La nuova Collana di Libri de L’IPOTENUSA – Il secondo: “Henri Cauchois – Corso orale di Massoneria Simbolica”

Il “CORSO ORALE DI MASSONERIA SIMBOLICA”, non era destinato al pubblico. Esso ha avuto luogo in viva voce, come indica il suo titolo, durante dodici conferenze svoltesi a Parigi nei tre anni 1859, 1860 e 1861.

Solo successivamente, e con l’autorizzazione del Grande Oriente di Francia, fu dato alle stampe, data la grande richiesta di coloro che avevano assistito al corso o che ne avevano sentito parlare nelle Logge francesi.

Dice l’autore, Henri Cauchois: Gli addetti ai lavori, noteranno da subito, che – in questo testo – viene seguita la tradizione francese, differente in alcuni particolari, nella forma, dalla tradizione scozzese; la sostanza e lo spirito sono gli stessi che da sempre indicano il percorso del cammino massonico. I non addetti ai lavori potranno apprendere i valori che guidano questa istituzione. I curiosi, alla ricerca del pettegolezzo, resteranno delusi: non troveranno segreti o formule magiche.”

A oltre un secolo e mezzo da quei tempi, il testo di Cauchois, per le prima volta tradotto ottimamente in italiano contemporaneo a cura di Giuseppe Lucatorto, conserva intatto ed attuale il suo valore essenziale di trattato sulla Massoneria simbolica o azzurra.

Vengono approfonditamente analizzati i tre Gradi di Apprendista, Compagno d’Arte e di Maestro Massone con ampiezza e profondità di contenuti.

Può essere anche considerato un testo importante per quei Profani che si accingono ad avvicinarsi all’Iniziazione massonica: un eccellente vademecum chiaro ed accessibile. E anche un ripasso generale per tutti i Massoni.

Henri Cauchois 

Il massone Henri Cauchois, di professione avvocato presso la Corte Imperiale di Francia, fu per diverse volte Oratore e Maestro Venerabile della Loggia “Coeurs-Unis” all’Oriente di Parigi nella quale era stato iniziato nel 1820; fu anche dignitario centrale (Consigliere dell’Ordine e Grande Oratore) del Grand Orient de France. Nel “Corso di Massoneria simbolica” che tenne in dodici lezioni a Parigi (1859, 1860 e 1861) egli affermò -tra l’altro- e con particolare forza, che “l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima costituiscono le due basi essenziali della massoneria, (l’existence de Dieu et l’immortalité de l’âme constituent les deux bases essentielles de la franc-maçonnerie,” – v. pag. 25 della versione italiana). Negli anni successivi, le tematiche dell’ateismo e della laicità furono estremamente vivaci e dibattute nel mondo francese e internazionale.

H: Cauchois - Corso orale di Massoneria Simbolica
«Il corso orale di massoneria simbolica, non è destinato al pubblico. Esso ha avuto luogo in viva voce, come indica il suo titolo, durante dodici tornate dei tre anni 1859, 1860, e 1861...» Gli addetti ai lavori, noteranno da subito, che – in questo testo – viene seguita la tradizione francese, differente in alcuni particolari, nella forma, dalla tradizione scozzese; la sostanza e lo spirito sono gli stessi che da sempre indicano il percorso del cammino massonico. I non addetti ai lavori potranno apprendere i valori che guidano questa istituzione. I curiosi, alla ricerca del pettegolezzo, resteranno delusi: non troveranno segreti o formule magiche.
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I DOVERI DELL’UOMO di Giuseppe Mazzini, 1860

Aprile 23, 1860.

I DOVERI DELL’UOMO

AGLI OPERAI ITALIANI

di Giuseppe Mazzini

Giuseppe Mazzini – Ritratto fotografico di Domenico Lama_(1823-1890)

I – INTRODUZIONE

Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo, di Dio, dell’Umanità, della Patria, della Famiglia. Ascoltatemi con amore com’io vi parlerò con amore. La mia parola è parola di convinzione maturata da lunghi anni di dolori e d’osservazioni e di studi. I doveri ch’io vi indicherò, io cerco e cercherò, finch’io viva, adempierli quanto le mie forze concedono. Posso errare, ma non di core. Posso ingannarmi, non ingannarvi. Uditemi dunque fraternamente: giudicate liberamente tra voi medesimi, se vi pare che io vi dica la verità: abbandonatemi se vi pare ch’io predichi errore; ma seguitemi e operate a seconda de’ miei insegnamenti, se mi trovate apostolo della verità. L’errore è sventura da compiangersi; ma conoscere la verità e non uniformarvi le azioni, è delitto che cielo e terra condannano.

Perchè vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti? Perchè, in una società dove tutti, volontariamente o involontariamente, v’opprimono, dove l’esercizio di tutti i diritti che appartengono all’uomo vi è costantemente rapito, dove tutte le infelicità sono per voi, e ciò che si chiama felicità è per gli uomini dell’altre classi, vi parlo io di sacrificio e non di conquista, di virtù, di miglioramento morale, d’educazione, e non di ben essere materiale? È questione che debbo mettere in chiaro prima d’andare innanzi, perché in questo appunto sta la differenza tra la nostra scuola e molt’altre che vanno predicando oggi in Europa; poi, perché questa è dimanda che sorge facilmente nell’anima irritata dell’operaio che soffre.

Siamo poveri, schiavi, infelici: parlateci di miglioramenti materiali, di libertà, di felicità. Diteci se siamo condannati a sempre soffrire o se dobbiamo alla nostra volta godere. Predicate il Dovere ai nostri padroni, alle classi che ci stanno sopra e che trattando noi come macchine, fanno monopolio dei beni che spettano a tutti. A noi parlate di dritti: parlate dei modi di rivendicarceli; parlate della nostra potenza. Lasciate che abbiamo esistenza riconosciuta; ci parlerete allora di doveri e di sagrifizio. Così dicono molti fra’ nostri operai, e seguono dottrine ed associazioni corrispondenti al loro desiderio; non dimenticando che una sola cosa, ed è: che il linguaggio invocato da essi s’è tenuto da cinquanta anni in poi senz’aver fruttato un menomo che di miglioramento materiale alla condizione degli operai.

Da cinquanta anni in poi, tutto quanto s’è operato pel progresso e pel bene contro ai governi assoluti o contro l’aristocrazia di sangue, s’è operato in nome dei Diritti dell’uomo, in nome della libertà come mezzo e del ben essere come scopo alla vita. Tutti gli atti della Rivoluzione Francese e dell’altre che la seguirono e la imitarono, furono conseguenza d’una Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Tutti i lavori dei Filosofi, che la prepararono, furono fondati sopra una teoria di libertà, sull’insegnamento dei propri diritti ad ogni individuo. Tutte le scuole rivoluzionarie predicarono all’uomo ch’egli è nato per la felicità, che ha diritto di ricercarla con tutti i suoi mezzi, che nessuno ha diritto d’impedirlo in questa ricerca, e ch’egli ha quello di rovesciare gli ostacoli incontrati sul suo cammino. E gli ostacoli furono rovesciati: la libertà fu conquistata; durò per anni in molti paesi; in alcuni ancor dura. La condizione del popolo ha migliorato? I milioni che vivono alla giornata sul lavoro delle loro braccia, hanno forse acquistato una menoma parte del ben essere sperato, promesso?

No; la condizione del popolo non ha migliorato; ha peggiorato anzi e peggiora in quasi tutti i paesi, e specialmente qui dov’io scrivo; il prezzo delle cose necessarie alla vita è andato progressivamente aumentando, il salario dell’operaio in molti rami d’attività progressivamente diminuendo, e la popolazione moltiplicando. In quasi tutti i paesi, la sorte degli uomini di lavoro è diventata più incerta, più precaria; le crisi che condannano migliaia d’operai all’inerzia per un certo tempo si son fatte più frequenti. L’accrescimento annuo delle emigrazioni di paese in paese, e d’Europa alle altre parti del mondo, e la cifra crescente sempre degli istituti di beneficenza, delle tasse pei poveri, dei provvedimenti per la mendicità, bastano a provarlo. Questi ultimi provano anche che l’attenzione pubblica va più sempre svegliandosi sui mali del popolo; ma la loro inefficacia a diminuire visibilmente quei mali, dimostra un aumento egualmente progressivo di miseria nelle classi alle quali tentano provvedere.

E nondimeno, in questi ultimi cinquanta anni, le sorgenti della ricchezza sociale e la massa dei beni materiali sono andate crescendo. La produzione ha raddoppiato. Il commercio, attraverso crisi continue, inevitabili nell’assenza assoluta d’organizzazione, ha conquistato più forza d’attività e una sfera più estesa alle sue operazioni. Le comunicazioni hanno acquistato pressoché dappertutto sicurezza e rapidità, e diminuito quindi, col prezzo del trasporto, il prezzo delle derrate. E d’altra parte, l’idea dei diritti inerenti alla natura umana è oggimai generalmente accettata: accettata a parole e ipocritamente anche da chi cerca, nel fatto, eluderla. Perché dunque la condizione del popolo non ha migliorato? Perché il consumo dei prodotti, invece di ripartirsi equamente fra tutti i membri delle società europee, s’è concentrato nelle mani di pochi uomini appartenenti a una nuova aristocrazia? Perché il nuovo impulso comunicato all’industria e al commercio ha creato, non il ben essere dei più, ma il lusso di alcuni?

La risposta è chiara per chi vuol internarsi un po’ nelle cose. Gli uomini sono creature d’educazione, e non operano che a seconda del principio d’educazione che loro è dato. Gli uomini che promossero le rivoluzioni anteriori s’erano fondati sull’idea dei diritti appartenenti all’individuo: le rivoluzioni conquistarono la libertà: libertà individuale, libertà d’insegnamento, libertà di credenze, libertà di commercio, libertà in ogni cosa e per tutti. Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non avea mezzo d’esercitarli? che importava la libertà d’insegnamento a chi non aveva né tempo, né mezzi per profittarne? che importava la libertà di commercio a chi non aveva cosa alcuna da porre in commercio, né capitali, né credito? La società si componeva, in tutti i paesi dove quei principii furono proclamati, d’un piccol numero d’individui possessori del terreno, del credito, dei capitali; e di vaste moltitudini d’uomini non aventi che le proprie braccia, forzati a darle, come arnesi di lavoro, a quei primi e a qualunque patto, per vivere; forzati a spendere in fatiche materiali e monotone l’intera giornata: cos’era per essi, costretti a combattere colla fame, la libertà, se non un’illusione, un’amara ironia? Perché nol fosse, sarebbe stato necessario che gli uomini delle classi agiate avessero consentito a ridurre il tempo dell’opera, a crescerne la retribuzione, a procacciare un’educazione uniforme gratuita alle moltitudini, a rendere gl’istrumenti di lavoro accessibili a tutti, a costituire un credito pel lavoratore dotato di facoltà e di buone intenzioni. Or perché lo avrebbero fatto? Non era il ben essere lo scopo supremo della vita? Non erano i beni materiali le cose desiderabili innanzi a tutte? Perché diminuirsene il godimento a vantaggio altrui? S’aiuti adunque chi può. Quando la società assicura ad ognuno che possa l’esercizio libero dei diritti spettanti all’umana natura, fa quanto è richiesta di fare. Se v’è chi per fatalità della propria condizione, non può esercitarne alcuno, si rassegni e non incolpi persona. Era naturale che così dicessero, e così dissero infatti. E questo pensiero delle classi privilegiate di fortuna riguardo alle classi povere, diventò rapidamente pensiero d’ogni individuo verso ogni individuo. Ciascun uomo prese cura dei propri diritti e del miglioramento della propria condizione senza cercare di provvedere all’altrui; e quando i propri diritti si trovarono in urto con quelli degli altri, fu guerra: guerra non di sangue, ma d’oro e d’insidie: guerra meno virile dell’altra, ma egualmente rovinosa: guerra accanita, nella quale i forti per mezzi schiacciano inesorabilmente i deboli o gl’inesperti. In questa guerra continua, gli uomini s’educarono all’egoismo, e alla avidità dei beni materiali esclusivamente. La libertà di credenza ruppe ogni comunione di fede. La libertà di educazione generò l’anarchia morale. Gli uomini, senza vincolo comune, senza unità di credenza religiosa e di scopo, chiamati a godere e non altro, tentarono ognuno la propria via, non badando se camminando su quella non calpestassero le teste de’ loro fratelli, fratelli di nome e nemici nel fatto. A questo siamo oggi, grazie alla teoria dei diritti.

Certo, esistono diritti; ma dove i diritti d’un individuo vengono a contrasto con quelli d’un altro, come sperare di conciliarli, di metterli in armonia senza ricorrere a qualche cosa superiore a tutti i diritti? E dove i diritti d’un individuo, di molti individui, vengono a contrasto coi diritti del paese, a che tribunale ricorrere? Se il diritto al ben essere, al più gran ben essere possibile, spetta a tutti i viventi, chi scioglierà la questione tra l’operaio e il capo manifatturiere? Se il diritto alla esistenza è il primo inviolabile diritto d’ogni uomo, chi può comandare il sagrifizio dell’esistenza pel miglioramento d’altri uomini? Lo comanderete in nome della Patria, della Società, della moltitudine dei vostri fratelli! Cos’è la Patria, per l’opinione della quale io parlo, se non quel luogo in cui i nostri diritti individuali sono più sicuri? Cos’è la Società, se non un convegno d’uomini, i quali hanno pattuito di mettere la forza di molti in appoggio dei diritti di ciascuno? E voi, dopo avere insegnato per cinquant’anni all’individuo che la Società è costituita per assicurargli l’esercizio dei suoi diritti, vorrete dimandargli di sagrificarli tutti alla Società, di sottomettersi, occorrendo, a continue fatiche, alla prigione, all’esilio, per migliorarla? Dopo avergli predicato per tutte le vie che lo scopo della vita è il ben essere, vorrete a un tratto ordinargli di perder il ben essere e la vita stessa per liberare il proprio paese dallo straniero, o per procacciare condizioni migliori a una classe che non è la sua? Dopo avergli parlato per anni in nome degli interessi materiali, pretenderete ch’egli, trovando davanti a sé ricchezza e potenza, non stenda la mano ad afferrarle, anche a scapito de’ suoi fratelli?

MASSONI CELEBRI

MASSONI CELEBRIMasonic_heroes_print_Distinguished Masons of the revolution (americana)

“Sebbene sia ignoto ai più, molti dei grandi personaggi che hanno dato un sostanziale contributo alla storia dell’umanità negli ultimi tre secoli aderivano alla Massoneria.
Saranno quindi elencate alcune di queste personalità che, da Liberi Muratori, hanno dato un notevole apporto al progresso culturale e scientifico della società: quale fulgido esempio del lavoro iniziatico necessario al raggiungimento dei più alti traguardi umani.”

(fonte: Gianmichele Galassi, Apprendista Libero Muratore, Secreta Ed. 2013) (dal sito web del G.O.I.)

Letterato e filosofo francese, fu iniziato il 7 aprile 1778 a Parigi, nella Loggia delle Nove Sorelle. Era Venerabile di quella celebre loggia il famoso astronomo LALANDE. Voltaire entrò nel Tempio massonico guidato da Beniamino Franklin, allora ambasciatore a Parigi, e dal Conte de Gobelin. Morendo, pronunciò la frase: “Muoio adorando Dio, amando i miei fratelli, non odiando i miei nemici e detestando la superstizione”.
Voltaire (François Marie Arouet) (1694-1778)
Stampatore americano; pubblicò il primo libro nelle colonie, le Costituzioni di Anderson del 1723. Autore, ufficiale postale, uomo di stato, scienziato e filosofo, Franklin fu di fondamentale importanza per la creazione degli Stati Uniti.
Benjamin Franklin (6 Gennaio 1706 – aprile 1790)
Fu iniziato nel dicembre 1784 presso la Loggia 'La Beneficenza', della quale era Venerabile Otto Von Geremingen, diventò compagno nel 1785. Dopo pochi giorni dalla sua Iniziazione M. si recò in visita presso la più famosa Loggia Austriaca 'La Vera Armonia', nella quale più tardi fu iniziato il grande compositore e amico Haydn.
Wolfang Amadeus Mozart (Salisburgo 27 Gennaio 1756 – 6 dicembre 1791)
E’ stato uno scrittore, poeta e drammaturgo irlandese. Scrittore impudente dalle parole semplici, ma coll'intento di suscitare una riflessione nel suo lettore, prediligeva la scrittura aforistica con l'espressione dei paradossi, al punto da essere citato ad esempio nei moderni dizionari.
Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900)
Scrittore britannico che, assieme ad E. Allan Poe, è considerato il fondatore di due generi letterari: il giallo ed il fantastico. Doyle è padre e maestro assoluto del sottogenere definito “giallo deduttivo”, reso famoso da Sherlock Holmes, il suo personaggio di maggior successo.
Sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo, 22 maggio 1859 – Crowborough, 7 luglio 1930)
Premio Nobel per la letteratura nel 1908, riceve nel 1921 la laurea ad honorem dell'Università di Parigi. Kipling entra in Massoneria nell'aprile del 1886, all'età di 21 anni, a Lahore, nella Loggia "Hope and Perseverance" (N. 782).
Joseph Rudyard Kipling (Bombay, 30 Dicembre 1865 – Londra,18 gennaio 1936)
Medico e batteriologo inglese, membro della Royal Society nel 1942 e premio Nobel (1945) per la medicina e la fisiologia, quale scopritore della penicillina. Fu M:.V:. , nel 1935, della R:.L:. “Misericordia” N. 3286 all'Or:. di Londra. Nel 1942, fu eletto Primo Grande Diacono della Gran Loggia d'Inghilterra. Fu Sommo Sacerdote nel Gran Capitolo Royal Arch Mason of England.
Sir Alexander Fleming (1881-1955)
È stato fondamentale compositore, direttore d'orchestra e arrangiatore della storia del jazz. È considerato uno dei maggiori compositori americani del Novecento, oltre ad essere stato un originale pianista.
Edward Kennedy “Duke” Ellington (Washington, 29 aprile 1899 – 24 maggio 1974)
Attore cinematografico americano, famoso per la sua voce, la camminata e la prestanza fisica, così divenne l'icona della forza Americana. Nel 1999, l'Istituto Cinematografico elesse Wayne la tredicesima stella del cinema di tutti i tempi. Appartenne alla Loggia Mc Daniel n.56 - Tucson, Arizona.
John Wayne (26 maggio 1907. -11 giugno 1979)
Attore, compositore e poeta italiano. Soprannominato "il principe della risata", è considerato uno dei più grandi interpreti nella storia del teatro e del cinema italiano.
Antonio De Curtis, in arte Totò. (Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 aprile 1967)
Fisico italiano, naturalizzato statunitense. Premio Nobel per la fisica nel 1938.
Enrico Fermi (Roma, 29 settembre 1901 – Chicago, 29 novembre 1954)
Scrittore e pedagogo italiano. È conosciuto per essere l'autore del romanzo Cuore, uno dei testi più popolari della letteratura italiana per ragazzi.
Edmondo De Amicis (Oneglia, 21 ottobre 1846 – Bordighera, 11 marzo 1908)
Poeta e scrittore italiano. Fu il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1906.
Giosuè Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 – Bologna, 16 febbraio 1907)
Militare, politico e patriota italiano, tra i più noti e importanti protagonisti del Risorgimento.
Gerolamo Bixio, detto Nino. (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873)
Scrittore e giornalista italiano. È divenuto celebre come autore del romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, più noto come Pinocchio.
Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini (Firenze, 24 novembre 1826 – Firenze, 26 ottobre 1890)
Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, è la figura più rilevante del Risorgimento, uno dei personaggi più celebri al mondo: fu soprannominato l’Eroe dei due mondi per le sue imprese militari compiute sia in Europa, sia in America meridionale”
Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882)
Conte, drammaturgo, poeta e scrittore italiano.
Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803)
Avventuriero, scrittore, poeta, alchimista, diplomatico, filosofo e agente segreto italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.
Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798)

GIUSEPPE MAZZINI ### SFORTUNA E FORTUNA DI UN UOMO-SIMBOLO

GIUSEPPE MAZZINI

SFORTUNA E FORTUNA DI UN UOMO-SIMBOLO

di Aldo A. Mola

Uomini e cose tra Sette e Ottocento

La rivoluzione industriale e i movimenti politici tra Sette e Ottocento compressero enormi energie e sprigionarono nuove libertà. A volte ci si sofferma sugli effetti appariscenti più che sui meccanismi che li determinano, sulle luci iridescenti della “giostra” anziché sulla “macchina” che fa ruotare. Non sempre dagli eventi si risale alla loro progettazione. Perciò la rivoluzione industriale e i movimenti “di massa” parvero e ancora vengono descritti come una macina destinata a comprimere e ad annientare persone e cose. Invece quell’epoca segnò il trionfo della forza nuova, prodotta dall’intelligenza umana che ideò, produsse e utilizzò la seconda natura: energia idraulica, meccanica, a vapore, con il motore a scoppio… L’industrializzazione modificò il rapporto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e se stesso.

In Occidente, cioè in Europa e nelle Americhe, la riduzione dell’uomo a “cosa meccanica”, a un “aratro vivente” come il filosofo greco Aristotele denominava gli schiavi, fu combattuta e modificata anzitutto dal cristianesimo, che affermò la dignità della persona umana. L’affermazione dell’uomo come soggetto di libertà nello Stato trionfò con le rivoluzioni di fine Settecento in America e in Europa, alimentate dai Lumi, con l’avvento dell’idea di nazione e con il nuovo cristianesimo: fratellanza universale, dignità degli uomini ed emancipazione delle donne, che il Codice napoleonico aveva ancora relegato in seconda fila.

La rivoluzione industriale non venne progettata e attuata da un Potere unitario o da “ingegneri sociali” con un piano occulto. Fu il prodotto di una somma di eventi in parte inventati, ideati sulla base di scoperte e innovazioni, in parte casuale.

Giueseppe Mazzini: un Romantico in cerca

In questa cornice si colloca il dramma, cioè la presenza sulla scena storica, di Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872).

Per molti italiani Mazzini è il profeta della repubblica, il patriota che sacrificò la vita per l’Italia una, indipendente e repubblicana. Mazzini volle però essere molto di più. Per lui la Nuova Italia non sarebbe sorta davvero se non con la formazione di un Uomo Nuovo, il cittadino. Non solo. L’indipendenza e l’unificazione per Mazzini erano, dovevano essere, norma di un nuovo ordine universale, la liberazione di tutte le nazioni; emancipazione da ogni forma di oppressione; avvento della fratellanza universale e di una religiosità libera dalle chiese, cioè da organizzazioni fatalmente destinate a inaridire la fede, a impoverire lo Spirito in “pratiche”. Infine Mazzini credeva fermamente nell’immortalità dell’“animo” e nella comunione tra i viventi e gli angeli.

Concepì gradualmente “credo politico” e obiettivi conseguenti. Non li espose mai in un’opera organica. Le sue “opere edite e inedite” e il suo epistolario contano oltre cento volumi. Pubblicò Note autobiografiche per introduzione a una raccolta di suoi scritti editi, ma non vere e proprie Memorie, né un’autobiografia, perché la sua vita fondeva quotidianamente pensiero e azione al calor bianco della politica, fatta di cospirazione, agitazione, apostolato, reticolo fittissimo di rapporti segreti e di iniziative alla luce del sole

La sua opera più famosa, I doveri dell’uomo, non è né un trattato né l’esposizione organica di un progetto. E’ il manifesto di una nuova umanità. Comprende pagine di alta letteratura, di spiritualità, talvolta di perorazione e preghiera più che di pensiero politico vero e proprio. Perciò nel 1902 essa fu pubblicata per le scuole su proposta del ministro della Pubblica istruzione, Nunzio Nasi, massone, e per decreto del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Cancellate alcune frasi scomode per la monarchia, i Doveri sono incitamento al patriottismo, al civismo. Contrappongono l’idealismo al materialismo, la fratellanza agl’interessi di classe, il sacrificio al calcolo. Nel 1904 il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti promosse l’edizione nazionale delle opere di Mazzini, a conferma della compatibilità tra spiritualismo mazziniano e monarchia costituzionale.

La vita di Mazzini fu scandita in diverse stagioni, fatte anche di dubbi, sconforti, drastiche svolte. Essa ebbe però una continuità di fondo. Una sorta di melodia ora malinconica ora tragica che ne accompagnò le molte fasi. Il suo motivo furono iniziazione e profezia. La madre, Maria Drago, lo educò all’amore per l’Italia e all’etica del sacrificio, nel solco dei grandi spiriti, da Dante a Ugo Foscolo. A sedici anni Giuseppe vide i liberali piemontesi, sconfitti nel 1821, in partenza da Genova per l’esilio: uno spettacolo di amara desolazione ma capace di infondere generosa fiducia nella Storia se dominata dal pensiero e dall’azione: formula che ricalca l’identificazione di reale e razionale di Hegel, ma senza “rassegnazione”né “sottomissione” né al Fato né agli dèi.

Con quelle premesse, a ventidue anni Mazzini si fece iniziare alla Carboneria, associazione segreta impregnata di religiosità e di patriottismo. Arrestato su delazione (13 novembre 1830) e incarcerato a Savona, posto dinnanzi alla scelta tra confino ed esilio (18 gennaio 1831), scelse l’espatrio. Dopo un soggiorno a Ginevra e a Lione, fondò a Marsiglia la associazione segreta “Giovine Italia”. Essa escluse chi contasse più di quarant’anni, cioè fosse nato prima della Convenzione repubblicana francese del 1792, assunta a spartiacque della storia come già aveva intuito Wolfgang Goethe. La “Giovine Italia” segnò una cesura generazionale. Un bene? Una forzatura? Per dar vita a un nuovo corso Mazzini ruppe il legame ideale e pratico con quanti avevano vissuto l’età napoleonica e la restaurazione con tutte le loro contraddizioni, i compromessi, i tentativi di conciliare il vecchio e il nuovo. Gli associati giuravano di volere l’Italia “una, indipendente, libera e repubblicana” e obbedienza totale. Il tradimento era punito con pene severe, incluse la morte e la damnatio memoriae.

Mazzini sublimò il suo rapporto con la famiglia originaria nell’appassionato carteggio con la madre. Non estraneo alle passioni naturali, ebbe un bimbo da Giuditta Sidoli, a sua volta esule politica, vedova e già madre di quattro figli, ma non lo riconobbe e non se ne occupò. Non formò mai una famiglia propria, perché si dichiarava votato a una missione universale. I primi tentativi di attuare il programma della “Giovine Italia” ebbero esiti catastrofici. Molti associati furono scoperti, arrestati, torturati, condannati anche alla pena capitale. Uno tra i suoi amici più cari, Jacopo Ruffini, si uccise in carcere nel timore di non reggere agl’interrogatori sotto tortura. L’invasione della Savoia per suscitare l’insurrezione generale nel regno di Sardegna, naufragò miseramente (1834). A Genova il trentasettenne capitano di marina Giuseppe Garibaldi, che doveva agire in concomitanza, si trovò solo all’appuntamento con l’insurrezione e scampò all’arresto con l’esilio, inseguito dalla condanna a morte per diserzione.

Mazzini non resse alla prova del fuoco. Si smarrì. Malgrado il cocente insuccesso, alzò il tiro con la fondazione della “Giovine Europa”. Il riscatto dell’Italia doveva accompagnarsi alla redenzione di tutte le nazioni oppresse. Rimase convinto che l’insurrezione e la proclamazione della repubblica anche in un solo villaggio avrebbe scatenato la rivoluzione generale: un’illusione che costò tanti sacrifici ed esasperò la sua contrapposizione ai moderati, bollati come codardi.

Costretto a migrare dalla Svizzera alla Francia e alla Gran Bretagna, ora arrestato ora espulso, nel 1837 Mazzini approdò a Londra. Dopo la “tempesta del dubbio” accentuò l’aspetto profetico della sua missione. Fondò il periodico “L’apostolato popolare” per educare e contrastare il materialismo dilagante. Molti pensarono che fosse segretamente finanziato da governi, correnti politiche e gruppi religiosi, anzitutto inglesi, che erano i beneficiari politici della sua azione perché destabilizzava il sistema della Santa Alleanza.

Altre iniziative ispirate dal suo insegnamento ebbero esito tragico. Fu il caso della spedizione guidata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ufficiali della Marina asburgica. Arrestati, vennero fucilati coi loro seguaci al vallone di Rovito (Cosenza, 1844), confortati da un sacerdote massone.

Nel 1831 Mazzini aveva sfidato il trentatreenne Carlo Alberto, appena asceso a re di Sardegna, a prendere la guida dell’unificazione italiana. Per assecondare quel disegno si dichiarò pronto a sacrificare l’opzione repubblicana all’obiettivo dell’unità. Altrettanto fece l’8 settembre 1847 con una lettera pubblica a Pio IX. Nel 1848-1849 cercò di sottrarre l’iniziativa politico-militare sia a Carlo Alberto, sceso in guerra contro l’Austria, sia a Pio IX, il cui miglior ministro, Pellegrino Rossi, fu assassinato (con rituale settario, si disse) appena nominato presidente del governo.

Accorso a Roma, ove su impulso di Carlo Luciano Bonaparte e Giuseppe Garibaldi il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica, Mazzini fece parte del triumvirato di governo col forlivese Aurelio Saffi e Carlo Armellini (29 marzo) e vi pubblicò “L’Italia del Popolo”. Si dimise il 30 giugno, quando la Repubblica stava crollando sotto l’offensiva delle truppe inviate da Luigi Napoleone Bonaparte, principe-presidente della repubblica dei francesi e poi imperatore. Riprese le fila della cospirazione, il suo programma conobbe altre tragiche pagine con l’arresto e l’impiccagione di affiliati, incluso il sacerdote Enrico Napoleone Tazzoli, e con il clamoroso insuccesso dell’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853. Contava di avervi 5-10.000 seguaci. Se ne contarono una ventina. Il 13 febbraio scrisse: “Mi ritiro completamente dal lavoro di cospirazione in Italia”. Il 23 dichiarò: “Il Comitato Nazionale Italiano è disciolto”, ma poi riprese il cammino della cospirazione. Non solo si oppose (con tanto di malaugurio) alla partecipazione del regno di Sardegna alla guerra franco-anglo-turca contro la Russia, che consentì a Cavour di proporre la “questione italiana” all’attenzione delle grandi potenze nel Congresso di Parigi, ma organizzò una insurrezione a Genova. Fu pertanto condannato a morte, mentre il tentativo di Carlo Pisacane di incendiare il Mezzogiorno con un’invasione fallì miseramente (1857).

Ormai schivato dalla Società Nazionale Italiana, da Garibaldi e dalla maggior parte dei patrioti, nel 1859 Mazzini tramò ai danni dell’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, tentò di precedere i fiduciari del governo di Torino nelle terre poi annesse e nel 1860 cercò di dirottare l’impresa dei Mille verso la proclamazione della repubblica, ma non ottenne alcun successo. L’antico carbonaro, massone e patriota milanese, a lungo imprigionato allo Spielberg, Giorgio Pallavicino Trivulzio, presidente della Società Nazionale, gl’intimò ruvidamente di lasciare Napoli perché “pur non volendolo, voi ci dividete” e invitò a votare per l’ “Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale”.

Sconfitta politica, vittoria pustuma?

Il 5 novembre 1860 Mazzini stilò a Caserta il programma dell’Associazione Unitaria Nazionale ma subito dopo lasciò l’Italia per Londra. Tramite Demetrio Diamilla Muller nel 1863 ebbe contatti con Vittorio Emanuele II per affrettare l’annessione del Veneto all’Italia, ma aveva ormai scarso seguito e modesta influenza. La nascita dell’Internazionale socialista (Londra, 1864) ne accentuò l’isolamento nell’ambito del movimento operaio europeo. L’ascesa militare della Prussia, la riorganizzazione dell’Impero d’Austria con il riconoscimento dell’Ungheria e il declino di Napoleone III quale promotore delle nazioni finirono per nuocere proprio al progetto mazziniano di un’Europa dei popoli. Dal 1864 l’influenza di Mazzini sui democratici italiani fu messa apertamente in discussione da Garibaldi (accolto trionfalmente a Londra), che gli rimproverava di aver intralciato l’unità d’azione nelle fasi cruciali delle guerre per l’indipendenza. Francesco Crispi proclamò alla Camera che la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Nel 1866 Mazzini tentò di ostacolare l’alleanza con la Prussia contro l’Austria e deprecò la conclusione della terza guerra d’indipendenza, che all’Italia fruttò l’annessione di Venezia. L’insorgenza repubblicana a Palermo non ne accrebbe il prestigio.

In settembre l’Apostolo pubblicò il manifesto dell’Alleanza repubblicana universale. La Camera annullò due volte la sua elezione a deputato per il collegio di Messina. Rieletto una terza volta, rifiutò il seggio perché la sua assunzione comportava il giuramento di fedeltà allo Statuto. Il crepuscolo incombeva. Visitò a Lugano Carlo Cattaneo poco prima della morte (2 febbraio 1869).Tentò ancora di riorganizzare i repubblicani, sia con un convegno a Lugano sia con un incontro a Genova, presieduto dal genero di Garibaldi, Stefano Canzio (marzo 1870). All’inizio della guerra franco-germanica del 19 luglio 1870, quando il governo italiano mise in cantiere l’annessione di Roma, partì per la Sicilia deciso a suscitarvi un’insurrezione che avrebbe dissuaso il governo da qualsiasi aiuto a Napoleone III, ma fu arrestato e imprigionato a Gaeta. Amnistiato per la seconda volta in breve tempo (14 ottobre), venne tradotto senza fetta al confine svizzero. Transitò per Roma, ma non volle lasciare la stazione. Ormai era annessa al Regno, con Vittorio Emanuele II al Quirinale e Pio IX in Vaticano. Due monarchie, una costituzionale, l’altra assoluta. La Repubblica? A Pisa sostò nella casa di Enrichetta Nathan Rosselli. A Genova si raccolse in meditazione sulla tomba della madre. Poi raggiunse Lugano e da lì Londra, sorvegliato ma non “ricercato”. Aveva perso tutte le battaglie.

Nel febbraio 1871 tornò a Lugano per organizzare il Patto di fratellanza tra le società operaie italiane, ufficialmente avversato dal governo di Roma, che nondimeno lo preferiva alla propaganda dell’internazionale anarchica e social-rivoluzionaria, perché comunque poneva in primo piano l’Italia e gli italiani.

Il 6 febbraio 1872 Mazzini raggiunse Pisa in incognito, ospite dei Nathan Rosselli. Informato, il governo ne garantì il sereno trapasso in patria. Morì il 10 marzo, vegliato da Sarina Nathan, Felice Dagnino, Agostino Bertani, capofila dei radicali, e da Adriano Lemmi, il “banchiere della rivoluzione”, che lo avvolse nello scialle già posto su Carlo Cattaneo morente, a suggello della continuità ideale di mazziniani unitari e federalisti mentre albeggiavano i radicali, avviati alla conciliazione con la monarchia costituzionale.

Nell’immagine la copertina della Domenica del Corriere del 1 gennaio 1961 dedicata ai quattro artefici dell’unità: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso di Cavour e Giuseppe Mazzini

Imbalsamata, la sua salma fu trasferita al cimitero di Staglieno (Genova) con un solenne trasporto per ferrovia, come narrò Sergiò Luzzatto nell’eccellente La mummia della Repubblica (Rizzoli). Fu salutata a ogni tappa da folle commosse. Meta di pellegrinaggio, la sua tomba rivaleggiò con il garibaldino Scoglio di Quarto quale simbolo del patriottismo italiano. Il giorno della sua morte fu adottato per la celebrazione dei defunti da parte della massoneria italiana, che lo esaltò gran maestro dell’“idea”. Mazzini tuttavia non fu mai iniziato né frequentò alcuna loggia per la radicale diversità tra il suo programma, tutto politico, e il “metodo massonico”, transnazionale, tra la “fede” e il “dubbio”. La sua superiorità alle sconfitte può insegnare molto a “monarchici” che hanno dissipato 10.700.000 dei voti ottenuti il 2-3 giugno 1946. Questione di “fede”?

Giuseppe Mazzini – Ritratto fotografico

MAZZINI, UOMO UNIVERSALE

Nel 1871 Mazzini dette impulso al settimanale “Roma del Popolo”, diretto da Giuseppe Petroni, per vent’anni prigioniero politico in Castel Sant’Angelo. Il foglio si contrapponeva alla Roma dei papi e a quella di Vittorio Emanuele II, che però anno dopo anno attrasse radicali e repubblicani transigenti (come il “fratello” Aurelio Saffi, nel 2019 biografato dalla Associazione culturale di Forlì, che ne prese il nome nel 1900) all’insegna dell’unità della patria e della concordia dei cittadini.

Nel 1890, su proposta del governo presieduto da Francesco Crispi, il Parlamento deliberò l’erezione in Roma del monumento nazionale a Mazzini (opera di Ettore Ferrari, venne “scoperto” all’Aventino solo nel 1949). La Nuova Italia lo riconosceva tra i suoi profeti, come spiegò alla Camera il ministro della pubblica istruzione, Michele Coppino, massone. Due anni dopo a Genova venne fondato il partito dei lavoratori italiani, poi partito socialista italiano, contrapposto anche al mazzinianesimo ma alimentato da società operaie di matrice mazziniana. Dal canto suo il partito repubblicano italiano, nato nel 1897 con il motto “definirsi o sparire”, affiancò al suo magistero quello di altri repubblicani, come Alberto Mario.

Mazzini fu dunque un “uomo universale”, come scrisse Carlo Gentile. Le sue idee si propagarono ovunque. La sua immagine ascetica affascinò. Col tempo fu dimenticata la catena dei suoi errori politici dall’esito spesso tragico. Rimase l’esempio di rigore e coerenza. Mazzini divenne emblema della speranza di tempi migliori e della necessità di impegnarsi per realizzarli. Mostrò che le idee si affermano attraverso la comunicazione: lettere, circolari, manifestini, giornali, associazioni, leghe, partiti… Non basta averne; bisogna diffonderle.

Giuseppe Mazzini – Francobollo italiano commemorativo (1861 – 2011)

Non per caso si propose come Apostolo. Evangelista, aggiungiamo. Religioso nell’età del materialismo, profeta di sentimenti contro l’aridità dell’affarismo, fu il maggior romantico del Risorgimento, ma nella edificazione della Terza Italia venne eclissato da due passionali di buon senso, Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi.

Aldo A. Mola

Joseph-Marie de Maistre (Chambéry, 1º aprile 1753 – Torino, 26 febbraio 1821) – Bicentenario della morte

Joseph-Marie de Maistre

(Chambéry, 1º aprile 1753 –
Torino, 26 febbraio 1821)

Joseph-Marie de Maistre fu un filosofo, politico, diplomatico, scrittore, magistrato e giurista savoiardo di lingua francese, tra i più noti pensatori reazionari del periodo post-rivoluzionario.

Ambasciatore del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello zar Alessandro I dal 1803 al 1817, poi da tale data fino alla morte ministro reggente la Gran Cancelleria del Regno di Sardegna, de Maistre fu tra i portavoce più eminenti del movimento controrivoluzionario che fece seguito alla Rivoluzione francese e ai rivolgimenti politici in atto dopo il 1789; propugnatore dell’immediato ripristino della monarchia ereditaria in Francia, in quanto istituzione ispirata per via divina, e assertore della suprema autorità papale sia nelle questioni religiose che in quelle politiche, de Maistre fu anche tra i teorici più intransigenti della Restaurazione, sebbene non mancò di criticare il Congresso di Vienna, a suo dire autore da un lato di un impossibile tentativo di ripristino integrale dell’Ancien Régime (peraltro ritenuto di sola facciata) e dall’altro di compromessi politici con le forze rivoluzionarie.

Biografia

Joseph-Marie de Maistre nacque a Chambéry, in Savoia, allora parte del Regno di Sardegna, il 1º aprile 1753, da François-Xavier, magistrato e membro del Senato savoiardo, e dalla nobildonna Christine Demotz, primogenito di dieci figli. Soltanto nel 1778, grazie ai servigi resi alla Corona, il padre ricevette il titolo nobiliare di conte. Il giovane Joseph ebbe la sua prima educazione presso i gesuiti della sua città natale, verso i quali per tutta la vita nutrirà una profondissima devozione. Si laureò in giurisprudenza all’Università di Torino.

Joseph-Marie de Maistre.

Nonostante l’intrapresa carriera da giurista e la ricca biblioteca di volumi di diritto ereditata dal nonno materno, le carte del diario di de Maistre e le corrispondenze iniziali suggeriscono che egli fosse assai più interessato alla teologia e a discipline quali filosofia, politica e storia piuttosto che a quelle giuridiche. Inoltre, assieme al francese, sua lingua madre (come della quasi totalità della nobiltà piemontese), e al greco e al latino appresi, come detto, durante la sua eccellente educazione presso i gesuiti, de Maistre sapeva perfettamente l’italiano e molto bene l’inglese, lo spagnolo, il portoghese, oltre ad un po’ di tedesco. Il diario e le opere testimoniano la sua profonda conoscenza delle Sacre Scritture, degli scritti dei Padri della Chiesa, degli autori classici greci e latini, di quelli del Rinascimento e delle maggiori figure dell’Illuminismo europeo.

Entrò a far parte, nel 1774, della loggia massonica di rito inglese “Les Trois Mortiers“, ma nel 1778 si spostò in quella martinista di rito scozzese rettificato della Parfaite Sincérité, legata al pensiero del tradizionalista francese Louis Claude de Saint-Martin. Egli vide nel ramo di questa corrente massonica un’élite con grandi potenzialità per la restaurazione cristiana del mondo, di quella “res publica cristiana d’Europa” di cui parlerà più tardi anche Edmund Burke nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, che influenzeranno notevolmente il pensiero di de Maistre. Nel1786 sposò la nobildonna Françoise-Marguerite de Morand, che gli darà tre figli.

Nel 1788 de Maistre entrò a far parte del Senato di Savoia. Allo scoppio della Rivoluzione francese, nel 1789, vide con un certo favore le prime fasi, percependo in esse uno spiraglio a favore di riforme contro la deriva assolutistica dell’Ancien Régime. Tuttavia, dopo la proclamazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e la lettura delle già citate Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Burke, edite nel 1790, il suo atteggiamento mutò in un completo rifiuto dei principi rivoluzionari. L’anno 1790 segnò la fine dell’esperienza massonica maistreiana. Le logge massoniche e i gruppi esoterici dell’epoca erano frequentati da sacerdoti, vescovi e nobili della Chiesa cattolica, non curanti della scomunica pontificia: in modo coerente, De Maistre non ritenne che vi fosse incompatibilità fra appartenenza alla Massoneria e alla Chiesa cattolica, ed indirizzò una lettera al vertice del Rito Scozzese nella quale propose l’inserimento della riunificazione delle Chiese cristiane fra gli obiettivi prioritari della Muratoria.

Nel 1792, in seguito all’aggressione e all’invasione francese della Savoia, fu costretto a fuggire in esilio, prima ad Aosta e poi in Svizzera, a Losanna. Qui ebbe modo di conoscere Edward Gibbon, i Necker, Benjamin Constant e diversi emigrati francesi.

L’anno seguente videro la luce le note Lettere di un realista savoiardo ai suoi compatrioti (Lettres d’un royaliste savoisien à ses compatriotes). Nel 1794 de Maistre iniziò la stesura dello scritto Studio sulla sovranità, incompiuto e che uscirà soltanto postumo nel 1870. Ma saranno le Considerazioni sulla Francia (Considérations sur la France), uno dei suoi maggiori scritti, ad assicurargli la celebrità in tutti gli ambienti controrivoluzionari europei. Fuggito dalla Svizzera, anch’essa invasa dalle truppe francesi, e trasferitosi a Venezia in seria indigenza economica, riuscì finalmente a rientrare in patria nel 1797, imbarcandosi per la Sardegna, dove nel 1799 gli sarà affidato dal re l’incarico di Reggente della Gran Cancelleria del Regno a Cagliari.

Nel 1802, re Vittorio Emanuele I inviò de Maistre come ministro plenipotenziario a San Pietroburgo, presso la corte dello Zar Alessandro I. Giunto in Russia, de Maistre diventò ben presto una delle più influenti e ammirate figure intellettuali, assiduo frequentatore dei salotti della nobiltà e dell’alta società pietroburghese. Rimasto, però, isolato politicamente, senza istruzioni precise e con un appannaggio irrisorio, incompreso dai suoi superiori e dallo stesso Zar (che solo in un secondo momento seppe avvalersi dei consigli del Conte), de Maistre seppe tuttavia tutelare con grande abilità il prestigio della dinastia sabauda presso i ministri e la corte russa. Nel quadro angosciante dell’invasione napoleonica, de Maistre svolse in seno alla corte una rilevante attività politica, che portò lo stesso zar Alessandro I a cancellare alcune riforme d’ispirazione illuministica, e a favorire l’azione apostolica della Compagnia di Gesù, andatasi man mano ricostituendo dopo il suo scioglimento nel 1773. De Maistre riuscì perfino a convertire al Cattolicesimo alcuni esponenti della nobiltà russa.

Torino – Palazzo Reale.

Questo suo aperto sostegno all’azione pastorale operata dai gesuiti fece cadere de Maistre in disgrazia presso la corte dello Zar, il quale richiese alle autorità sabaude il suo rientro in patria, avvenuto poi nel 1817. Questo episodio segnò la fine della carriera diplomatica del Conte, ma non di quella politica. Il periodo pietroburghese fu uno dei più floridi dell’attività letteraria di de Maistre. Nel 1814 fu dato alle stampe il Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche (Essai sur le principe générateur des constitutions politique), della cui pubblicazione si interessò anche l’amico Louis de Bonald, altro esponente di spicco della corrente controrivoluzionaria col quale de Maistre intratteneva un rapporto epistolare. Di quegli anni furono anche l’Esame della filosofia di Bacone (Examen de la philosophie de Bacon) e le Lettere ad un gentiluomo russo sull’Inquisizione spagnola (Lettres à un gentilhomme russe sur l’Inquisition espagnole), scritte in occasione della soppressione dell’istituzione ecclesiastica, nelle quali egli criticò dal suo punto di vista le accuse comunemente lanciate dalla critica illuministica contro l’Inquisizione, attaccando anche la filosofia di Hume e gli enciclopedisti. Intanto de Maistre iniziava l’opera che lo avrebbe reso celebre, ossia Le serate di San Pietroburgo (Les soirées de Saint-Pétersbourg), capolavoro di teologia e filosofia della storia, che uscirà postumo nel 1821, appena dopo la sua morte.

Rientrato nel frattempo a Torino, nel 1818, tre anni dopo la fine del Congresso di Vienna, fu nominato nuovamente Ministro Reggente della Gran Cancelleria del Regno. Nel 1819, in piena Restaurazione, de Maistre pubblicò l’altro suo capolavoro, Del Papa (Du Pape).

Profondamente religioso, celebre e ammirato ormai in tutta Europa, sebbene segnato dall’indigenza in cui fu costretto a vivere negli ultimi anni, Joseph de Maistre si spense il 26 febbraio 1821, circondato dai parenti e da tutti quegli amici e conoscenti che condivisero assieme a lui il suo ideale politico e spirituale. Qualche giorno prima della morte, in una lettera a Massimo d’Azeglio, aveva compianto la sorte dell’Italia divisa e lamentato lo scarso patriottismo degli italiani. È sepolto nella chiesa dei Santi Martiri di Torino.

 

Il pensiero di Joseph de Maistre

Litografia di Joseph de Maistre, posta come ritratto in antiporta della prima edizione de Les Soirées de Saint-Pétersbourg (1821).

Conformemente al pensiero comune controrivoluzionario, per de Maistre l’origine di tutti i mali dell’epoca a lui contemporanea poteva essere identificata nella Riforma protestante.

Come afferma nella sua opera Del Papa, edita nel 1819, solo la Chiesa cattolica e la figura papale sarebbero in grado di poter garantire l’ordine sociale. Il potere papale dovrebbe inoltre essere infallibile, dal momento che è indispensabile, secondo de Maistre, che vi sia qualcuno in grado di poter giudicare senza essere giudicato. Non bisogna confondere però tale concezione politica dell’infallibilità petrina con quella elaborata dal Concilio Vaticano I che la circoscrive all’ambito del contenuto della fede.

L’ultramontanismo

La rivoluzione è il peccato (sociale) in quanto distruzione dell’ordine naturale – e, dunque, legittimo – voluto da Dio (essendo, secondo de Maistre, l’autorità divina a legittimare la sovranità politica e qualsiasi potere terreno). In de Maistre torna inoltre sia il concetto di centralità della Chiesa cattolica che l’unione del potere temporale e politico nelle sole mani del pontefice, inteso come vertice della piramide sociale e civile oltre che arbitro internazionale di ogni conflitto, in quanto ritenuto al di sopra di ogni particolarismo nazionale.

Tali posizioni identificano de Maistre quale rappresentante della corrente di pensiero denominata ultramontanismo, ovvero quella dottrina che afferma la suprema autorità del papato all’interno della Chiesa, e che vede nella figura del papa la guida morale della società.

Riconoscimenti

Reale Accademia delle Scienze di Torino, Socio nazionale residente della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche dal 31 marzo 1816.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 

Rif. : https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_de_Maistre

Gran Loggia 2021 convocata a Rimini per l’1 e 2 Ottobre

Gran Loggia 2021 convocata a Rimini per l’1 e 2 Ottobre

(News dal GOI)

Fissate le date per la Gran Loggia 2021. La massima assise del Grande Oriente d’Italia si terrà, come di consueto, al Palacongressi di Rimini Venerdì 1 e Sabato 2 Ottobre prossimi.

GOI – Gran Loggia al Palacongressi di Rimini

La Giunta del Grande Oriente d’Italia, in seguito alle disposizioni contenute nel dpcm governativo per contenere la diffusione della pandemia, ha deciso di variare la data della Gran Loggia che era stata prevista in un primo momento per il 9 e 10 aprile prossimi.

In conseguenza di tale decisione, presa con grande senso di responsabilità e in rispetto delle norme dettate dalle pubbliche autorità, la Gran Loggia 2021 si svolgerà sempre a Rimini l’1 e il 2 ottobre con le modalità già previste.

Si invitano tutti i fratelli a stringersi più che mai in catena d’unione in questo delicato momento causato dalla crisi pandemica, a stare vicini a coloro che dovessero trovarsi in difficoltà e a guardare con coraggio e fiducia al futuro. Certi che presto la situazione si evolverà in senso positivo e i liberi muratori del Grande Oriente d’Italia torneranno presto al lavoro nel grande cantiere del Tempio.

AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D’AOSTA – UN ITALIANO SUL TRONO DI SPAGNA (1871-1873) di Aldo A. Mola

AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D’AOSTA

UN ITALIANO SUL TRONO DI SPAGNA

(1871-1873)

di

Aldo A. Mola

Un Savoia sul trono di Madrid

C’era una volta l’Italia. Svolgeva un ruolo centrale per salvare l’Europa dall’abisso della guerra generale e della rivoluzione. Il 30 dicembre 1870 Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, approdò a Cartagena. Il 16 novembre il Parlamento di Madrid (las Cortes) lo aveva eletto re di Spagna con 191 voti contro 120. Suo attivo e prestigioso “grande elettore” era il generale Juan Prim y Prats, conte di Reus. A deciderne l’elezione furono quattro concause che andavano molto oltre la sua persona.

In primo luogo gli insanabili conflitti interni allo Stato iberico. Il 18 settembre 1868 Esercito e Marina avevano iniziato la “Gloriosa Rivoluzione” che costrinse all’esilio Isabella II di Borbone col suo fido confessore, Antonio Maria Claret, e la discussa “sor Patrocinio”, monaca sedicente miracolosa ma ritenuta “anima nera” della regina. Il 1° giugno 1869 le Cortes di Madrid approvarono la Costituzione che fece della Spagna una “monarchia democratica”. Un ossimoro. Il sovrano elettivo sarebbe risultato ostaggio dell’Assemblea.

Spettava ai deputati cercare il sovrano, più di loro mutevole gusto che adatto al Paese. Da decenni la Spagna era un guazzabuglio di conflitti tre pretendenti, correnti, clan e gruppi che si offrivano alzando il prezzo della propria corruttibilità, una malattia genetica. Fernando VII di Borbone, “il Desiderato”, abrogò la legge salica (successione al trono di maschio in maschio) e nominò erede la figlia Isabella II. Suo fratello, Don Carlos Maria Isidro, rivendicò il trono manu militari. Se ora il conflitto è una disputa tra appassionati di araldica, all’epoca fu combattuto con le armi e con la sua ferocia seminò odio e spirito di vendetta.

Le Cortes, in terzo luogo, dopo varie dispute e interferenze straniere (dinastiche, ideologiche e personalistiche, con tanti altezzosi “cacicchi”, “costruttori a noleggio”) il 21 giugno 1870 scelsero per re Leopoldo Hohenzollern Sigmaringen. Forse non era il peggio possibile (la Spagna era sotto l’influenza del filosofo massone Krause, del tutto ignorato in Italia), ma l’imperatore Napoleone III non poteva ammettere che la Francia venisse chiusa nella tenaglia tra la Prussia e una Spagna germanizzata: un balzo di secoli all’indietro, all’età durata da Carlo V d’Asburgo alla guerra di successione spagnola, da inizio Cinquecento al Settecento, quando Filippo V di Borbone ascese sul trono di Madrid.

L’Europa di 150 orsono usava moneta vecchia (successioni dinastiche sulla base delle norme vigenti all’interno delle singole Case regnanti) e moneta nuova (la volizione delle “nazioni” espressa dai suoi rappresentanti elettivi). Non bastasse, dal 1864 serpeggiava l’internazionale operaia, la Rivoluzione soffocata con l’annientamento di Caio Gracco Babeuf e dei suoi seguaci ed eredi. Nel 1869 Giuseppe Fanelli fondò in Spagna i primi nuclei dell’Internazionale e Farga Pellicer li rappresentò al congresso di Basilea. “Ordo ab Chao” era l’insegna del Rito scozzese antico e accettato, il più influente della massoneria universale, ma anche quella dell’estremismo giacobino pronto scatenare il pandemonio per e afferrare il potere con un colpo di mano, preludio alla tirannide rossa.

Per scongiurare questo rischio bisognava avere mano ferma, solide basi nella Spagna profonda e il consenso delle Potenze del “concerto europeo”, che sempre più “steccava” per mancanza di un direttore d’orchestra. Lo stratega dell’“investitura” di Amedeo di Savoia, il generale Juan Prim y Prats, era alto grado della massoneria come documenta l’insuperato massonologo José Antonio Ferrer Benimeli nel rigoroso e “divertido” volume Jefes de gobierno masones. España 1868-1936 (Madrid, Esfera de los Libros, 2007).

La svolta da Leopoldo Hohenzollern al Duca di Aosta non fu affatto indolore. Dopo una serie di provocazioni il 19 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia, benché Berlino avesse acconsentito a dichiarare che “mai” avrebbe mirato a insediare un principe tedesco sul trono spagnolo. Le conseguenze del conflitto sono notissime. L’1-2 settembre agli acuti dolori alla prostata Napoleone III aggiunse la sconfitta militare a Sedan e la resa nelle mani del nemico. A Parigi fu proclamata Repubblica, la terza dopo quelle del 1792 e del 1848. La Rivoluzione prese la rincorsa e finì con la “Commune” di Parigi e la guerra civile soffocata in un bagno di sangue nel 1871.

Il ruolo europeo del Regno d’Italia

Il 20 settembre 1870 il regno d’Italia fece di Roma la propria capitale effettiva: un triplo salto carpiato, che gli consentì di chiudere la “questione romana” nei confini interni, nel rispetto della “sovranità spirituale” di Pio IX, e di candidarsi a garante della pax europea. Con il crollo dell’impero francese, il neonato regno sabaudo (14/17 marzo 1861) risultò il più importante dell’Europa centro-occidentale “di terraferma”, impero austro-ungarico a parte. Aveva carte da giocare anche per attuare la “missione dell’uomo bianco” negli spazi afro-asiatici. Nel 1868 la genovese Compagnia di navigazione Rubattino acquistò la baia di Assab sulla costa africana del Mar Rosso, primo passo verso la futura Colonia Eritrea (1885-1890).

Dall’inizio del torbido “sessennio” che dilaniò la Spagna, il re d’Italia Vittorio Emanuele II, politico dalla lungimiranza ancora in attesa di pieno riconoscimento storiografico, mise sul tavolo della diplomazia moneta vecchia di incontestabile valore legale: il titolo di successione di un Savoia sul trono di Madrid, risalente alla rinunzia al trono di Sicilia (in cambio della Sardegna, 1719) in caso di “estinzione” dei Borbone, proprio quanto era accaduto con la cacciata di Isabella II. A quel punto il Re Vittorio doveva mettere in campo un Principe della propria Casa. Cercò invano di indurre il nipote Tommaso di Savoia-Genova, che però (come ricorda Franco Ressico nella recente bella biografia di Carlo Cadorna, ed. BastogiLibri) si riteneva riserva aurea della Casa se i figli del sovrano non avessero dato continuità diretta alla Corona. Dopo mesi di sollecitazioni, documentate dal suo Epistolario curato da Francesco Cognasso (Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1966), Vittorio Emanuele II ottenne infine l’assenso del secondogenito Amedeo duca di Aosta ad assumere la corona di Spagna.

Quella “moneta vecchia” faceva di Roma il fulcro di un “patto di famiglia” che andava dall’Italia al Portogallo, il cui re (sovrano di un vasto impero coloniale) aveva sposa Maria Pia, figlia del re d’Italia. Tra i “doni di nozze” era stata ventilata la cessione dell’Angola a Vittorio Emanuele: un’ipotesi bloccata dalla Gran Bretagna che non voleva un altro Stato europeo sull’Atlantico.

Il dialogo impossibile tra il Re e il suo “popolo”

Re designato, Amedeo di Savoia partì da La Spezia il 26 dicembre. Il 2 gennaio entrò in Madrid intirizzita dalla neve. Salutò la cortina di spettatori con ampi gesti, che alcuni interpretarono come segni massonici. Giurò fedeltà alla costituzione e intraprese la sua “missione”. Purtroppo per lui il 27 dicembre il generale Prim era rimasto vittima di un attentato. Come documentano le sue recenti biografie, la ferita di una palla di rivoltella non venne affatto curata. Molti indizi lasciano anzi ritenere che fu “aiutato a morire”. Nell’ “imbalsamazione” i suoi occhi furono sostituiti con bulbi di vetro: per celare tracce di soffocamento?

Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 1845-1890), “el Rey Caballero”, e la regina Vittoria, che allatta un bambino spagnolo. Sullo sfondo l’Escorial. (da Aldo A. Mola, Italia. Un Paese speciale,Torino, Ed. del Capricorno, 2011, vol. 2, p.123) Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re di Sardegna e d’Italia, e di Maria Adelaide d’Asburgo, da Maria Vittoria il principe Amedeo ebbe Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele e Luigi Amedeo. Vedovo dal 1876, nel 1888 sposò la nipote, Maria Letizia Bonaparte, figlia di Carlo Gerolamo e di sua sorella Clotilde di Savoia, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi. Emanuele Filiberto (1869-1931), II Duca di Aosta, comandante della Terza Armata nella Grande Guerra, da Elena d’Orléans ebbe Amedeo (poi III Duca d’Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi nel 1942) e Aimone, Re di Croazia (ove non pose mai piede), IV duca di Aosta, padre di Amedeo di Savoia, nato nel 1943, V Duca di Aosta, poi Duca di Savoia, erede della Corona d’Italia, padre di Aimone di Savoia, VI Duca di Aosta, che da Olga di Grecia (sposata nel 2018) ha avuto Umberto, principe di Piemonte, Amedeo e Isabella. Il Principe Aimone è ambasciatore del Sovrano Ordine Militare di Malta presso la Federazione Russa. Nell’Archivio storico nazionale di Salamanca è conservata una lettera della Loggia “Nuova Sparta” all’ “Hermano Amadeo de Saboya, grado 33° (1872), che proverebbe legami tra il Re e la massoneria spagnola, all’epoca molto frastagliata.

Comunque sia, con la sua tragica morte (30 dicembre) la Spagna stessa entrò in agonia. Il 24 gennaio 1871 al prestigioso e affollato Teatro Calderón di Madrid (ricorda lo storico Vicente Palacio Atard) fu rappresentata la commedia “Maccaronini I”, sarcastica allusione al nuovo re. Parecchi ufficiali rifiutarono di prestare il giuramento di rito. In varie città, Madrid inclusa, si levarono grida “Viva il Papa-Re, abbasso il Re massone”. In marzo fu rinnovata la Camera. Vennero eletti 53 carlisti, 18 isabellini,18 fautori del futuro Alfonso XII di Borbone (figlio di Isabella II), 9 seguaci di Antonio di Montpensier, duca di Orléans, mancato candidato al trono, e ben 52 repubblicani dichiarati. I “costituzionali” erano lacerati in fazioni guidate da maggiorenti che si contendevano il potere, spinti da proterva ambizione personale: Mateo Práxedes Sagasta, Ruiz Zorrilla (entrambi alti dignitari massonici) e Francisco Serrano duca de La Torre, ognuno con le proprie clientele.

In due anni si susseguirono sei diversi governi. Una nuova elezione generale portò alle Cortes 14 seguaci di Sagasta (“progressisti”), 9 “alfonsini” dichiarati e 79 repubblicani capitanati da Emilio Castelar e apprezzato da Mazzini e Garibaldi: minoranze inconcludenti ma chiassose, come osservò Ortega y Gasset in “El Imparcial”.

Amedeo I tentò di farsi ben volere percorrendo le molte e vaste regioni dell’immenso “continente” iberico e ricambiando le calorose attenzioni di dame e damazze. Ma era la Spagna stessa a precipitare verso la crisi. Si aggrovigliarono l’esito infelice di una delle molte fasi belliche a Cuba, l’insorgenza armata dei carlisti in Navarra (21 aprile 1872) e le agitazioni in Catalogna.

Il Paese era lacerato dalla rottura tra Chiesa e Stato, che risaliva alla proclamazione della libertà di religione (1° giugno 1869), duramente combattuta dall’episcopato e dalla generalità del clero cattolico. Lo scioglimento dei gesuiti, di ordini conventuali e congregazioni religiose aveva riattizzato divisioni che risalivano all’età franco-napoleonica, alla guerriglia per l’indipendenza nazionale e alla feroce lotta contro gli “afrancesados”. “Amedeo Primero”, figlio del re che aveva spodestato Pio IX, era considerato strumento di Satana. La regina, la piissima Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, era figlia del principe Emanuele, famoso cospiratore liberale del 1821 e “caposetta” così potente che, fermato alla frontiera del regno sabaudo con molte prove a suo carico, era stato subito rilasciato. Un mistero paragonabile a quello del leggendario Michele Gastone, massone e carbonaro.

Come attestato dal conte di Romanones, Amedeo di Savoia concluse che ormai la dirigenza politica era “una casa di pazzi”. Dopo essere stato bersaglio di due attentati (il secondo mentre era in compagnia della regina), alle 13 e 30 dell’11 febbraio 1873, avuto riservatamente il consenso paterno, abdicò alla Corona di Spagna e rientrò in Italia, ove, nei tempi e modi previsti, riprese titolo alla successione in subordine al fratello maggiore, Umberto. Se in repubblica un governo non regge su maggioranze raccogliticce, una monarchia elettiva ha bisogno di consenso vastissimo, come sentenziò Umberto II alla vigilia del referendum del 2-3 giugno 1946.

La Repubblica e il caos

Lo stesso 11 febbraio 1873 a Madrid fu proclamata la repubblica. La Spagna precipitò in un regime anarco-sovietico. L’11 luglio il potere esecutivo fu assunto da Francisco Pi y Margall. Il giorno dopo esplose l’ “alzamiento” in Cartagena. Il 18 seguente salì al potere Nicolas Salmerón, altro massone. Il 5 settembre Castelar assunse la presidenza della Repubblica “conservadora”. Il 4 gennaio 1874 il generale Manuel Pavia y Lacy, marchese di Novaliches, sciolse le Cortes. Il governo passò nelle mani di Francisco Serrano. Il 10 venne soppressa la sezione dell’internazionale operaia. Il 29 dicembre 1874 Carlos Martínez Campos proclamò in Sagunto la restaurazione della monarchia nella persona di Alfonso XII di Borbone, antenato dell’attuale Felipe VI. Il cerchio si chiuse. Due anni dopo don Carlos passò la frontiera e dalla Francia riparò nell’Impero asburgico, sempre col sostegno del clero reazionario e oscurantista. Il 30 giugno 1876 la Restaurazione iniziò a camminare sulla via indicata da Antonio Cánovas del Castillo, grande riformatore destinato a essere assassinato proprio perché, come già Prim, favoriva il progresso.

Il “sessennio” contenne i germi della seconda repubblica e delle sue devastanti conseguenze: la guerra civile del 1936-1939, che oggi continua con la “damnatio memoriae”. La Spagna ebbe la saggezza di rimanere estranea alla Grande Guerra come poi alla Seconda guerra mondiale, ma non ha mai superato le divisioni interne (lo documentano le magre sorti del Partito popolare e di Ciudadanos) e l’inclinazione all’estremismo da anni impersonato da Pablo Iglesias e dalla deriva indipendentistica e repubblicana imperversante in Catalogna.

Benché non sia mai giunto a ispanizzarsi (riluttò anche ad apprendere e a usare correntemente lo spagnolo) Amedeo I ebbe il pregio di far capire agli spagnoli che la monarchia era l’unica istituzione capace di tradurre in forza unificante le pulsioni particolaristiche. Preferì abdicare piuttosto che tradire il giuramento di fedeltà alla “monarchia democratica”, caposaldo della Spagna odierna.

Motivo questo per fare memoria del 150° dell’ascesa del duca Amedeo di Savoia sul trono di Spagna: una grande occasione mancata per l’“Unione latina”, alternativa al dominio germanico e all’altrettanto fatale duello franco-tedesco iniziato nel luglio 1870 e protratto sino al maggio 1945, quando tutti i paesi europei, vincitori e vinti, persero la guerra e finirono, come sono, succubi di potenze mondiali.

Aldo A. Mola

Massoni celebri. Ottantacinque anni fa passava all’Oriente Eterno il grande Kipling

SQUADRA E COMPASSO

(dal sito web del GOI)

                        Massoni celebri. Ottantacinque anni fa passava all’Oriente Eterno il grande Kipling

Il 18 gennaio di 85 anni fa moriva a Londra il fratello Joseph Rudyard Kipling, scrittore e poeta inglese, nato a Bombay (Mumbay)  il 30 dicembre del 1865, Joseph “Rudyard” Kipling, (il secondo nome deriva dal lago Rudyard, nello Staffordshire, dove i suoi genitori inglesi si erano conosciuti e corteggiati), trai più noti autori di libri di avventura – molti dei quali di ambientazione indiana – in cui ha profuso talento narrativo e impegno politico-sociale.

Joseph Rudyard Kipling, scrittore e poeta inglese.

Kipling raggiunse la notorietà con le poesie Barrack-room ballads (1892); seguirono i suoi capolavori: Il libro della giungla (1894), Il secondo libro della giungla (1895), Capitani coraggiosi (1897) e Kim (1901). Nel 1907 gli è stato conferito il premio Nobel per la letteratura.

Fece il suo ingresso in Massoneria nel 1886, nella Loggia Hope and Perseverance nr. 782 di Lahore, Punjab, (loggia che rese celebre con la poesia “Mother Lodge” apparsa in “The Seven Seas” nel 1896). Fu iniziato da un maestro venerabile indù, promosso compagno da un musulmano ed elevato al grado di maestro da un inglese, mentre il tegolatore era ebreo. Tutta l’opera di Kipling reca il segno della sua vocazione universalistica.

In seguito di affiliò alla Loggia Philantropy nr. 391 di Allahabad nel Bengala e quindi, stabilendosi in Inghilterra, fu fondatore delle logge Builders of the Silent Cities nr. 4948 e Author’s nr. 3456. Kipling, autore anche della celeberrima poesia If, scritta nel 1895 e dedicata al figlio John, tradotta in italiano da Gramsci nel 1916, e pubblicata sul quotidiano Avanti! con il titolo Se-breviario per laici, fu laureato Poeta dalla antichissima Loggia Canongate Kilwinning di Edimburgo che nel 1787 aveva attribuito lo stesso onore al poeta scozzese Robert Burns, anch’egli massone.

Ecco la sua poesia più massonica: Loggia Madre.

C’erano Rundle, il capo stazione, / E Beazeley, delle Ferrovie, / E Ackman dell’Intendenza, / E Donkin delle Prigioni, / E Blake il sergente istruttore, / Per due volte fu il nostro Venerabile / Con quello che aveva il negozio «Europa», / Il vecchio Framjee Eduljee. / Fuori – «Sergente, Signore, Saluto, Salaam» / Dentro, «Fratello», e non c’era nulla di male. / Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra, / Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù! / Avevamo Bola Nath il contabile / E Saul, l’israelita di Aden, / E Din Mohammed disegnatore al Catasto, / C’erano Babu Chuckerbutty, / E Amir Singh, il Sikh, / E Castro delle officine di riparazione, / Il Cattolico Romano! / Non avevamo belle insegne, / E il nostro Tempio era vecchio e spoglio, / Ma conoscevamo gli antichi Landmarks, / E li osservavamo per filo e per segno. / E guardando tutto ciò all’indietro, / Mi colpisce questo fatto, / Che non esiste qualcosa come un infedele, / Eccetto, forse, noi stessi. / Poiché ogni mese, finiti i Lavori, / Ci sedevamo tutti e fumavamo, / (Non osavamo fare banchetti / Per non violare la casta di un Fratello), / E si parlava, uno dopo l’altro, / Di Religione e di altre cose, / Ognuno rifacendosi al Dio che meglio conosceva. / L’uno dopo l’altro si parlava, / E non un solo Fratello si agitava, / Fino a che il mattino svegliava i pappagalli, / E quell’altro uccello vaneggiante; / Si diceva che ciò era curioso, / E si rincasava per dormire, / Con Maometto, Dio e Shiva / Che facevano il cambio della guardia nelle nostre teste. / Sovente, al servizio del Governo, / Questi passi erranti hanno visitato / E recato saluti fraterni / A Logge d’oriente e d’occidente, / Secondo l’ordine ricevuto, / Da Kohat a Singapore, / Ma come vorrei rivedere / Ancora una volta quelli della mia Loggia Madre! / Vorrei potere rivederli, / I miei Fratelli neri e scuri, / Tra l’odore piacevole dei sigari di là, / Mentre ci si passa l’appiccicafuoco; / E con il vecchio khansamah che russa / Sul pavimento della dispensa, / Ah! essere Maestro Massone di buona fama / Nella mia Loggia Madre, ancora una volta! / Fuori – «Sergente, Signore, Saluto, Salaam» / Dentro, «Fratello», e non c’era nulla di male. / Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra, / Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù!

SQUADRA E COMPASSO – Notizie dal GOI a cura di Sergio Monticone – Primo Gran Sorvegliante.

SQUADRA E COMPASSO

Notizie dal GOI

a cura di Sergio Monticone

Primo Gran Sorvegliante

Debutta la Rivista di informazione della Confederazione massonica interamericana. GOI presente con tre articoli.

 

E’ uscito il primo numero della Rivista di  informazione della Confederazione massonica interamericana, che si prefigge, spiega nell’editoriale il direttore Pedro Longo, di diventare uno strumento per sviluppare e promuovere il dialogo e l’integrazione tra i membri della vasta comunità  massonica della Cmi. In primo piano il Grande Oriente d’Italia con tre articoli, Il Goi e i mattoni della Fratellanza sull’iniziativa di solidarietà lanciata dalla comunione dopo lo scoppio della pandemia; L’anima del mondo, dedicato all’incontro con la scrittrice Silvia Ronchey sulla figura di Ipazia e sulla favola ambientalista Filelfo; e Il filosofo Vito Mancuso, sulla conferenza di presentazione del bestseller “I quattro maestri”.

Copertina della Rivista Massonica Interamericana – Dicembre 2020

Apre il numero, dopo l’editoriale di presentazione, il Messaggio di saluto alla Confederazione, firmato dal Gran Maestro della Gran Loggia di Bolivia. Tra le altre notizie riportate, la decisione della Massoneria argentina di adottare il voto elettronico per il rinnovo dei suoi vertici; la mostra realizzata dal Gran Loggia della Massoneria dell’Uruguay su “Massoneria e Medicina”; i 41 anni di storia della Gran Logia Equinoccial dell’Ecuador; la dichiarazione congiunta sulle conseguenze del cambiamento climatico dei Gran Maestri delle Gran Logge e Orienti di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Spagna, Paraguay, Perù, Portogallo e Uruguay in occasione dell’anniversario dell’Accordo di Parigi. E ancora la Libera Muratoria italiana con un articolo sull’iniziazione del tenore italiano Tito Schipa, avvenuta nel luglio del 1919 nella loggia Espartana di Buenos Aires.

(ds)