Emanuele II il titolo di “Marchese del Vascello”, insieme a suo figlio Luigi Medici, ricostruì l’edificio, dando alla villa l’aspetto attuale. Sul Gianicolo, sul colle “aureo” della cultura internazionale, della sacralità e della memoria, si erge questa splendida dimora all’interno di un enorme parco, con particolari piantumazioni.
Il Grande Oriente d’Italia acquista la Villa Il Vascello nel 1980 che ne diventa la sede nazionale: al piano terra, affacciato sul giardino, si apre una grande biblioteca, che reca sul soffitto gli emblemi massonici in campo azzurro con migliaia di libri, di fondi, di carte di archivio. La nuova dimora trova una cornice ideale nel parco che la circonda, che viene restaurato, recuperando l’assetto paesistico ottocentesco, mettendo insieme alberi tipici della flora mediterranea con palme, piante esotiche e bacini d’acqua, con nuovi arredi.
Una splendida veduta dalla terrazza della villa mette in risalto la sua forte valenza botanica, naturalistica e storica.

Ingresso in Via di San Pancrazio, 8, Roma.

(dal sito web del GOI)

QUANDO IL RE CONSACRO’ L’ALTARE DELLA PATRIA – 4 novembre 1921

Quando il re consacro’ l’altare della Patria

Quel 4 novembre 1921 l’Italia mostrò di poter fare a meno dei fascisti, che però tre settimane dopo si costituirono in Partito e, alla fusione con i nazionalisti, divennero la sciagura d’Italia. 

Aldo A. Mola

Re Vittorio Emanuele III segue la bara del Milite Ignoto caricata su un affusto di cannone (4 novembre 1921)
Dalla Festa delle Bandiere alla Tumulazione dell’“Eroe Ignoto”

Il re e i presidenti del Consiglio (Giolitti prima, Bonomi poi) traghettarono l’opinione pubblica dalla Festa delle Bandiere (4 novembre 1920) alla tumulazione dell’“Ignoto Milite” (4 novembre 1921) quale suggello della unione nazionale. L’11 giugno 1921 Vittorio Emanuele III inaugurò la XXVI Legislatura salutando i rappresentanti delle “nuove terre”, “liberamente eletti dalle laboriose popolazioni di cui si accresce e si rafforza l’Italia” ed evocò Dante Alighieri nel sesto centenario della morte. Urgevano la restaurazione della finanza pubblica e il riordino dell’esercito e della marina, “strumento del diritto e della difesa della Patria”. “La rafforzata autorità dello Stato, affermò il sovrano, deve poggiare sul sentimento della disciplina dei cittadini. Il popolo italiano, che nella trincea bombardata e sulla nave minacciata ha appreso la vittoriosa virtù della disciplina, deve sentire oggi che questa virtù è indispensabile all’opera lenta ed oscura, ma non meno aspra e difficile, della ricostruzione.”

Il 20 giugno 1921 di concerto con il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ope legis perno dell’unità politica del governo, il ministro della Guerra Giulio Rodinò di Miglione (Napoli, 1875-Roma, 1946, deputato dal 1913, interventista, eletto nelle file del Partito popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo il 18 gennaio 1919: un centenario passato quasi sotto silenzio, a differenza di quello, molto enfatizzato, del parimenti defunto Partito comunista d’Italia), presentò il disegno di legge per la sepoltura di un soldato ignoto”. In stile tipicamente giolittiano, la brevissima Relazione di accompagnamento del disegno di legge andò subito in medias res: “Le salme dei militari morti in guerra – che complessivamente assommano a circa 560.000 – sono, per una metà quasi, di individui non riconosciuti. È una moltitudine anonima di prodi che non hanno lasciato alle famiglie, tuttora tormentate dai dubbi più angosciosi, il dolce e mesto conforto di poter custodire le loro gloriose spoglie. Sono legioni di umili eroi che la grande famiglia della Patria, alle cui fortune essi hanno fedelmente concorso col nobile sacrificio della vita, vuole rivendicare a sé, perché sono i suoi figli diletti, i suoi poveri figli sperduti. Vi proponiamo perciò che in Roma sia data solenne sepoltura, per opera dello Stato, alla salma non identificata di un soldato caduto in combattimento per la Patria”.

La “celebrazione dell’Eroe Ignoto” rispondeva “alla coscienza che un popolo civile, uscito vittorioso dalla guerra”, consapevole “non soltanto dalla forza acquistata ma anche dei propri doveri verso quanti trovarono nella guerra morte gloriosa”. Richiamò alla disciplina e al “senso dello Stato” evocato dal discorso della Corona. Il disegno di legge non indicò l’Altare della Patria quale destinazione della salma . Esso decadde come tutti quelli del governo in carica, di lì a poco dimissionario: l’istituzione del Consiglio Nazionale del Lavoro, la trasformazione del latifondo, la colonizzazione interna e “provvedimenti a sollievo della disoccupazione operaia”. Decaddero anche i due disegni di legge ai quali Giolitti più teneva: la riforma dell’amministrazione dello Stato, con la semplificazione dei servizi e la riduzione del personale, e il trasferimento dal re alle Camere del potere di dichiarare guerra, già proposto il 24 giugno1920.

Dopo le dimissioni Giolitti non tornò più sulla tumulazione dell’Eroe Ignoto. Dallo scranno di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo il 26 ottobre 1921 elencò le conseguenze politiche, economiche e finanziarie della guerra: svilimento della moneta, conseguente aumento del costo della vita, enorme disavanzo dei bilanci dello Stato, delle Province e dei Comuni. Senza rimedi immediati incombeva “il fallimento dello Stato, al quale seguirebbe inevitabilmente il fallimento degli istituti di credito, delle casse di risparmio e di gran parte delle nostre industrie, con terribili conseguenze specialmente per le classi lavoratrici”. Vinta la guerra il popolo italiano non voleva “vedersi ridotto in condizioni di umiliante inferiorità, in condizioni di popolo vinto”. Era dunque giusto onorare la salma Soldato Ignoto, simbolo del sacrificio del popolo, ma urgeva anche ripristinare la centralità del Parlamento e l’autorevolezza dello Stato.

Dieci ministri della Guerra in quattro anni

Bonomi, suo successore alla presidenza del Consiglio, dette impulso alla complessa “macchina” coronata il 28 ottobre-4 novembre 1921 con la Tumulazione all’Altare della Patria, ma non realizzò nessuno dei principali punti programmatici additati da Giolitti. Il quadro istituzionale non era confortante. Tre anni dopo ne scrisse Angelo Gatti in premessa a Tre anni di vita militare. Dopo Vittorio Zupelli, ministro della Guerra nel governo presieduto da Orlando, nel corso dei due ministeri Nitti si susseguirono cinque diversi titolari: tre militari (Enrico Caviglia, Giovanni Sechi, Alberico Albricci) e due civili (Ivanoe Bonomi, ex socialista riformista, interventista, democratico, e Giulio Rodinò, deputato del partito popolare italiano e interventista. Il V governo Giolitti ebbe alla Guerra Bonomi e Rodinò (2 aprile- 4 luglio 1921). A Luigi Gasparotto (la cui spposta affiliazione massonica non è affatto dimostrata), ministro nel governo Bonomi, nei due inconcludenti governi presieduti da Luigi Facta si susseguirono Pietro Lanza di Scalea e Marcello Soleri, giolittiano, deputato dal 1913, ufficiale degli alpini, ferito in guerra. Durante la formazione del secondo governo Nitti in un solo giorno si rincorsero i nomi di ben cinque ministri, “come se la Guerra fosse all’asta” scrisse Gatti. La sequenza di dieci diversi titolari di un dicastero così importante per la vita del Paese nel corso della smobilitazione e del riordino delle forze armate, mentre l’Europa rimaneva con l’arma al piede, ebbe un effetto desolante. Dov’era la Vittoria?

Nominato ministro della Guerra dopo Gasparotto (otto mesi durante quali “ministro, gabinetto, generali, ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati, senza contare innumerevoli borghesi, discussero e legiferarono liberamente dell’Esercito”), Lanza di Scalea , “perfetto gentiluomo”, assunse la carica “con tre idee ben ferme e chiare, che ripeteva a tutti quelli che lo volevano o non lo volevano ascoltare”. La prima (annotò Gatti con amaro sarcasmo) era che egli non sapeva niente del Ministero che gli avevano affidato (aspirava a quello delle Colonie); la seconda che sarebbero occorsi almeno sei mesi perché imparasse qualche cosa delle faccende militari; ma – e questa era la sua terza idea – era sicuro che entro sei mesi non sarebbe stato più ministro. Perciò si limitò a richiamare alla disciplina, come avevano fatto il re e Giolitti: e già parve una svolta.

Nel frattempo si susseguirono studi, progetti e relazioni di accompagnamento di disegni di legge mai discussi o esaminati da un solo ramo del Parlamento e finiti nel nulla. Rilevante fu la Relazione esposta il 23 novembre 1921 dal ministro Gasparotto alla Commissione consultiva per l’ordinamento dell’esercito. Illustrò le ripercussioni della riduzione della “ferma” a otto mesi. Andava compensata con l’educazione fisica di tutta la gioventù (senza distinzione tra maschi e femmine) dalla puerizia ai 17 anni e con l’istruzione premilitare obbligatoria (che non fu affatto ideata dal fascismo, ma dai ministri dell’Istruzione Michele Coppino e Francesco De Sanctis, entrambi massoni, nel 1877-1878) per “favorire lo sviluppo del corpo ed indirettamente la formazione del carattere”, anche in vista dell’incremento di almeno 25/30.000 unità della forza bilanciata (fissata a 175.000 uomini) indispensabile nel quadro della instabilità politico-militare dell’Europa.

Riscossa o crepuscolo dell’Italia liberale?

Alle dimissioni (27 giugno 1921) Giolitti propose quale successore il giovane presidente della Camera Enrico De Nicola. Il re gli preferì Bonomi. Come suo costume lo statista piemontese rientrò in Piemonte lasciando che il tempo lavorasse per l’avvento di una coalizione comprendente i socialisti, alternativa al binomio Sturzo-Turati dal quale (dichiarò mesi dopo) non v’era da aspettarsi nulla di buono. In risposta don Sturzo pose il “veto” a un nuovo governo Giolitti esteso ai socialisti, il cui chiarimento interno, peraltro, tardò ancora quasi un anno e giunse fuori tempo massimo e con poca chiarezza per la perdurante lontananza fra l’anziano pacato Turati e l’irruente Giacomo Matteotti, irriducibilmente antigiolittiano e, peggio, anti-sistema: eventi questi successivi al 4 novembre 1921.

Bonomi impresse un’accelerazione ai preparativi della festa della Tumulazione. Nei giorni conclusivi, tra il 28 ottobre e il 4 novembre, protagonisti della Vittoria furono il Soldato Ignoto e il Re. Il 30 settembre Gasparotto diramò le disposizioni analitiche per la designazione della Salma, la sua traslazione a Roma, l’arrivo del convoglio nella capitale, il trasporto della bara dalla Stazione Termini alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, il suo trasferimento all’Altare della Patria, presenti rappresentanze d’arma ed ex combattenti e i 335 vessilli militari ripartiti in bandiere (256), stendardi (30) e labari (49). Seguirono ulteriori istruzioni da parte del comandante della Divisione militare di Roma, Emanuele Pugliese, e l’annuncio formale del Comitato esecutivo per le onoranze al Soldato Ignoto con direttive per i sottocomitati comunali, chiamati a far partecipare col suono delle campane ogni lembo d’Italia alla tumulazione, tra le 11 e le 11:30 del 4 novembre, subito dopo la deposizione della bara ai piedi della Dea Roma sull’Altare della Patria: momento magico accompagnato dal rullo dei tamburi, reso più cupo dall’allentamento dei cordoni, siccome disposto personalmente da Vittorio Emanuele III, che volle fosse adottato il cerimoniale dei funerali della Casa, nella quale fu idealmente accolto l’Ignoto Milite.

Se mai ve ne fosse stato bisogno, la circolare del 30 settembre chiarì la centralità del re quale sommo sacerdote del rito. Nel trasporto dalla Sala allestita alla Stazione Termini alla Basilica la bara, su affusto di cannone e fiancheggiata da decorati di medaglia d’oro, fu preceduta dalla musica dei Reali Carabinieri, da bandiere, stendardi e labari, e dalla musica della Marina. Subito dietro la bara avanzò a piedi il re, seguito dalla Real Casa (la Regina Madre, Margherita di Savoia, la Regina Elena, il diciassettenne principe ereditario, Umberto, tutti i principi del sangue e le loro consorti), dalle alte cariche e dignità dello Stato e dalle rappresentanze previamente schierate all’interno della Stazione. L’Italia non era una ridda di fazioni ma Nazione. Dall’estero osservavano e capivano.

Il Re Soldato e la massima manifestazione patriottica d’Italia

Alle 9.30 del 4 novembre ad attendere la Salma all’altare della Patria e sui ripiani del monumento (regista il generale Francesco Saverio Grazioli, vincitore di Vittorio Veneto) fu il re, circondato dalla Real Casa, da ministri, sottosegretari, Collari e Collaresse della SS. Annunziata, ministri di Stato, corpo diplomatico e via proseguendo sino a rappresentanti del comitato per le onoranze al Soldato Ignoto. Ne fece parte anche Giulio Douhet, che due anni prima aveva contrapposto il Milite Ignoto ai “comandanti”, la fantomatica “nazione armata” allo Stato. All’opposto, la celebrazione esaltò l’armonica identità del re con la patria, come sottolinearono tutte le cronache della giornata: i due Poli dalla cui congiunzione scaturiva l’energia della nazione italiana.

Stonarono alcune dichiarazioni polemiche (in specie di Giacomo Matteotti) sommerse nel coro del milione di persone accorse a con-celebrare il rito memoriale, seguito, nel pomeriggio, dall’acclamazione al Quirinale, al cui balcone il sovrano si affacciò ripetutamente.

Ma il re “conosceva” il “soldato”? Lo aveva veduto nel vivo della guerra? A parte racconti che potrebbero sembrare agiografici, lo confermano testimonianze, sinora inedite, raccolte dal colonnello Angelo Gatti per una storia, mai scritta, dell’Italia nella grande guerra. Fra le molte, spiccano i ricordi dell’aiutante di campo, generale Ugo Brusati, e del generale Antonino Di Giorgio, futuro ministro della Guerra.

In un ampio ritratto Brusati dipinse il sovrano quale “uomo di grande intelligenza e di grande cultura”, ma “molto modesto”, “rigorosamente costituzionale, uomo che vuole essere re di tutti gli italiani, non di un solo partito”. Riservato per temperamento e convinzione, “andava per le trincee di prima linea senza mai farsi conoscere. Mai parlava alle truppe, mai faceva grandi gesti. Intelligenza militare aveva anche, specialmente per quel che riguarda il terreno. Ascoltava e sapeva tutto ciò che avveniva in guerra. Di coraggio personale sopra ogni dubbio, arrivava lui dove non arrivavano ufficiali del Comando Supremo. Molte volte giungeva alla distanza di poche decine di metri dai nemici, in trincea. Ci sono fotografie del re che lo sorprendono mentre monta su un albero, per assistere all’uscita di truppe nostre per un attacco”.

Secondo Di Giorgio il re era “di molta intelligenza, di molta cultura, di molta memoria, uomo probo. Di politica non parlava mai “se non con pochissimi”. “Dopo aver fatto il soldato come nessuno lo aveva fatto, dopo avere, unico fra i generali, mangiato sempre su una tavola con un pezzo di tela cerata o sui prati, dopo aver percorso ogni giorno centinaia di chilometri in automobile, ed essersi esposto ogni giorno con grande coraggio alla morte, nessuno  gliene rese merito”. Un giorno Di Giorgiò lo implorò di farsi salutare dai suoi soldati. Dopo una prima esitazione Vittorio Emanuele rispose seccamente: “Ebbene, facciamo vedere loro il re” e “cominciò a tamburinare nervosamente con la mano sullo sportello dell’automobile. I minuti passavano come ore”. I soldati della brigata Bisagno accorsero gridando “Evviva il Re. Chi gli pigliava le mani, chi voleva avvicinarsi. Il re fu commosso; ebbe gli occhi lucidi; si voltò gli strinse la mano e gli disse Grazie Di Giorgio. Dopo e durante la guerra l’azione del re fu così, tutta in grigio, tanto che se alla fine la monarchia non subì nessun colpo, fu proprio perché il principio è realmente vitale”.

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L’Altare della Patria ospita al suo interno la Tomba del Milite Ignoto, uno degli elementi fondativi dell’identità nazionale italiana. La tomba fu realizzata in obbedienza a una legge del 1921, che intendeva commemorare con un singolo caduto, non identificato, tutti i soldati morti nella Prima Guerra Mondiale.

 

L’individuazione della Salma dell’Ignoto Milite, la sua traslazione e la tumulazione all’Altare della Patria il 4 novembre 1921 posero al centro della vita pubblica il Re e i vertici delle forze armate a soli due anni dalla canea antimonarchica e antimilitarista del 1919. Il profondo mutamento del “clima” fu anche opera di Giolitti. Come Luigi Cadorna e Armando Diaz (impegnato negli Stati Uniti), lo statista fu uno dei “grandi assenti” alla solenne cerimonia iniziata ad Aquileia il 28 ottobre e conclusa a Roma. La svolta nacque dal bisogno profondo di pace sociale, di ricostruzione economica e di orgoglio per la sofferta prova nella grande guerra. Però nel volgere di pochi mesi essa svaporò. Le dimissioni di Bonomi aprirono la crisi di governo più lunga dal 1861, terminata con l’avvento del primo dei due governi presieduti da Luigi Facta, inetto e spazzato via con la formazione del governo di convergenza costituzionale presieduto da Benito Mussolini, insediato il 31 ottobre 1922 senza bisogno di stato d’assedio né di “marcia su Roma”, salutato da una “sfilata” da Piazza del Popolo all’Altare della Patria, dal Quirinale alla Stazione Termini, ove tutto si concluse.

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La prima terrazza accoglie l’Altare della Patria, una grande ara votiva dedicata alla nazione italiana. Progettato dallo stesso architetto del Vittoriano, Giuseppe Sacconi, l’Altare fu eseguito dallo scultore lombardo Angelo Zanelli.

Sulla traccia della liturgia del 2-4 novembre 1921 sorse poi in ogni comune d’Italia la miriade di monumenti e lapidi con i nomi dei caduti. Per impulso e con la regia di Dario Lupi, massone e sottosegretario al ministero della Pubblica istruzione nel governo Mussolini, sorsero poi i “parchi delle rimembranze”. L’“Italia di Vittorio Veneto” non era monopolio di una fazione ideologica o partitica ma patrimonio del “popolo”, suggello dell’unione del Soldato Ignoto con il capo dello Stato, Vittorio Emanuele III.

Aldo A. Mola