Giornata internazionale della libertà di stampa: 3 Maggio
Democrazia e libertà di stampa
In occasione della Giornata Mondiale della Libertà di stampa occorre soffermarsi sul grande valore della libertà, diritto essenziale dell’uomo e, nello specifico, sulla libertà di stampa che ogni Stato di Diritto deve garantire ai suoi cittadini.
La giornata, che si celebra il 3 Maggio di ogni anno in tutto il mondo, è stata istituita nel 1993 dall’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite per ricordare ai Governi di sostenere e far rispettare la libertà di parola, come si legge nell’art.19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e celebrare la Dichiarazione di Windhoek, un documento che tutela i principi in difesa della stampa libera e il pluralismo d’informazione, promulgato nel 1991 dai giornalisti a Windhoek, nella Namibia, Africa.
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo di frontiere.” (Art. 19, Dichiarazione Universale Diritti Umani, 1948).
La Libertà di Stampa è una necessità per ogni società democratica ed è parte fondamentale dei diritti promossi dall’ideologia liberale.
Incisione (Bibliothèque Nationale, Parigi) con scena di entusiasmo popolare durante la Rivoluzione francese per il riconoscimento della libertà di stampa
La libertà di espressione all’Italia è stata negata durante il regime totalitario fascista. Con la nascita della Costituzione, 1946, i nostri Padri e le nostre Madri costituenti tradussero in diritti la parola libertà. Il nostro Paese usciva, infatti, da un ventennio in cui le libertà democratiche erano state soppresse. I costituenti individuarono proprio nella libertà di stampa uno dei cardini del nuovo Stato democratico. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. (Art. 21, Costituzione italiana, 1946)
Per tale ragione è davvero inaccettabile pensare che oggi tanti siano i cittadini che rischiano la propria vita in nome della libertà d’informazione. La stampa libera, che arricchisce la nostra vita e ci permette di conoscere la vastità del mondo, negli ultimi anni è diventata l’obiettivo scelto, il nemico da eliminare. Sono sempre di più i giornalisti che oggi lottano con forza per difendere il diritto d’informazione da nuove censure sempre in agguato, che girano il mondo per raccontarci, senza filtri, che le guerre ancora esistono e che con le loro inchieste raccontano alla società civile le dinamiche delle organizzazioni criminali. Sono sempre di più i giornalisti che pagano con l’arresto, con l’ostracismo e addirittura con la vita il diritto di libertà.
Oggi, dobbiamo essere coscienti che diritti e libertà sono in pericolo e spetta ad ognuno di noi il compito di proteggerli. Questo è ancor più necessario in una situazione di pandemia mondiale che rischia di indebolire le istituzioni sociali e favorire comportamenti autoritari e conflitti tra gli Stati.
Censura
Reporter Senza Frontiere, organizzazione non governativa no-profit, lo scorso anno ha realizzato una classifica nella quale l’Italia risultava 41° posto dietro le grandi maggiori potenze europee.
Per quanto riguarda la situazione del nostro Paese, l’Ong RSF ha posto l’accento sugli oltre 20 giornalisti italiani costretti a vivere sotto protezione a causa delle minacce ricevute. Più in generale ha messo in luce e la necessità per i paesi di sostegni pubblici per il settore dell’informazione . A tal riguardo l’UE per far fronte alla situazione in cui versano i mezzi d’informazione ha istituito un fondo di emergenza per i media e la stampa e proteggere così la libertà di informazione e i giornalisti.
Libertà di Stampa
Il 3 maggio è il giorno in cui l’espressione libertà di stampa deve diventare concretezza, esempio, coraggio.
In questa giornata è doveroso dedicare un pensiero a tutti i giornalisti, italiani e stranieri, che ogni giorno sacrificano la loro vita per il diritto d’informazione e commemorare tutti i giornalisti che hanno perso la vita solo perché hanno scelto di essere portatori di libertà e di verità.
Si intende sottolineare con forza l’altissimo valore civile di una giornata così significativa la quale ci deve spingere a comprendere pienamente che il valore della libertà non è un diritto acquisito e immutabile, ma una conquista di civiltà che va difesa ogni giorno con coraggio e gesti importanti, per fare in modo che niente e nessuno possa pregiudicare questi diritti fondamentali ed irrinunciabili per il bene ed il progresso dell’Umana Famiglia.
Questo articolo, interessante per l’argomento trattato, la corsa allo spazio tra Unione Sovietica e Stati Uniti, esula dalle tematiche consuete de L’ipotenusa. Ma viene qui pubblicato sul sito web anche in considerazione che siamo a 60 anni dall’inizio del volo dell’uomo nello spazio extraterrestre, e che alcuni cosmonauti statunitensi erano Massoni.
Jurij Alekseevič Gagarin (Klušino, 9 marzo 1934 – Kiržač, 27 marzo 1968) è stato un cosmonautasovietico, primo uomo a volare nello spazio, portando a termine con successo la propria missione il 12 aprile 1961 a bordo della Vostok 1.
Inoltre, diversi cosmonauti degli USA erano affiliati alla Massoneria, e tra questi, Buzz Aldrin, 33° del RSAA, primo uomo, con Neil Armstrong, a posare i piedi sulla Luna, con la Missione Apollo 11 (16 Luglio 1969 – 24 Luglio 1969).
Buzz Aldrin, conquistatore della Luna, astronauta USA, Massone – 33° RSAA. Portò sulla Luna l’emblema del Rito Scozzese Antico ed Accettato.
Apollo 11 fu la missione spaziale che portò i primi uomini sulla Luna, gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin, il 20 luglio 1969 alle 20:17:40 UTC. Armstrong fu il primo a mettere piede sul suolo lunare, sei ore più tardi dell’allunaggio, il 21 luglio alle ore 02:56 UTC. Aldrin arrivò 19 minuti dopo. Equipaggio: Neil Armstrong, Michael Collins, Buzz Aldrin.
(ds)
Assalto alla Luna !
Mario Anesi
Invano si cercherebbe nel passato qualcosa di analogo al progetto Apollo. Il primo che si presenta alla mente è il Manhattan, che portò alla costruzione della bomba atomica. Anch’esso aveva carattere d’urgenza. Tuttavia, a parte il puro e semplice confronto dei costi, due miliardi di dollari del Manhattan contro i 32 dell’Apollo, sono le circostanze in cui i due progetti vennero impostati che divergono sostanzialmente. Ciò che spinse a costruire la bomba atomica fu la paura, del tutto giustificata, anche se in ultima analisi infondata, della terribile eventualità che Hitler avesse già in mano un’arma del genere. Ora, tra le ragioni che portarono alla realizzazione del progetto Apollo non ce n’era alcuna di così impellente.
Apollo – NASA
Esempi di enormi risorse spese in opere di dubbia utilità li troviamo in civiltà molto lontane: nell’antico Egitto che costruisce le piramidi, nella Cina con la sua armata di terracotta, nell’Europa medievale che innalza al di sopra del circostante squallore le ardite guglie delle sue cattedrali e, più vicino a noi, il supremo monumento al prestigio laico dei palazzi reali del Sei-Settecento.
Ma un paese che si inventi una sfida come quella dell’Apollo e l’accetti ad un prezzo così elevato e con la prospettiva di ricavarci vantaggi materiali e scientifici così scarsi, e poi si impegni a portarla avanti entro un termine di tempo che non ammette insuccessi, è in realtà un fatto unico nella storia. Lo sbarco sulla Luna richiese agli Usa, alla sua popolazione e alle sue istituzioni una mobilitazione di qualità e quantità – oltretutto nel bel mezzo di quel “buco nero” che fu il Vietnam – che non si erano mai viste in nessun paese al mondo.
Si è detto spesso che il progetto Apollo costituisse un’esercitazione della scienza. Anche se fosse vero – e non lo è assolutamente – non spiegherebbe la ragione per cui sia stato intrapreso.
La scienza aveva da risolvere infiniti problemi più urgenti e più utili che non quelli per l’invio di uomini sulla Luna.
Ma non era la scienza il fine ultimo dell’Apollo. E non lo era neppure la sua inseparabile gemella nella retorica dello spazio: l’avventura. Se pur questa ha mai giocato un ruolo in quell’impresa, si trattava di un genere di avventura assai strano. I grandi avventurieri del passato erano figure solitarie che scomparivano per anni in mari incogniti o in giungle inesplorate senza mantenere alcun contatto con il paese d’origine e dati spesso per dispersi. L’astronauta ha alle sue spalle un esercito di migliaia di uomini: non solo è in costante contatto con la base ma i suoi stessi movimenti sono in realtà controllati da terra. Se poi l’unità di misura è il rischio c’è da chiederci se si corrono maggiori pericoli camminando sul Mare della Tranquillità piuttosto che nelle risaie del Vietnam (agli astronauti non era corrisposta una diaria superiore a quella di un pilota in zona operativa).
Ancora. Non è per un profitto economico che siamo andati sulla Luna. È anche questa la differenza che corre tra Armstrong e Cristoforo Colombo: non c’è figura storica che venisse più frequentemente citata, per giustificare la spedizione alla Luna, dello scopritore dell’America. Eppure questo paragone è assolutamente banale e infondato. Colombo, Vasco da Gama, Cortes, Magellano salparono verso l’ignoto alla ricerca della ricchezza. Armstrong era perfettamente consapevole che una volta messo piede sul suolo del nostro satellite non vi avrebbe trovato nulla con un valore venale. Prima che il suo viaggio fosse portato a termine alcuni uomini morirono per colpevole negligenza, vittime della fretta smodata con cui il programma venne condotto.
Per conoscere i motivi per cui fu varato il progetto Apollo andremo dunque agli inizi dell’avventura spaziale.
Dwight D. Eisenhower, 34* Presidente USA
Washington, venerdì 29 luglio 1955. È in una giornata calda e umida che gli Stati Uniti lanciano una sfida che finiranno per perdere. Il portavoce della Casa Bianca James Campbell Hagerty davanti ai giornalisti va dritto al punto: “Il Presidente (Dwight Eisenhower) ha approvato il piano nazionale per lanciare un piccolo satellite automatico in orbita circolare attorno alla Terra come contributo degli Stati Uniti all’Anno Geofisico Internazionale, che si terrà tra il luglio 1957 e il dicembre 1958”. Quattro giorni dopo, al Congresso astronautico internazionale di Copenhagen, Leonid Sedov, annuncia che “il progetto sovietico potrebbe realizzarsi in un futuro prossimo”.
A che punto erano i progressi missilistici in quel momento? Gli Usa, a parte la ricerca e la produzione di razzi terra-aria e aria-aria non erano granché interessati alla realizzazione di grandi missili balistici: nonostante avessero messo a libro paga nelle file dell’Esercito il 90% degli scienziati tedeschi creatori della V-2, compreso il loro leader Wernher von Braun, di fronte a quell’arma da apocalisse che era la bomba atomica, la massima espressione della tecnologia tedesca appariva ben poca cosa. Nel confronto con i sovietici erano avvantaggiati dal fatto di possedere un’aviazione strategica capace di colpire l’Urss da ogni lato e in qualsiasi momento.
Wernher von Braun, nel suo ufficio alla NASA
I russi, più arretrati degli americani nel campo della costruzione dei grandi bombardieri e non avendo basi d’appoggio in tutto il mondo, sono i primi ad accorgersi del ruolo che possono rivestire i missili. “Le V-2 andavano bene per spaventare l’Inghilterra. Abbiamo bisogno di missili di lunga gittata in grado di colpire gli Stati Uniti continentali” confida nell’ottobre del 1946 il comandante delle forze aeree sovietiche al capo del laboratorio di aeronautica di Mosca. Nel 1954 viene dato l’ok alla costruzione del primo missile intercontinentale, l’R-7, quello che lancerà lo Sputnik in orbita.
R-7 – Missile intercontinentale sovietico
Presa la decisione, Eisenhower deve valutare due alternative, due diversi programmi missilistici. Ovviamente non è facile, perché dietro ogni scelta c’è una lobby militar-industriale. Da una parte è schierata la Marina, che ha già mandato nell’alta atmosfera i missili Viking, congegni squisitamente scientifici: hanno fatto le prime foto della Terra dallo spazio, sono arrivati fino a 250 km di altezza. Oggi ci sembra un’inezia ma allora era un record. Il nuovo missile, destinato a lanciare il satellite, di cui si sa solo il nome, Vanguard, sarà una sua evoluzione, “semplicemente” aggiungendovi due stadi. Il ragionamento dei dirigenti della Marina è semplice: se dobbiamo lanciare un satellite per celebrare l’Anno Geofisico Internazionale, si deve fare con un programma e un veicolo tutto scientifico, senza implicazioni militari.
Dall’altra parte della barricata c’è l’Esercito che con il team di von Braun ha già sviluppato l’erede della V2, il Redstone a due stadi: basta aggiungerne un altro e il gioco è fatto. Tempo un anno e mezzo e il satellite americano sarà in orbita. Ma il problema non è tecnico ma politico: c’è anche una certa ritrosia a far rappresentare gli Stati Uniti da un satellite costruito da un ex maggiore delle SS. Il Presidente decide quindi per la soluzione “scientifica” della Marina.
Per essere sicuri che l’Esercito non faccia scherzi il Pentagono decide di affidare all’Aviazione tutti i missili con gittata superiore ai 300 km. Di più. Ordina che il terzo stadio dello Jupiter, il modello perfezionato del Redstone, già sulla rampa di lancio a Cape Canaveral, sia riempito di zavorra. Il progetto Vanguard può partire. Ma senza fretta…
Il 4 ottobre 1957, da una base “segreta” del Kazakistan, presso la località di Tyura-Tam situata a circa 350 km da Baikonur (i sovietici decidono che il centro di lancio debba essere chiamato pubblicamente con il nome della lontana cittadina per “depistare gli agenti dello spionaggio occidentale”. È come se l’aeroporto della Malpensa fosse chiamato Firenze) viene lanciato lo Sputnik (compagno di viaggio), il primo satellite artificiale.
Sputnik 1 – Primo satellite sovietico
La sua traiettoria orbitale è di 65°, tale da sorvolare l’intera terra abitata: una sfera di 58 cm di diametro contenente unicamente una radio trasmittente e batterie che si esauriranno in tre settimane. Eppure quel bip-bip, captabile anche dai radioamatori, susciterà in tutto il mondo sentimenti di stupore ammirazione curiosità apprensione e panico.
Il giorno dopo la Pravda riporta la notizia in un trafiletto di una ventina di righe. Non vi è né stupore né esaltazione: va da sé che la scienza e la tecnologia sovietica sono all’avanguardia nel mondo. Al contrario in Occidente la notizia rimbalza su tutti i mezzi di comunicazione. Il New York Times stravolge la sua tradizionale grafica per mettere tre enormi righe sotto la testata. La radio e la neonata televisione non parlano d’altro. Tutto passa in secondo piano, persino l’epidemia di influenza “asiatica” che pure sta facendo strage di anziani.
Alla fine se ne accorgono anche i media sovietici. Il titolo successivo della Pravda recita: “Creato dall’Unione Sovietica il primo satellite artificiale della Terra”. L’articolo riporta principalmente le congratulazioni ricevute dagli americani e le coordinate per osservare lo Sputnik dalle principali città del mondo. Nei giorni seguenti continua con l’elenco delle reazioni e delle congratulazioni di amici (Pechino, Varsavia, ecc.) e nemici (Roma, Parigi, Londra e Washington) sotto il titolo “La Russia ha vinto la gara”. L’Izvestia, il giornale del Pcus, afferma che l’Urss ha “sorpassato nella competizione pacifica, scientifica e tecnologica il più ricco e altamente sviluppato paese capitalista, gli Stati Uniti”.
Dopo lo Sputnik il mondo non sarà più lo stesso. Il successo di questa impresa è stato assicurato da un missile balistico intercontinentale riadattato e questo basta per dare per scontata la superiorità militare dei sovietici. L’angoscia occidentale per la minaccia strategica, coperta dal più rigoroso segreto, che ne ampia la portata, la sensazione collettiva di essere in balia di potenti missili e il timore di attacchi nucleari diretti (negli Usa andranno a ruba i rifugi antiatomici privati) condurranno a quell’affascinante e, per certi versi, assurdo capitolo della nostra storia recente che va sotto il nome di “corsa allo spazio”.
Lyndon Johnson, leader dei Democratici al Senato e futuro Presidente USA
Lyndon Johnson, leader dei Democratici al Senato e futuro Presidente, la prende alla larga: “L’Impero romano controllava il mondo perché costruiva le strade. L’Impero britannico era dominante perché aveva le navi. Noi siamo forti perché abbiamo i bombardieri. Ora i comunisti hanno stabilito una testa di ponte nello spazio esterno. E non è affatto rassicurante sapere che l’anno prossimo potrebbero inviare un satellite migliore capace di sganciarci bombe atomiche come sassi da un cavalcavia”. Nel coro di questo panico si inserisce pure il Vaticano (Pio XII), che con l’Osservatore Romano il 9 ottobre avverte: “Lo Sputnik è uno spaventoso giocattolo nelle mani di bambinoni privi di religione e morale”.
12 ottobre 1960: in un’accesa sessione dell’Onu a New York, nel Palazzo di Vetro, Nikita Kruscev , Presidente dell’Unione Sovietica, si toglie una scarpa sbattendola sul tavolo.
Eccitato dal “furore globale” e, soprattutto dallo smacco inflitto agli americani, Kruscëv chiede che, per commemorare l’imminente quarantennale della Rivoluzione Bolscevica, venga lanciato un nuovo satellite con qualcosa di sensazionale: il 3 novembre 1957 viene messo in orbita lo Sputnik-2 che porta nello spazio il primo essere vivente della storia, la cagnetta Laika. La grande impressione che provocherà sull’opinione pubblica occidentale, e statunitense in particolare, non è dovuta tanto alla bestiola quanto al peso del satellite: 508 kg contro gli 83 del predecessore. Ciò fa supporre che l’Unione Sovietica in un mese abbia potuto costruire un razzo sei volte più potente! In realtà anche questa volta viene impiegato lo stesso vettore R-7Semyorka usando tuttavia lo stratagemma di chiamare Sputnik anche il secondo stadio. Il lancio è imposto dai politici contro la riluttanza degli scienziati: basti pensare che per Laika era prevista una sopravvivenza di dieci giorni, mentre, lo si saprà trent’anni dopo, morirà poche ore dopo il lancio per un guasto dell’apparato termico.
Incalzati da questi successi gli Usa accelereranno il programma del Vanguard della Marina: il 6 dicembre 1957, in diretta televisiva, il razzo si solleva dalla rampa di lancio di due metri per poi esplodere. I giornali americani coniano termini amari come Flopnik, Kaputnik, Stayputnik. La frustrazione dell’Amministrazione Eisenhower sarà tale che deciderà di affidarsi allo Jupiter di von Braun lasciato volutamente in panchina. Il 31 gennaio 1958 il primo satellite americano, l’Explorer sarà in orbita e, a dispetto del peso modesto, 13,5 kg, contiene parecchi strumenti scientifici che permetteranno di fare una delle più importanti scoperte dell’Anno Geofisico Internazionale: le fasce di Van Allen.
Il 5 febbraio 1958 l’annunciata missione Vanguard fallisce nuovamente. Finalmente il 17 marzo mette in orbita il proprio satellite, destinato a rimanere in orbita per 300 anni. Pesante 1,5 kg è anche il primo a essere equipaggiato con celle fotovoltaiche. Nel forte spirito di rivalità interna von Braun dopo solo nove giorni riesce a lanciare l’Explorer-2.
Questi successi statunitensi fanno perdere le staffe a Kruscëv e, in uno dei suoi irritati discorsi, definendo “arance” i satelliti americani, “ordina” ai propri scienziati di realizzare qualcosa di eccezionale: e il 15 maggio 1958 entra in orbita lo Sputnik-3. Un vero laboratorio scientifico del peso di 1327 kg che porta a bordo 12 strumenti per raccogliere dati sulla composizione dell’alta atmosfera, la pressione, la presenza di particelle cariche, i fotoni, i nuclei pesanti nei raggi cosmici, i campi magnetici, ecc. Questo satellite era destinato ad essere il primo della storiama, non essendo ancora perfezionato, nella fretta di battere gli americani fu deciso di sostituirlo con il ben più semplice Sputnik-1.
Il cosmonauta Yuri Gagarin (in divisa militare) e il capo ingegnere per i missili e veicoli spaziali, Sergej Pavlovich Korolëv, parlano dopo il completamento con successo del primo volo spaziale umano compiuto da Gagarin.
Ma chi è il deus ex machina del programma spaziale sovietico? Sergej Pavlovich Korolëv, la cui identità viene tenuta rigorosamente segreta fino alla sua morte avvenuta nel gennaio 1966. Al “Progettista-Capo” non verrà mai concesso né di recarsi all’estero né di incontrare o corrispondere con scienziati stranieri. Kruscëv lo terrà sempre lontano dai riflettori sostenendo che i successi astronautici sono merito “dell’intero popolo sovietico”. “Il velo del segreto lo oppresse per tutta la vita” ricorda la figlia Natalia nel suo libro.
Sarà lui a suggerire a Kruscëv, che si esalta all’idea di poter “sorpassare l’America”, l’ambizioso progetto di lanciare il primo satellite artificiale. Korolëv sa che dovrà scontrarsi con indifferenza e ostilità. Molti scienziati della potentissima Accademia delle Scienze sono scettici sull’utilità di andare nello spazio e i militari temono che l’astronautica possa ostacolare le ricerche missilistiche a fini bellici. Solo nell’estate del ’57, dopo lunghi dibattiti, il Comitato Centrale del Pcus gli concederà il benestare.
Se lo Sputnik non avesse scatenato quell’inattesa reazione di entusiasmo e timore globali il placet del Partito si sarebbe limitato a quell’unico evento. I milioni di cittadini del blocco sovietico sentirono il petto gonfiarsi di gioia: nel crepuscolo del terrore staliniano e nelle ristrettezze del dopoguerra vedevano in quella luna artificiale che solcava il cielo d’ottobre una grande rivincita. C’era anche, forte, lo sberleffo agli invidiati nemici americani: il loro satellite passava sopra le loro ricchissime e luminosissime città.
Altri milioni di persone gonfiarono il petto quell’autunno del ’57: i comunisti dei paesi occidentali e soprattutto europei. Sentivano di avere scelto la parte giusta, la dimostrazione che il possesso comune dei mezzi di produzione, il socialismo sovietico, avrebbe rappresentato la tappa ulteriore nell’evoluzione lineare dell’umanità. Una profezia che si basava sull’equazione: più socialismo, più scienza, più progresso, più pace fra i popoli, mentre il capitalismo in crisi perdeva colpi. Questa euforia preoccupa i politici americani anche per i riflessi sui paesi che si stanno liberando dalla tutela coloniale e che sembrano più propensi a schierarsi con l’Unione Sovietica che con il blocco occidentale. Radio Cairo arriva a dichiarare che “l’era spaziale suona le campane a morto per l’imperialismo, la politica americana di assedio all’Unione Sovietica è pienamente fallita”. La scienza e la tecnologia sono diventate lo strumento principale della propaganda ideologica alla quale gli Usa si contrapporranno, come vedremo, con il loro usuale pragmatismo.
Il 25 luglio 1958 Eisenhower prende due importanti decisioni. Prima: affidare a un ente civile tutte le future attività scientifiche spaziali: la NASA (National Aeronautics and Space Administration). Seconda: iniziare a progettare una capsula per il volo orbitale umano. E, naturalmente, selezionare e addestrare i futuri astronauti per quello che sarebbe stato il Progetto Mercury.
Il vecchio presidente, più accorto riguardo allo spazio che non su molte questioni terrestri, non aveva la minima intenzione di andare sulla Luna: questi grandiosi progetti non gli facevano né caldo né freddo. Non vedeva nemmeno perché ci si dovesse prendere una rivincita sullo Sputnik. Nel suo messaggio di fine mandato avrebbe voluto annunciare che dopo il Progetto Mercury non vi sarebbero stati più voli umani nello spazio di nessun genere.
L’anno 1959 è un trionfo per l’Unione Sovietica che si assicura una serie di nuovi primati. Il 2 gennaio il “Razzo cosmico”, così denominato nell’Urss, Luna-1 diventa il primo oggetto costruito dall’uomo a raggiungere la velocità di fuga dalla Terra (11,2 km al secondo). Fallisce l’obiettivo di impatto sulla Luna ma la sfiora a meno di 6.000 km, scoprendo che non è dotata di campo magnetico. Prosegue poi il suo volo diventando il primo oggetto terrestre in orbita solare, tra la Terra e Marte.
Il 14 settembre Luna-2 impatterà la Luna tra i crateri Archimede, Aristillo e Autolico: per la prima volta un manufatto umano ha preso contatto con un altro corpo celeste. Questo evento dimostra una grande capacità di precisione di lancio, della durata della propulsione e, soprattutto, della possibilità di localizzare la sonda e correggerne la direzione. Un mese dopo, il 7 ottobre, Luna-3 riesce a fotografare ed inviare a Terra ciò che l’uomo non aveva mai visto: la faccia nascosta della Luna. Le 29 foto mettono in evidenza un emisfero completamente diverso da quello noto, ovvero costituito da valli, montagne e crateri molto più piccoli e fitti: totale assenza dei mari di lava, le macchie scure che conosciamo. Differenza questa cui a tutt’oggi non è stata data una spiegazione soddisfacente.
Al contrario, il 1960 è per i sovietici un anno da dimenticare. La prima navicella Vostok, veicolo destinato a portare in orbita un cosmonauta, con a bordo un manichino, per problemi di cattiva accensione dei retrorazzi, anziché rientrare nell’atmosfera entra in un’orbita più alta dove vi rimarrà per 5 anni. Il 28 luglio le cagnette Chaika e Lisichka, passeggere della seconda Vostok, faranno una brutta fine: il fallimento della missione, mai ammesso ufficialmente, verrà coperto dal più stretto riserbo. Stessa sorte toccherà a Pchelka e Mushka: a causa di un malfunzionamento dei retrorazzi la capsula compie un giro e mezzo in più. I due cagnolini muoiono e il veicolo non verrà mai recuperato. Alcuni dicono sia finito in fondo all’oceano, altri sostengono sia stato distrutto da cariche esplosive azionate da terra onde evitare che cadesse in mani “nemiche”. Un po’ più fortunate saranno Sciutka e Kometa: per un difetto del terzo stadio la capsula non entra in orbita e cade in una remota e inaccessibile regione della Siberia dove verrà recuperata 60 ore dopo, alla temperatura di 40° sotto zero. Le due cagnette sono semicongelate ma vive.
Ma il peggio accade a Baykonur il 24 ottobre quando avviene quella che è ricordata come la Catastrofe di Nedelin, il più grave incidente della storia missilistica. Numerose personalità, militari e politiche, sono presenti per assistere al lancio del missile strategico R-16, destinato a sostituire il “vecchio” R-7 di Korolëv. È alimentato con propellente ipergolico a base di acido nitrico e idrazina, combustibile altamente tossico e pericoloso. Il giorno prima, il missile aveva cominciato a perdere acido nitrico. Ma il maresciallo Matrofan Nedelin, comandante supremo delle forze missilistiche sovietiche, volendo evitare figuracce di fronte alle autorità rifiuta qualsiasi ipotesi di rinvio e ordina di ripararlo durante la notte senza svuotarlo del combustibile. Mezz’ora prima del lancio accade l’irreparabile: i motori dell’ultimo stadio si accendono all’improvviso investendo di fiamme lo stadio inferiore il quale esplode. Più di 200 vittime. Nedelin sarà riconosciuto solo per le medaglie che portava sul petto. Dell’intera faccenda si saprà solo nel 1989.
Piccolo passo avanti degli Usa: il 31 gennaio 1961 il Redstone fa compiere un volo suborbitale alla capsula Mercury con a bordo lo “scimponauta” Ham. A suo tempo il presidente Eisenhower aveva dichiarato che “il primo americano ad andare nello spazio non sarà di certo una scimmia!”A causa di piccoli errori di lancio la capsula vola più in alto del programmato sottoponendo la bestiola, che comunque verrà recuperata incolume, ad una accelerazione durante il rientro di 16 G.
La risposta dei sovietici non si fa attendere. Il 12 aprile del 1961 la notizia fa il giro del mondo sulla prima pagina di tutti i giornali: il cosmonauta Jurij Alexeyevich Gagarin ha effettuato un viaggio orbitale intorno alla Terra a bordo della navicella Vostok. In 108 minuti la capsula compie un intero giro intorno al pianeta raggiungendo i 28.000 km l’ora, velocità che nessun essere umano aveva mai raggiunto prima e sperimentato per la prima volta l’assenza di gravità. A differenza di quanto avvenuto con lo Sputnik, il primo volo umano nello spazio è per gli Stati Uniti una profonda umiliazione ma non una grande sorpresa: prontamente arrivano a Kruscëv le congratulazioni ufficiali di Kennedy e von Braun che ammettono la sconfitta.
Jurij Alexeyevich Gagarin, il cosmonauta sovietico, sulla copertina della rivista statunitense TIME.
Perché Gagarin e non il suo pilota di riserva Titov giudicato da Korolëv più preparato? Per il raggiungimento degli scopi di propaganda tutti i candidati devono avere un “chiaro” rapporto nei confronti del partito ed avere un passato adamantino ma, soprattutto, per Kruscëv il primo cosmonauta deve provenire da una famiglia di operai e contadini mentre Titov è figlio di un professore, cioè di un “intellettuale”. Presentando Gagarin sulla Piazza Rossa Kruscëv dichiarerà: “Avete visto di che cosa è capace l’Unione Sovietica dalle scarpe di paglia?” (le tipiche calzature dei contadini russi poveri).
Appena eletto, Kennedy deve subito affrontare il problema di come ridare alla nazione il prestigio perduto, dopo il clamoroso fiasco della CIA a Cuba (mancata insurrezione contro Fidel Castro) e lo shock d’immagine causato dalla missione di Gagarin. Il 20 aprile 1961 indirizza al suo vicepresidente Lyndon Johnson la domanda: “C’è qualche possibilità di battere i sovietici mettendo un laboratorio nello spazio, o con un viaggio intorno alla Luna, o facendo atterrare un missile sulla Luna? C’è qualche altro programma spaziale che prometta risultati spettacolari in cui noi potremmo vincere?”. Viene convocato un gruppo di esperti in cui von Braun dà un contributo importante. Il 29 aprile scrive a Johnson: “Una stazione spaziale richiederebbe razzi di grande potenza: nel confronto con i russi saremmo perdenti per almeno 5 anni, ma abbiamo eccellenti possibilità di batterli facendo sbarcare prima di loro un uomo sulla Luna”.
Il 5 maggio 1961 Alan Shepard sale in cima al Redstone di von Braun, ed entra nella capsula Mercury, patriotticamente battezzata Freedom 7, per richiamare i sette astronauti selezionati dalla Nasa nell’affiatato “Primo Gruppo”. Il conto alla rovescia va avanti con estrema lentezza e ogni tanto viene interrotto per i motivi più banali: nessuno si vuole prendere la responsabilità di mettere a rischio l’incolumità dell’astronauta. I minuti diventano ore finché Shepard sbotta impaziente: “Possibile che io sia l’unico con i nervi saldi? Ragazzi, perché non vi date una mossa e date fuoco a ‘sta candela?”. Nel suo volo suborbitale raggiungerà i 186 km di altezza, e diventa il secondo astronauta della storia, avendo superato il 100 km che, secondo le regole della IAF (International Astronautical Federation), segnano il confine tra cielo e spazio. Durante il rientro raggiungerà il picco di 11,6 G.
Il “salto spaziale” di 15 minuti è un’impresa assai modesta. Eppure, trasmesso in diretta TV e seguito da milioni di spettatori, a differenza del volo di Gagarin di cui si è sentito parlare a posteriori solo per radio o letto sui giornali, ha l’effetto di galvanizzare il popolo americano e ridargli fiducia.
John Fitzgerald Kennedy, Presidente USA
Venti giorni dopo, il 25 maggio 1961, Kennedy pronuncerà al Congresso il memorabile discorso in cui delinea le misure che gli Stati Uniti dovranno adottare per contrastare la sfida che viene dall’Unione Sovietica:
Credo che questa Nazione debba impegnarsi per raggiungere l’obiettivo, prima della fine di questo decennio, di far sbarcare un uomo sulla Luna e di farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Non ci sarà progetto spaziale in grado di galvanizzare maggiormente l’attenzione di tutta l’umanità. Abbiamo deciso di andare sulla Luna non perché sia facile ma perché è difficile. Perché è una sfida che abbiamo intenzione di vincere.
Inutile dire che gli scienziati “puri” erano contrari a quest’impresa, primo fra tutti Jerome Wiesner, il consigliere scientifico del Presidente: “se vogliamo sapere qualcosa di più del nostro satellite mandiamo una sonda automatica, raccogliamo qualche sasso e riportiamola a terra. Non ci costerà di certo 10 miliardi di dollari” (in realtà, come già detto, alla fine i miliardi saranno 32).
Il discorso di Kennedy imprimerà una forte accelerazione ai programmi spaziali di entrambe le Nazioni le quali ora più di prima andranno alla ricerca disperata di “primati”. Senza badare né a spese né a rischi.
Il 6 agosto da Baykonur viene lanciato in orbita Gherman Titov a bordo della Vostok-2. Benché i medici insistano per limitare la missione a sole tre orbite per il timore degli effetti fisiologici di un volo di lunga durata, Korolëv insiste per una prova di 24 ore che permetterà di fare nuove esperienze come mangiare, collaudare la “toelette spaziale” e dormire. Il timore dei medici è che non sia possibile un risveglio a gravità zero. Alla fine vince Korolëv, anche perché, se si vuole atterrare nel luogo di partenza bisogna compiere 17 orbite. Il lancio va bene. Titov si gode lo spettacolo, mangia e fotografa la Terra…fino alla quinta orbita quando sarà colto dal “mal di spazio”. Alla settima si addormenta. Cercano di svegliarlo alla tredicesima ma non risponde subito facendo temere il peggio. Alla fine il cosmonauta si riprende e atterra nella regione dove era atterrato Gagarin.
Il programma Mercury, che fino ad allora non aveva prospettive ben definite, diventerà la prima fase della corsa verso la Luna. Inizialmente la Nasa era intenzionata a far fare a tutti i sette astronauti un primo volo suborbitale. Ma dopo la missione di un’intera giornata di Titov il progetto non avrebbe più senso. Gli Usa devono correre per accorciare la distanza che li separa dai sovietici. Il 20 febbraio 1962 John Glen sale sulla rampa di lancio, non dell’inadeguato Redstone ma dell’Atlas dell’Aviazione che tuttavia è ancora in fase sperimentale: l’astronauta ne è informato ed è consapevole del rischio che corre. Il lancio riesce perfettamente e sono pianificate tre orbite. Alla seconda tuttavia una spia si accende segnalando che lo scudo termico non si trova più nella posizione corretta: c’è il timore che si stacchi e che la capsula si vaporizzi al rientro in atmosfera. Il centro di controllo decide allora di non liberarsi dei razzi frenanti per tenere legato lo scudo. Nonostante tutti, compreso il pilota, stiano con il fiato sospeso il volo termina felicemente a soli 60 km dal punto prestabilito. Si scoprirà poi che i problemi non erano legati allo scudo termico ma al malfunzionamento della telemetria, alimentando qualche malumore tra gli astronauti e il direttore di volo.
Il dibattito su quale sia il metodo migliore per andare sulla Luna entra nel vivo. La prima ipotesi che viene presa in considerazione è l’ascesa diretta: un potente razzo Nova, alto più di 200 metri porterà l’ultimo stadio direttamente sulla Luna. Ma l’intera tecnologia va ancora pensata e sviluppata. L’equipe di von Braun propende per costruire la navicella con successivi rendez-vous in orbita terrestre, che richiederebbe lanciatori molto meno potenti ma i calcoli dimostrano che ne occorrerebbero almeno quindici e sembrano troppi. C’era pure il progetto di un missile con l’ultimo stadio a propellente nucleare. Fu avanzata persino la raggelante proposta di far scendere l’uomo sulla Luna senza i mezzi per ripartirne: il veicolo, automatico, per il ritorno doveva essere inviato sul satellite successivamente.
Inaspettatamente un giovane ingegnere, John Houbolt propone una terza soluzione basata sul rendez-vous in orbita lunare, già immaginata nel 1927 dal russo Kondratjuk. Questa prevede l’assemblaggio di più elementi leggeri in grado di soddisfare le varie necessità della missione nelle sue diverse fasi. Inizialmente il progetto sembra essere un po’ folle (era già un problema il rendez-vous in orbita terrestre, figuriamoci in quella lunare) ma è realizzabile in tempi brevi, utilizzando le tecnologie già disponibili: basta un Saturno potenziato, già in fase di sviluppo, con l’aggiunta di un piccolo modulo lunare. Von Braun è in disaccordo con questo progetto e insiste che il suo Saturno-5 (già alto di suo quasi cento metri) vada visto solo come lo stadio intermedio del gigantesco razzo che ha in mente. Ma, nonostante il suo carisma, la Nasa, il 7 giugno 1962, decide per la soluzione Houbolt.
Il modello sovietico prevede il lancio di due veicoli. Un gigantesco razzo, l’N-1, porterà in orbita terrestre il terzo stadio, con il modulo lunare e senza uomini a bordo. Sarà raggiunto da una navicella Soyuz con due uomini a bordo che partiranno alla volta della Luna. Una volta raggiunta l’orbita circumlunare un cosmonauta entrerà nel modulo lunare e scenderà, da solo, sulla superficie della Luna. Pianterà la bandiera, raccoglierà qualche campione e risalirà al modulo in attesa.
Per gli Usa la scelta, e costruzione, del veicolo è solo una parte della missione. I problemi da risolvere sono molteplici: la mobilitazione di migliaia di persone; gli astronauti dovranno accumulare migliaia di ore di volo, reali e simulate; tecnologie e materiali che ancora non esistono; l’attività extraveicolare; le tute spaziali; i rendez-vous; l’agganciamento tra due capsule; i voli di lunga durata (come reagirà l’organismo a due settimane di assenza di gravità?); l’addestramento di molti astronauti, ecc. Per risolvere questi problemi, tra i programmi Mercury e Apollo si inserisce il Gemini: capsula a due posti portata in orbita da un missile Titan dell’Aviazione.
La corsa ai primati continua. L’11 agosto 62 viene lanciata la Vostok-3 con a bordo Nikolaev, destinato a percorrere 64 orbite in 4 giorni. 24 ore più tardi viene lanciato Vostok-4 con a bordo Popovičche compirà un volo “accoppiato”. Di più: possono muoversi liberamente nell’abitacolo, diventando i primi esseri umani a volare a causa dell’assenza di gravità. Ma il volo più propagandistico sarà quello del 13 giugno ’63 in cui andrà in orbita Valentina Tereskova, la prima donna dello spazio.
VALENTINA TERESHKOVA: LA PRIMA DONNA NELLO SPAZIO
Come sempre, vent’anni dopo si verrà a sapere che per la povera donna fu un calvario. La navicella è minuscola, lei rimane legata al suo sedile con tuta e casco per tutte le 71 ore del viaggio. L’assenza di peso la fa star male e comincia a soffrire il “mal di spazio” con vertigini, nausee e vomito, senza alcuna possibilità di ripulirsi. Il secondo giorno inizia a farle male la gamba destra, al terzo il dolore diventa insopportabile. Il casco le preme sulla spalla, un rilevatore sulla testa le causa un continuo prurito. Al rientro, nell’impatto a terra sbatte la faccia contro il casco: è dolorante, sporca e semisvenuta e viene portata subito in ospedale. Ma per ragioni di propaganda il suo rientro dovrà essere trionfale. Così, appena si riprende, è riportata nella stessa zona con una tuta immacolata e pronta a esibire il suo miglior sorriso per le cineprese.
Avviato il progetto Gemini americano, Kruscëv convoca Korolëv e gli ordina di far volare non due ma tre cosmonauti per celebrare l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre: “Se gli americani hanno un veicolo per due, noi dimostreremo la nostra superiorità facendo volare tre uomini”. Appare subito chiaro che nemmeno scegliendo gli uomini più minuti si possono stipare tre persone a bordo dalla Vostok, ora ribattezzata Voskhod per simulare il battesimo di una nuova navicella. Che fare? Semplice! I tre cosmonauti viaggeranno senza scafandro! Ed è con giacchette leggere che i nostri il 12 ottobre 1964 armeggiano per pigiarsi nella sfera e, per la prima volta, richiudono il portellone ermeticamente dall’interno. Per dare un valore aggiunto all’impresa l’equipaggio sarà costituito da tre specialisti: pilota, ingegnere e medico, un autentico equipaggio, anche se, data l’impossibilità di manovra, nessuno dei tre potrà esercitare il proprio mestiere. Poco tempo dopo, per ragioni politiche, Kruscëv verrà detronizzato dal Comitato Centrale del Pcus e di conseguenza il programma spaziale sovietico perderà il suo sponsor principale. Il suo successore, Brežnev, non è particolarmente entusiasta per la spettacolarizzazione delle imprese spaziali.
Il 18 marzo 1965 sarà dato il via per l’ultima missione per precedere gli americani: il volo della Voshkod-2, con la prima passeggiata nello spazio. Si sfiorerà la tragedia: dopo 12 minuti di permanenza nel vuoto, la tuta di Alexei Leonov si gonfia come un pallone, rendendogli difficoltosi i movimenti. Il cosmonauta non riesce a rientrare nella capsula attraverso lo stretto portello della camera stagna. Dopo molti tentativi è stremato: la temperatura corporea è salita di 2°. Alla fine ricorre allo stratagemma di ridurre la pressione della tuta, aprendo la valvola che scarica l’aria, con rischio di malore da decompressione ed embolia. Questa sarà l’ultima missione diretta da Korolëv (morirà per un tragico errore chirurgico nel gennaio 1966) e l’ultimo prestigioso primato conseguito: dopo il volo di Voshkod-2, infatti, i sovietici – inaspettatamente – sospendono tutte le attività spaziali umane.
Visto dall’esterno, il sistema sovietico sembra monolitico ed efficiente. In verità non esiste un vero e proprio ente spaziale né un programma spaziale specifico. Aggiungiamo rivalità interne, ripicche personali e complotti politici. Fioriscono i progetti rivali e paralleli e le duplicazioni di sforzi, aggravati dalla tipica segretezza. Significativo è l’esempio che porta Mišin, il successore di Korolëv, in una intervista del 1990, parlando del progetto N-1 (il gigantesco razzo concorrente del Saturno-5): “Nella produzione delle parti dell’N-1 erano coinvolti 500 uffici diversi in 28 diversi compartimenti governativi. Non esisteva un’autorità riconosciuta in grado di imporre cooperazione fra le varie strutture. A questo si aggiungeva il fatto che – in perfetto stile sovietico – nessuno voleva essere il portatore di cattive notizie al capo di turno. Così quando un sistema non funzionava, spesso si preferiva ignorare i problemi e fingere che andasse tutto bene”.
Nonostante ciò i sovietici si aggiudicheranno nuovi primati. Il 3 febbraio 1966, Luna-9, una delle ultime creazioni del Progettista-Capo, effettua il primo atterraggio morbido sulla Luna (nel sito che, da allora, verrà denominato sulle mappe lunari Planitia Descensus) e dopo soli 5 minuti inizia a trasmettere le prime immagini che arrivano da un altro corpo celeste. Il 3 aprile Luna-10 diventa il primo satellite artificiale della Luna e compie numerose ricerche sui campi gravitazionali. I sovietici seguono le notizie che arrivano dall’America. Il razzo N-1 dà ancora molti problemi, ma non si danno per vinti. Per salvare l’orgoglio nazionale il 15 settembre 1968 giocano d’azzardo mettendo in pista Zond-5, con un equipaggio di tartarughe, moscerini, vermicelli, batteri, semi, nonché un manichino alto 175 cm munito di rilevatori di radiazioni. Un nuovo primato: il primo veicolo spaziale a circumnavigare la Luna e tornare a Terra.
Procedendo con metodo, la Nasa imprime al programma Gemini un ritmo che le permette di lanciare in meno di venti mesi 10 navicelle di nuova generazione, con due uomini a bordo, affrontando ad ogni volo compiti progressivamente più complessi anche se alcuni presentarono problematiche impreviste ed anche parziali insuccessi come la Gemini-4 dove Edward White nel corso della prima attività extraveicolare perse l’orientamento e fu con grande fatica “tirato” nella capsula dal suo compagno James McDivitt. Oppure con la Gemini-8 pilotata da Neil Armstrong e Dave Scott: la missione parte il 16 marzo 1966 e dopo solo 5 orbite raggiunge il missile Agena, lanciato il giorno stesso. La manovra di avvicinamento e aggancio riesce perfettamente: un altro primato è raggiunto. Ma l’euforia dura poco. Un propulsore sfuggito al controllo inizia a far ruotare su sé stessi i veicoli e quindi i piloti decidono di sganciarli con il risultato che la navicella accelera ulteriormente la rotazione. Non resta loro che passare ai comandi manuali e interrompere la missione.
Purtroppo, per velocizzare il più possibile la preparazione degli astronauti la Nasa decide che questi debbano spostarsi da un centro di addestramento all’altro con dei jet militari pilotati da loro stessi e con qualsiasi tempo. Così il 31 ottobre del 1964 Theodore Freeman rimane ucciso in fase di decollo dalla base aerea di Ellington presso Houston. Ma l’incidente che fece più scalpore, tanto da mettere in forse l’intera gara spaziale, sarà quello occorso ai previsti membri della Gemini-9, Elliot See e Charles Bassett: il 28 febbraio 1966 volano su di un T38 biposto verso St. Louis per effettuare delle esercitazioni nel simulatore di volo presso la McDonnel Aircraft Corporation, costruttrice delle capsule. A causa della scarsa visibilità See tenta di rimandare l’atterraggio, sfiorando con tale manovra l’edificio della fabbrica. L’aereo precipita e i due piloti non fanno in tempo a catapultarsi.
Il progetto Apollo è sulla dirittura d’arrivo. A terra tutto è pronto per la fase finale: il gigantesco Saturno-5 di von Braun, il Modulo di Escursione Lunare, la capsula Apollo, il Modulo di comando, l’edificio di assemblaggio, la piattaforma di lancio.
Parallelamente si procede al lancio di una serie di congegni automatici per una migliore conoscenza del nostro satellite. In particolare, le 9 sonde Ranger: lanciate nel quadriennio 1961-65 con l’obiettivo di ottenere immagini di alta qualità della superficie lunare ed erano progettate per impattare con il suolo (la località dell’atterraggio della numero 7 verrà chiamata, molto pomposamente, Mare Cognitum). Le 5 Lunar Orbiter, lanciate nel biennio 1966-67 e orbitanti intorno alla Luna con il compito di eseguirne la mappatura, in particolare dei futuri siti di atterraggio dei Lem. I 7 Surveyor, 1966-68, sonde riproducenti in scala i Lem per appurare la fattibilità di un atterraggio morbido (c’era chi sosteneva, calcoli alla mano, che la superficie lunare fosse ricoperta da uno strato di polvere spesso dai due ai cinquanta metri, per cui le navicelle ne sarebbero state inghiottite).
Sono previste almeno una ventina di missioni che coinvolgeranno una sessantina di astronauti quando il 27 gennaio 1967 accade un terribile incidente che farà slittare il programma di 21 mesi. Virgin Grissom, Edward White e Roger Chaffee stanno conducendo un banale test di routine quando all’improvviso scoppia l’inferno: “Fuoco! c’è del fuoco nella cabina”, e 17 secondi dopo: “Stiamo bruciando”. La trasmissione si conclude con un grido di dolore.
La commissione d’inchiesta arriverà alla conclusione che il Modulo di comando non era sicuro per una serie di fattori: l’atmosfera al 100% di ossigeno e la sua pressione eccessiva; il portello poteva aprirsi dall’interno solo con la capsula non pressurizzata; l’esclusione di bulloni esplosivi per l’apertura di emergenza; la presenza di materiale altamente infiammabile (Velcro)… . La North American Aviation, produttrice della capsula aveva inizialmente segnalato questi rischi ma la Nasa li sottovalutò. Tuttavia si prese pragmaticamente la responsabilità dell’incidente: “se la colpa è nostra ci prenderemo una lavata di capo e tutto finisce qui; se la colpa è della Nasa l’intero progetto rischia di saltare!”.
Dopo 4 lanci sperimentali del Saturno-5 l’11 ottobre 1968 viene effettuata la prima missione con equipaggio di tre uomini del progetto Apollo, la numero 7: permanenza di 11 giorni in orbita terrestre bassa. Nel programma dell’Apollo-8 si sarebbe dovuto sperimentare in orbita terrestre lo sganciamento e il ricontatto del Lem. Tuttavia questo era ancora da mettere a punto (si trattava di una macchina estremamente complessa: due veicoli indipendenti e al contempo interconnessi) per cui viene deciso di anticipare la missione successiva: il 24 dicembre 1968 Frank Borman, James Lovel, William Anders saranno i primi uomini a uscire dalla gravità terrestre, entrare in orbita lunare, vedere con i propri occhi la faccia nascosta della Luna ed essere testimoni dallo spazio di un’alba terrestre. “Avete salvato il 68” sarà il messaggio inviato da una signora al loro rientro. Per gli Usa il 1968 fu un anno terribile: la contestazione studentesca, il Vietnam, l’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy.
L’Apollo-9 farà gli esperimenti programmati per Apollo-8. Con il numero 10 si terrà la prova generale dello sbarco sulla Luna, tristemente frustrante per gli astronauti che la attuarono: immissione in orbita lunare, distacco ed accensione del motore del Lem, discesa fino a 15 km dalla superficie lunare e riaggancio al modulo di comando.
Saturn V, il missile della conquista della Luna
Appena tre settimane prima della missione Apollo-11 i satelliti-spia rilevano che il secondo lancio di prova dell’N-1, gemello sovietico del Saturno-5, è clamorosamente fallito, provocando altresì la distruzione delle strutture della base di lancio. A questo punto alla Nasa c’è chi vorrebbe prendersela comoda ma i politici sono per procedere secondo programma.
Sbarco sulla luna: l’immaginazione diventata memoria collettiva.
Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità. La frase di Neil Armstrong, pronunciata alle 2,56 del 21 luglio 1969, concretizza il sogno di Kennedy di vedere un uomo sulla Luna prima della fine degli anni Sessanta. Tre piccoli crateri nel Mare della Tranquillità testimonieranno per sempre i nomi dei membri della missione numero 11, Armstrong, Aldrin e Collins. Per i 18 astronauti delle missioni successive, concluse il 19 dicembre 1972, con l’ammaraggio dell’Apollo-17, non ci sarà né cronaca né Storia.
Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin “Buzz” Aldrin
Gli organi d’informazione sovietici cominceranno a bollare come indebita illazione la partecipazione dell’Urss alla “gara per la conquista della Luna”, sostenendo che il Cremlino non ha mai inteso sperperare il denaro necessario al benessere del proletariato per un’impresa che poteva essere condotta con molti meno rischi e con maggiore efficienza con una assai meno costosa sonda automatica. Solo il 18 agosto 1989, nel clima della glasnost di Gorbacëv, si riconoscerà di avere avuto, per lunghi anni, mire analoghe a quelle degli americani.
GIUSEPPE GARIBALDI: LIBERARE L’EUROPA ORIENTALE DAL DOMINIO TURCO
di Aldo A. Mola
La scimitarra sull’Europa …
Nei suoi ultimi anni Garibaldi affinò il proprio pensiero politico. Nel 1860 aveva vaticinato gli Stati Uniti d’Europa. Dal 1870, dopo la tragica guerra franco-germanica e la “Commune”, invocò la “debellatio” dell’impero turco che impediva la liberazione dei popoli oppressi dell’Europa orientale. Unì motivi religiosi e culturali a ragionamenti politici tuttora attuali. Se Costantinopoli è ancora Istanbul lo si deve alla “diplomazia” di Londra e Parigi: è la pesante eredità della prima guerra mondiale, quando i vincitori, pur in presenza dello sfascio dell’impero ottomano, lasciarono ad Ankara la cosiddetta “Turchia europea” per interdire alla Russia l’accesso dal Mar Nero al Mediterraneo attraverso gli Stretti. La miopia si paga nei secoli… Se l’Europa odierna volesse per Costantinopoli una sorte migliore di quella che le si prospetta, dovrebbe rassegnarsi ad accogliere la Turchia che da decenni aspira a restaurare il Califfato. Ma a quale prezzo per la propria identità?
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C’è un Garibaldi quasi sconosciuto: non il guerrigliero, il generale, l’Eroe, ma il pensatore politico: alfiere della fratellanza universale ma al tempo stesso strenuo fautore della lotta per sottrarre l’Europa alla dominazione dei turchi e all’invadenza dell’Islam. Garibaldi ne scrisse ripetutamente nel suo ultimo decennio di vita, quello politicamente più fecondo ma, al tempo stesso, il meno studiato e pressoché sconosciuto. Così la sua lotta contro il dominio ottomano su qualunque lembo di Europa e contro la diffusione dell’islamismo (una religione che sconta sei secoli di arretratezza rispetto al cristianesimo e non ha mai fatto i conti con la Rivoluzione francese) rischia di rimanere ignorata. Certo è un Garibaldi scomodo. Ma vi sono buone ragioni per parlarne. Il Generale ebbe e mostrò senno politico superiore a quello che di rado e avaramente gli viene riconosciuto. Il suo anticlericalismo radicale non si circoscrisse alla sola chiesa cattolica ma investì ogni forma di intrusione delle religioni e dei poteri arcani nella vita civile e nella libertà delle persone. La sua lotta per la liberazione dello spazio euro-mediterraneo dai “turchi” andò però molto oltre l’ambito religioso. Fu lotta politica, legata alla valutazione positiva dell’espansione degli europei Oltremare e della colonizzazione dell’Africa settentrionale (programma condiviso da Mazzini) da parte della civiltà occidentale, razionale, fondata sulle scienze, la produzione, il mercato, il progresso civile: un viluppo di questioni che nella sua mente non costituivano affatto un groviglio indistricabile, bensì erano lucidamente presenti nella loro intima connessione. Garibaldi non ingabbiava il Libero Pensiero in pochi meridiani e paralleli: per lui era patrimonio universale. E considerava sua missione propugnarlo ovunque. A quel modo fu effettivamente “eroe dei due mondi”, etichetta altrimenti futile.
Nelle Memorie Garibaldi ricordò la sua lunga dimora a Costantinopoli, una pagina per molti aspetti mai documentata, neppure da Romano Ugolini che ne scandagliò la formazione politica. Ammalatosi in uno dei tanti viaggi in oriente (di quale morbo? non se ne sa nulla), vi rimase più del previsto e si trovò alle strette: “La guerra accesa tra la Russia e la Porta (cioè l’impero turco, detto Sublime Porta dalla residenza del Sultano, NdA) contribuì a prolungare il mio soggiorno. In tale periodo mi successe per la prima volta di impiegarmi a precettore di ragazzi, offertomi dal signor Diego, dottore in medicina, e che mi presentò alla vedova Timoni, che ne abbisognava. Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi, e profittai di tale periodo per studiare un po’ di greco, dimenticato poi, siccome il latino che avevo imparato nei prim’anni”. I maligni imbastirono molte insinuazioni su quella lunga stagione. Garibaldi ci tornò con una pennellata quando, molti decenni dopo, in una pagina di appunti fustigò “Il prete”: “Si chiami egli prete, Ministro, dervista, Calogero, Bonzo, Papas, qualunque nome egli abbia, a qualunque religione egli appartenga, il prete è un impostore, il prete è la più nociva di tutte le creature, perché egli più di nessun altro è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli. (…) Io ho percorso la superficie del globo. In Turchia fui obbligato di fuggire davanti ad una folla di ragazzi e di donne, perché i preti dicevan loro ch’io era un maledetto! In Cina mi successe lo stesso, e voi giunti a Canton, la più frequentata e commerciale delle città Chinesi non potete visitarla perché sareste lapidato dalla moltitudine suscitata dai preti”.
L’avversione di Garibaldi nei confronti dell’islamismo non è una cappella laterale della sua vastissima basilica anticlericale. Non è dottrinale, teologica. È propriamente politica. Dall’infanzia aveva appreso, e non solo per racconti popolani ma per esperienze vissute, il pericolo dei “pirati”. Nizza, la sua città, ricordava devastanti incursioni delle flotte turche nel Cinquecento, propiziate dall’alleanza tra Parigi e Istanbul (dal 1453 soggiogata da Maometto II) contro il Sacro romano impero di Carlo V e la Spagna di Filippo II: un gioco diplomatico continuato con Luigi XIV sino a Napoleone III (alleato con Londra e l’impero turco contro la Russia di Nicola I: la “guerra di Crimea” decantata dalla storiografia italocentrica per l’intervento del regno di Sardegna a fianco del Sultano). Sulla fine degli Anni Venti dell’Ottocento la pirateria barbaresca rimaneva così minacciosa e dannosa da indurre la Francia di Carlo X, il Piemonte di Carlo Felice e le Due Sicilie di Francesco I di Borbone a una spedizione navale comune. Vi si distinse Carlo Mameli dei Mannelli, padre di Goffredo.
Nel 1827, ricorda Maurice Mauviel, il “Cortese”, brigantino sul quale viaggiava il ventenne Garibaldi, fu assalito da corsari greci. Il comandante, Semeria, ordinò agli uomini di non opporre resistenza per non avere la peggio. In seguito il giovane nizzardo subì due altri assalti pirateschi, mortificanti e umilianti. Gli rimasero fissi nella memoria. Ne scrisse in Manlio, romanzocontemporaneo, al quale lavorò sino all’ultimo giorno. Vi descrisse i Riffegni (abitanti del Riff, sull’Atlante marocchino, da lui ben conosciuto nel 1849) e l’Assaltodipirati alla nave “Libertà” che, al comando del capitano Schiaffino, eroe della repubblica Romana, recava “Manlio”, di soli cinque anni, verso lo stretto di Gibilterra alla volta dell’America meridionale. In quelle pagine Garibaldi non parla di “arabi”, né di “turchi”. Vi scrisse: “Come il leone, il Riffegno è bello e forte. Non so se, figlio dell’Atlas, egli si debba chiamare di stirpe caucasea. Ignorante, fiero, feroce, e considerando tutto ciò che non è mussulmano, eretico e niente più d’un cane, il Riffegno è naturalmente pirata; e molti furono gli equipagi (sic) di legni mercantili sgozzati quando trattenuti dalle calme presso coteste coste inospitali”.
Manlio non è un romanzetto qualunque. È il “testamento politico” di Garibaldi. Un suo capitolo è un susseguirsi di colpi e di grida, culminanti in una sorta di seconda Lepanto liberopensatrice: “«Marsala! Marsala»
rispondeva un garibaldinoall’«Allah Urrah»degliOttomani e silanciavaseguitodaisuoiallariscossadeidifensoridellaprora”.
La battaglia navale vi viene infine risolta da “Vero”, che, precedentemente ferito e curato dal piccolo Manlio, lascia febbricitante la cabina ove è ricoverato al grido “All’armi…Qui non si tratta di bende ma della pele (sic!) Avanti fratelli!” e a colpi di revolver e di “un coltellaccio che teneva in cintura fece strage orrenda tra i barbareschi, e così i compagni, spinti dall’esempio del valoroso capo e per la propria conservazione”.
Fuori i fondamentalisti dall’Europa …
Sarebbe però meschino ridurre il pensiero di Garibaldi sull’insanabile incompatibilità fra impero turco e civiltà europea a mero riflesso di vicissitudini personali o all’insofferenza nei confronti del clero di qualsivoglia religione. Esso esprime una visione geopolitica di ampio orizzonte, uno scenario plurisecolare, nell’ambito della “prima guerra mondiale” tra cristianità e islam.
Prosatore esondante, Garibaldi sapeva controllare la penna quando necessario. Perciò i suoi scritti vanno centellinati e capiti, più e meglio di quanto sinora sia stato fatto. Il 5 maggio 1873 scrisse al fido Timoteo Riboli, medico, massone, fondatore della lega per la protezione degli animali: “Mentre l’Europa progredisce…che fa l’Italia? Non accenneremo ai miserabili suoi governanti già condannati dal disgusto universale, ma bensì alla parte virile e generosa che forma la sua democrazia, prodotto delle cento chiesuole in cui la dividono i suoi Archimandriti, Massoni, Mazziniani, Internazionalisti, sono egualmente fautori dell’indolenza democratica in Italia, e quindi del trionfo effimero ma reale dell’oppressione e della menzogna…”. Pigiava su tasti suonati da tempo: riforme per guarire la “gran piaga della miseria”, rifiuto del programma dell’Internazionale (confisca della proprietà privata e dei diritti ereditari…), condanna della scioperomania che avrebbe precipitato l’Italia nel disastro.
Non parlava per sé. “Agricoltore” (come si classificò alla Camera), Garibaldi era una “filosofia politica in azione”, campione di una guerra di liberazione culturale e politica, come osserva Aldo G. Ricci in “Obbedisco. Un eroe per scelta e per destino” (Ed. Palombo). Per lui l’Occidente era contrapposto alla Turchia in un conflitto di civiltà. Lo scrisse il 4 marzo 1876 a Dobelli, rispondendo all’appello della gioventù slava: “La diplomazia del ventre fu incapace di prevenire l’iniziativa del macello umano. I preti nel connubio dei turchi e satolli del loro oro, hanno lanciato l’anatema contro i seguaci della croce. Ed i settari del palo, dopo d’aver lottato per tenerlo in piedi, devono oggi conformarsi allo slancio degli schiavi che preferirono la morte al servaggio. (…) E voi, concittadini di Botzaris, ricordatevi di tutti gli oltraggi ricevuti dai feroci ed osceni discendenti di Maometto (…). Il turco deve passare il Bosforo (…) e solo alcuni ottomani, senza preti, potranno convivere, se onesti, coi loro antichi schiavi. E voi, discendenti dei famosi legionari di Traiano, abitatori del Pindo e delle ubertose pianure del Danubio, non abbandonate i fratelli in servaggio, e non ascoltate l’oscura voce dell’egoismo diplomatico, che vi consiglia di stare indifferenti alla più santa delle lotte. Invalido, io invio un saluto del cuore ai fieri campioni della libertà orientale”.
Contro la “pax” immobilistica dettata dal Congresso di Vienna, ribadita da quello di Parigi del 1856, e dal concerto europeo che di conflitto in conflitto riportava il Vecchio Continente ai confini e alle logiche della Restaurazione, Garibaldi pose il problema delle “nazioni senza stato”, dei popoli inchiodati alle tavole di spartizione delle grandi potenze. In lui vibrava il Risorgimento, lo spirito che aveva fatto nascere l’Italia a stato indipendente, unica nazione emersa per somma di fortune dalle catene post-napoleonica del 1814-15 e dalla repressione della primavera dei popoli (1848-1849).
Agli occhi di Garibaldi la presenza della Turchia in Europa era una cappa di piombo sulla storia. Bisognava liberarsene. Non per motivi etnici , ma perché era il bastione del fondamentalismo oscurantista.
L’occasione sembrò profilarsi dal 1875 con le rivolte antiturche, dalla Bosnia alla Bulgaria, represse dalla Sublime Porta grazie al sostegno della Gran Bretagna, sospinta da calcoli geopolitici e interessi finanziari.
Il 17 luglio 1877 Garibaldi scrisse al marchese Filippo Villani. “Mandare i Turchi in Asia, ecco il provvedimento efficace per gli schiavi dell’Europa Orientale; ogni altra misura sarà una tappa di guerra”. Ma bisognava vincere gli intralci della diplomazia, come ruvidamente vergò nel Romanzocontemporaneo: “In questi ultimi tempi, massime per la questione orientale, si è manifestato nel mondo quanto di lurido esiste ancora nell’umana famiglia. L’Austria ha fatto il suo dovere di aquila o piuttosto d’avvoltoio, sostenendo sordamente la causa dell’oppressore e accatastando ogni specie d’ostacoli all’Europa Orientale. Essenzialmente tiranna essa ha fatto quanto doveva. Ma l’Inghilterra, la terra universale d’asilo, l’emancipatrice degli schiavi, non doveva, guidata da un Ebreo (lord Disraeli, NdA) lasciarsi condurre all’esterminio dei poveri servi ed al sostegno di tiranni esecrabili. No! Ed io racapricio pensandovi! (…) E i preti? Peste dell’umana famiglia, hanno fatto causa comune coi massacratori degli innocenti”.
Nel Manlio Garibaldi passò dalle staffilate contro il clero a quelle specifiche contro “il Turco, che più cristiani uccide e più titoli acquista ai godimenti ed alla gloria dell’immorale suo paradiso e, codardo come sono generalmente gli uomini sanguinari, si diverte a impalare, mutilare, squartare uomini inermi, donne, bambini!!!”
Sospinto dall’orrore, il Solitario (come Garibaldi si autodefinì in Clelia) sognò allora una guerra di liberazione del Mediterraneo dal dominio turco, a cominciare dall’isola di Creta: “Giunta la flotta italiana sulla rada di Canea, v’incontrò la turca, composta di cinque corazzate e se ne impadronì. Mi si chiederà con quale diritto. Ed io risponderò: collo stesso diritto con cui Maometto Secondo si impadroniva di Costantinopoli ed i pirati turchi delle nostre donne, bambini, uomini, etc., per farne degli schiavi…”.
Non erano sfoghi letterari ma ragionamento politici. Al marchese Villani il 15 marzo 1878 da Caprera scrisse: “Dunque dopo tanto sangue versato risulterà nell’Europa Orientale uno di quei mostruosi pasticci di cui la diplomazia va famosa. Cosa è questa lunga Turchia che dal Bosforo si estenderà all’Adriatico, passando sul corpo della Bulgaria quasi indipendente, o tra questa e la Serbia da una parte, la Macedonia e la Tessalia dall’altra, le di cui popolazioni se hanno un’ombra di dignità dovranno mantenersi in uno stato perenne d’insurrezione? Quando io dissi al principio di questa guerra: i Turchi dover passare il Bosforo per poter ottenere una pace durevole, e tale è pure la mia opinione d’oggi, ma i turchi che intendano ciò solo: il sultano, le sue odalische, i suoi eunuchi e l’immensa caterva di preti ottomani, non già la popolazione turca onesta e laboriosa che di quanti popoli abitatori del Levante è la migliore. Tale emigrazione sarebbe impossibile, converrebbe però non lasciar in Europa un solo prete turco, che basterebbe a seminar la zizzania in tutta la confederazione; e lemoscheecambiarinscuole,oves’insegnerebbelareligionedelvero.”
Garibaldi sperava in un congresso che esercitasse l’arbitrato internazionale, la ricerca di una soluzione pattizia dei conflitti nel rispetto della libertà dei popoli, che avrebbe comportato con sé la libera navigazione nel Mar Nero (rumeno perché daco-romano) e negli Stretti.
La pace di Santo Stefano e il congresso di Berlino del 1878 dettero tutt’altri risultati: la Gran Bretagna s’impadronì di Cipro e ne fece l’isola della divisione, del conflitto permanente, quale ancora rimane, mezza staterello indipendente (finanziariamente allo stremo), mezza sotto sovranità turca: un equivoco irrisolto nel Mediterraneo orientale. E il gran Malato d’Oriente divenne sempre più la polveriera della futura conflagrazione europea, esplosa nell’estate 1914 dopo la guerra italo-turca per la sovranità sulla Libia e tre guerre balcaniche in due anni: groviglio inestricabile, letto di procuste sul quale la diplomazia inetta inchiodò l’area balcanica sino all’esasperazione delle genti.
Il Solitario aveva intravveduto e suggerito la soluzione, ma non ne vide l’approdo ultimo. Nel 1897 Creta insorse ma l’Europa fu solidale con la Sublime Porta nella repressione, come deplorò Giosuè Carducci in versi staffilanti.
Giosuè CARDUCCI
Giosuè Carducci (1835-1907) nel giugno 1897 sferzò l’ignavia dell’Europa centro-occidentale dinnanzi alle stragi degli armeni e dei greci in “La mietitura del turco”. Scrisse: “ Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell’Europa a imbalsamar.// (…) Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà./I monarchi di Cristo assisteranno / bianchi eunuchi a l’harem del Pascià”.
In soccorso dei greci si mosse una legione di volontari garibaldini, guidato da Ricciotti Garibaldi. Nella battaglia di Domokòs (17 maggio 1897) cadde anche il cinquantaduenne forlivese Antonio Fratti, patriota e deputato alla Camera.
La grande guerra si concluse con la pace di Sèvres (1920) che lasciò gli Stretti ad Ataturk (massone, si, ma, come tanti altri “fratelli”, solo sino a quando gli fece comodo) in cambio dell’adozione dell’alfabeto latino e di una parvenza di laicizzazione. La seconda guerra mondiale lasciò le cose com’erano, per una somma di errori e nefandezze delle diplomazie, oggi incombenti sull’Unione Europea, a sua volta incapace di politica estera unitaria, lungimirante, di vasto respiro.
Aveva ragione Garibaldi. Il cui pensiero perciò venne lasciato chiuso in carte dimenticate: troppo scomodo… ma attualissimo. Da scoprire.
Il Fr. Principe Filippo, Duca di Edimburgo, è passato all’Oriente Eterno – 09 Aprile 2021. Aveva 99 anni.
Principe Filippo, Duca di Edimburgo (1921 – 2021)
Il principe Filippo iniziò la sua vita in Massoneria nel 1952, all’età di 31 anni, quando fu iniziato al Navy Lodge, n. 2612.
La dichiarazione aggiunge: “Nel marzo 1953, il Principe Filippo è progredito al Secondo Grado di Massoneria, prima di avanzare al Terzo Grado nel maggio 1953. La Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) ha rilasciato il suo Certificato di Gran Loggia lo stesso mese e il Principe Filippo è rimasto membro fino ad oggi.
Il Duca di Edimburgo era noto per partecipare alle riunioni presso la sua Loggia Massonica quasi senza preavviso. La Loggia della Marina ha un gran passato storico e un incredibile elenco di alte personalità appare nel suo registro dei membri – tra cui quattro monarchi del passato: Re Edoardo VII, Re Edoardo VIII , Re Giorgio VI e Re Giorgio II degli Elleni.
Il duca di Edimburgo era mecenate o presidente di circa 800 organizzazioni e si interessava particolarmente alla ricerca e allo sviluppo scientifico e tecnologico, alla promozione dello sport, al benessere dei giovani, alla conservazione e all’ambiente.
La Famiglia Reale ha nel registro massonico anche Sua Altezza Reale il Duca di Kent, che è il Gran Maestro -in carica- più longevo dell’ UGLE – United Grand Lodge of England.
I portatori militari (Royal Navy) trasportano la bara del Principe Filippo, Duca di Edimburgo, nella Cappella di San Giorgio. Castello di Windsor, Londra 17 Aprile 2021.
Il GOI ricorda il Gran Maestro Armando Corona nel centenario della nascita. Espulse Gelli e contrastò la P2 con l’arma della trasparenza
Armando Corona, Gran Maestro del GOI dal 1982 al 1990
Nel giorno del centenario della nascita, avvenuta il 3 aprile 1921 a Villaputzu, in provincia di Cagliari, il Grande Oriente d’Italia ricorda la figura del Gran Maestro Armando Corona. Medico, con la passione della politica e dell’impegno civile, libero muratore militante, guidò l’istituzione dal 1982 al 1990, uno dei momenti più difficili della sua storia, segnato come fu dallo scandalo della P2, dalle sue devastanti conseguenze mediatiche e da profonde divisioni interne. Corona, a testa alta, si adoperò tra mille insidie per contrastare la tempesta all’esterno e fare pulizia all’interno. Era stato proprio lui, per altro, l’anno prima della sua elezione ai massimi vertici del GOI, a decretare, in qualità di presidente della Corte Centrale, organo giurisdizionale della Comunione, l’espulsione di Licio Gelli dall’Ordine. Una carta che avrebbe dovuto favorirlo, ma che invece non rese affatto la sua missione più facile. All’indomani stesso della sua installazione a Gran Maestro, arrivarono al Grande Oriente, i carabinieri, inviati dalla Commissione di inchiesta sulla P2, con il compito di sequestrare le schede personali degli affiliati.
Un’iniziativa senza precedenti nell’Italia democratica e che contribuì ad alimentare un terribile clima da caccia alle streghe, che sembrò rievocare gli inquietanti esordi del fascismo. Per difendere la Comunione dalle accuse e dagli attacchi, Corona scelse la politica della massima trasparenza, impegnandosi su più fronti con il supporto della giunta, all’esterno attraverso iniziative culturali pubbliche, che demolissero l’immagine che si stava consolidando di una Libera Muratoria occulta, all’interno attraverso una profonda riforma statutaria e il richiamo allo studio continuo della tradizione iniziatica, e sul piano internazionale, attraverso una più decisa attenzione alla cura dei rapporti con le Grandi Logge estere. Corona venne rieletto alla guida del Grande Oriente il 30 marzo 1985. E anche quello fu un momento particolare per la vita dell’Ordine, che dovette forzatamente abbandonare Palazzo Giustiniani e trasferire i propri uffici nella nuova sede di Villa Il Vascello, sul Gianicolo, acquistata nel 1980.
Di formazione laica e di fede repubblicana, Corona era laureato in medicina e proprio come medico condotto, mansione che aveva a lungo esercitato nei paesi più poveri dell’entroterra dell’isola, si era sensibilizzato alle questioni sociali, impegnandosi in politica. Quando a 48 anni decise di entrare in Massoneria – il 23 ottobre 1969 fu iniziato nella loggia Giovanni Mori n. 533 di Carbonia e nel 1971 passò alla Hiram n.657 di Cagliari; con un pienone di voti si era già conquistato un seggio nel Consiglio regionale della Sardegna, di cui nel 1979 ne diventerà Presidente. Passò all’Oriente Eterno il 3 aprile 2009 a Cagliari. Ha raccontato il suo primo mandato ai vertici del GOI nel libro Dal bisturi alla squadra – La Massoneria italiana senza cappuccio, edito da Bompiani. Il Grande Oriente d’Italia ha una loggia dedicata ad Armando Corona, le cui colonne sono state innalzate nel capoluogo sardo il 25 ottobre del 2016.
Nel suo libro Massofobia. L’Antimafia dell’inquisizione (Tipheret 2018) il Gran Maestro Stefano Bisi, che il primo marzo del 2017, ha vissuto anche lui come Corona il trauma del sequestro degli elenchi dei fratelli, nel suo caso messo in atto dai finanzieri dello Scico su disposizione della Commissione Antimafia, così ricorda il suo predecessore:
Dai finestroni della biblioteca filtrano le prime luci dell’alba. Sono le 6.30 del mattino quando l’ultimo finanziere lascia il Vascello. Se ne vanno anche gli avvocati e i fratelli che hanno vissuto la lunghissima operazione. Rimango solo in sede. Giro un po’ al piano terreno. Mi fermo nella sala della Giunta. Sui muri ci sono i ritratti dei gran maestri. I miei occhi si fermano su quello di Armandino Corona, che guidò il Grande Oriente d’Italia dal 1982 al ‘90. I suoi occhi sorridono. Quello sguardo lo prendo come un incoraggiamento. Dentro di me, dico, provando a sdrammatizzare: “Rispetto ad Armandino sono fortunato. I carabinieri arrivarono al Vascello il giorno dopo il suo insediamento da gran maestro. Per me, le forze dell’ordine sono arrivate solo dopo qualche mese”. Mi conforta anche una bella frase che il gran maestro Corona diceva al figlio Giorgio quando tornava a casa dai lunghi viaggi in Italia e all’estero: “Se mi regge il cuore vado avanti”. Il mio cuore regge?
Preziosi documenti rinvenuti in questi giorni negli archivi del Goi testimoniano l’intesa attività massonica di un gruppo di ufficiali italiani, catturati durante la Seconda Guerra Mondiale nel corno d’Africa dagli inglesi e rinchiusi in un remoto campo di prigionia in Kenya, che avevano dato vita a una o forse più’ logge “nel nome sacro dell’Italia” e all’obbedienza del Grande Oriente. Una scoperta davvero eccezionale, destinata a gettare nuova luce anche su aspetti e momenti ancora poco indagati di quel tragico e complesso periodo della storia del Novecento. A darne notizia il Gran Bibliotecario e Gran Maestro Onorario Bernardino Fioravanti, che presenterà le carte ritrovate, insieme alla ricostruzione della vicenda in forma di radiodramma, nel corso della Gran Loggia 2021 che si terrà a Rimini l’1, 2 ottobre.
Il fascicolo, che è ora allo studio della ricercatrice del Vascello Elisabetta Cicciola, identificato con una stella di Davide e la scritta “Documenti della Loggia Italia costituita dai nostri FFrr:. prigionieri al Kenya” , era accluso al fondo relativo a Umberto Cipollone, che fu più volte alla guida del Grande Oriente d’Italia: dal 1943 al 1945 nel Comitato di Gran Maestranza che resse l’istituzione al suo risveglio dopo la caduta del governo mussoliniano; nel 1949 come Gran Maestro pro tempore, dopo la morte di Guido Laj e prima dell’elezione di Ugo Lenzi; dalla fine del 1957 e fino al 1960, anno della sua morte.
E’ proprio al Comitato di Gran Maestranza che risultano indirizzate le due lettere nelle quali un fratello rimpatriato dall’Africa, il tenente colonnello Umberto Fiata, riferisce ai vertici del GOI dell’innalzamento delle colonne dell’officina Italia, al quale lui stesso aveva partecipato, avvenuto il 14 aprile 1943, all’interno del campo di prigionia inglese n. 356, allestito nell’ex ippodromo di Eldoret, a oltre 300 chilometri da Nairobi, nella quale erano rinchiusi circa 3.500 militari italiani graduati e 1000 soldati semplici addetti ai servizi della struttura.
Nella prima missiva datata 18 febbraio 1945, Fiata riporta i nomi degli altri 13 fratelli che insieme a lui avevano dato vita all’officina: il colonnello Fernando Mei; il tenente colonnello Giovanni Bernardoni; il tenente colonnello Riccardo Casalone ; il maggiore Walter Blasi; il capitano Luigi Serra; il capitano Mario Galanti; il capitano Arcangelo Ambrosanio; il capitano Emilio Piccicacchi; il maggiore Umberto Aleggiani; il maggiore Gioacchino Genna; il capitano Antonio Merola; il capitano Amato e il maggiore Stenico.
Nella seconda lettera datata 21 febbraio 1945 il tenente colonnello racconta come si svolgeva la vita nel campo di Eldoret soffermandosi in particolare a evidenziare le forti divisioni che si erano venute a creare tra gli ufficiali fascisti e quelli dichiaratamente antifascisti, precisando che i fratelli erano stati molto attenti nel selezionare chi ammettere nella loggia e che avevano allontanato ben sette ufficiali troppo compromessi con il regime di Mussolini per i ruoli da loro ricoperti e altri ancora che non avevano invece manifestato reale e sincero spirito massonico.
Lettera dal Campo Eldoret – Kenya
Fiata riferisce inoltre dettagli sulle tornate, i cui rituali venivano recitati a memoria, e che avevano luogo nei locali del campo trasformati in templi temporanei, e comunica l’avvenuta elezione nella seduta del 24 giugno del 1943 del maestro venerabile della loggia, Riccardo Casalone, e del segretario Mario Galanti, aggiungendo infine che ai fratelli ancora in Africa sarebbe stata “sommamente gradita e di grande conforto la parola diretta incoraggiante del Grande Oriente d’Italia a mezzo della Massoneria inglese”.
A queste due importanti lettere si aggiunge un altro documento: è un verbale di fondazione, che fa riferimento a una officina, costituita il 23 aprile del 1944 da 11 fratelli appartenenti sia alla obbedienza del Grande Oriente di Palazzo Giustiniani che di Piazza del Gesu’ nell’obiettivo di perseguire, come viene rimarcato, gli scopi della Massoneria universale e di fare “opera di propaganda patriottica al fine che nel cuore e nell’animo di tutti gli italiani, anche prigionieri nei campi del Kenia, rifiorisca il sacro culto della libertà e la ferma fiducia nei destini della Patria” . Particolare accento viene inoltre posto sulla missione specifica di condurre “la più tenace lotta contro il fascismo in qualunque forma o modo tenti di mischiarsi e contro tutti coloro che direttamente o indirettamente attentino comunque ai principi di libertà e di Patria della libera Mass:. Un:.”. Non compare invece nessun riferimento alla loggia fondata l’anno precedente.
Le altre carte allegate riguardano: un piè di lista, alcuni fascicoli (ricostituiti o originali) di fratelli che hanno chiesto l’ammissione, promemoria e documenti contenenti notizie su alcuni militari, tavole informative. Tra i file più rilevanti, seppure incompleti, ci sono poi i verbali manoscritti delle sedute di un triangolo massonico, rimasto operativo nel campo di dopo il rimpatrio di molti fratelli della loggia Italia che era stata sciolta. Verbali, che vanno dal 29 aprile 1945 al 28 dicembre 1945 e che forniscono informazioni interessanti e nei quali si accenna alle ragioni che portarono alla fondazione del Triangolo, la cui esperienza si concluderà, come viene documentato, con gli ultimi rimpatri e sull’onda della promessa di ritrovarsi in Italia.
Giuseppe Mazzini – Ritratto fotografico di Domenico Lama_(1823-1890)
I – INTRODUZIONE
Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo, di Dio, dell’Umanità, della Patria, della Famiglia. Ascoltatemi con amore com’io vi parlerò con amore. La mia parola è parola di convinzione maturata da lunghi anni di dolori e d’osservazioni e di studi. I doveri ch’io vi indicherò, io cerco e cercherò, finch’io viva, adempierli quanto le mie forze concedono. Posso errare, ma non di core. Posso ingannarmi, non ingannarvi. Uditemi dunque fraternamente: giudicate liberamente tra voi medesimi, se vi pare che io vi dica la verità: abbandonatemi se vi pare ch’io predichi errore; ma seguitemi e operate a seconda de’ miei insegnamenti, se mi trovate apostolo della verità. L’errore è sventura da compiangersi; ma conoscere la verità e non uniformarvi le azioni, è delitto che cielo e terra condannano.
Perchè vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti? Perchè, in una società dove tutti, volontariamente o involontariamente, v’opprimono, dove l’esercizio di tutti i diritti che appartengono all’uomo vi è costantemente rapito, dove tutte le infelicità sono per voi, e ciò che si chiama felicità è per gli uomini dell’altre classi, vi parlo io di sacrificio e non di conquista, di virtù, di miglioramento morale, d’educazione, e non di ben essere materiale? È questione che debbo mettere in chiaro prima d’andare innanzi, perché in questo appunto sta la differenza tra la nostra scuola e molt’altre che vanno predicando oggi in Europa; poi, perché questa è dimanda che sorge facilmente nell’anima irritata dell’operaio che soffre.
Siamo poveri, schiavi, infelici: parlateci di miglioramenti materiali, di libertà, di felicità. Diteci se siamo condannati a sempre soffrire o se dobbiamo alla nostra volta godere. Predicate il Dovere ai nostri padroni, alle classi che ci stanno sopra e che trattando noi come macchine, fanno monopolio dei beni che spettano a tutti. A noi parlate di dritti: parlate dei modi di rivendicarceli; parlate della nostra potenza. Lasciate che abbiamo esistenza riconosciuta; ci parlerete allora di doveri e di sagrifizio. Così dicono molti fra’ nostri operai, e seguono dottrine ed associazioni corrispondenti al loro desiderio; non dimenticando che una sola cosa, ed è: che il linguaggio invocato da essi s’è tenuto da cinquanta anni in poi senz’aver fruttato un menomo che di miglioramento materiale alla condizione degli operai.
Da cinquanta anni in poi, tutto quanto s’è operato pel progresso e pel bene contro ai governi assoluti o contro l’aristocrazia di sangue, s’è operato in nome dei Diritti dell’uomo, in nome della libertà come mezzo e del ben essere come scopo alla vita. Tutti gli atti della Rivoluzione Francese e dell’altre che la seguirono e la imitarono, furono conseguenza d’una Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Tutti i lavori dei Filosofi, che la prepararono, furono fondati sopra una teoria di libertà, sull’insegnamento dei propri diritti ad ogni individuo. Tutte le scuole rivoluzionarie predicarono all’uomo ch’egli è nato per la felicità, che ha diritto di ricercarla con tutti i suoi mezzi, che nessuno ha diritto d’impedirlo in questa ricerca, e ch’egli ha quello di rovesciare gli ostacoli incontrati sul suo cammino. E gli ostacoli furono rovesciati: la libertà fu conquistata; durò per anni in molti paesi; in alcuni ancor dura. La condizione del popolo ha migliorato? I milioni che vivono alla giornata sul lavoro delle loro braccia, hanno forse acquistato una menoma parte del ben essere sperato, promesso?
No; la condizione del popolo non ha migliorato; ha peggiorato anzi e peggiora in quasi tutti i paesi, e specialmente qui dov’io scrivo; il prezzo delle cose necessarie alla vita è andato progressivamente aumentando, il salario dell’operaio in molti rami d’attività progressivamente diminuendo, e la popolazione moltiplicando. In quasi tutti i paesi, la sorte degli uomini di lavoro è diventata più incerta, più precaria; le crisi che condannano migliaia d’operai all’inerzia per un certo tempo si son fatte più frequenti. L’accrescimento annuo delle emigrazioni di paese in paese, e d’Europa alle altre parti del mondo, e la cifra crescente sempre degli istituti di beneficenza, delle tasse pei poveri, dei provvedimenti per la mendicità, bastano a provarlo. Questi ultimi provano anche che l’attenzione pubblica va più sempre svegliandosi sui mali del popolo; ma la loro inefficacia a diminuire visibilmente quei mali, dimostra un aumento egualmente progressivo di miseria nelle classi alle quali tentano provvedere.
E nondimeno, in questi ultimi cinquanta anni, le sorgenti della ricchezza sociale e la massa dei beni materiali sono andate crescendo. La produzione ha raddoppiato. Il commercio, attraverso crisi continue, inevitabili nell’assenza assoluta d’organizzazione, ha conquistato più forza d’attività e una sfera più estesa alle sue operazioni. Le comunicazioni hanno acquistato pressoché dappertutto sicurezza e rapidità, e diminuito quindi, col prezzo del trasporto, il prezzo delle derrate. E d’altra parte, l’idea dei diritti inerenti alla natura umana è oggimai generalmente accettata: accettata a parole e ipocritamente anche da chi cerca, nel fatto, eluderla. Perché dunque la condizione del popolo non ha migliorato? Perché il consumo dei prodotti, invece di ripartirsi equamente fra tutti i membri delle società europee, s’è concentrato nelle mani di pochi uomini appartenenti a una nuova aristocrazia? Perché il nuovo impulso comunicato all’industria e al commercio ha creato, non il ben essere dei più, ma il lusso di alcuni?
La risposta è chiara per chi vuol internarsi un po’ nelle cose. Gli uomini sono creature d’educazione, e non operano che a seconda del principio d’educazione che loro è dato. Gli uomini che promossero le rivoluzioni anteriori s’erano fondati sull’idea dei diritti appartenenti all’individuo: le rivoluzioni conquistarono la libertà: libertà individuale, libertà d’insegnamento, libertà di credenze, libertà di commercio, libertà in ogni cosa e per tutti. Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non avea mezzo d’esercitarli? che importava la libertà d’insegnamento a chi non aveva né tempo, né mezzi per profittarne? che importava la libertà di commercio a chi non aveva cosa alcuna da porre in commercio, né capitali, né credito? La società si componeva, in tutti i paesi dove quei principii furono proclamati, d’un piccol numero d’individui possessori del terreno, del credito, dei capitali; e di vaste moltitudini d’uomini non aventi che le proprie braccia, forzati a darle, come arnesi di lavoro, a quei primi e a qualunque patto, per vivere; forzati a spendere in fatiche materiali e monotone l’intera giornata: cos’era per essi, costretti a combattere colla fame, la libertà, se non un’illusione, un’amara ironia? Perché nol fosse, sarebbe stato necessario che gli uomini delle classi agiate avessero consentito a ridurre il tempo dell’opera, a crescerne la retribuzione, a procacciare un’educazione uniforme gratuita alle moltitudini, a rendere gl’istrumenti di lavoro accessibili a tutti, a costituire un credito pel lavoratore dotato di facoltà e di buone intenzioni. Or perché lo avrebbero fatto? Non era il ben essere lo scopo supremo della vita? Non erano i beni materiali le cose desiderabili innanzi a tutte? Perché diminuirsene il godimento a vantaggio altrui? S’aiuti adunque chi può. Quando la società assicura ad ognuno che possa l’esercizio libero dei diritti spettanti all’umana natura, fa quanto è richiesta di fare. Se v’è chi per fatalità della propria condizione, non può esercitarne alcuno, si rassegni e non incolpi persona. Era naturale che così dicessero, e così dissero infatti. E questo pensiero delle classi privilegiate di fortuna riguardo alle classi povere, diventò rapidamente pensiero d’ogni individuo verso ogni individuo. Ciascun uomo prese cura dei propri diritti e del miglioramento della propria condizione senza cercare di provvedere all’altrui; e quando i propri diritti si trovarono in urto con quelli degli altri, fu guerra: guerra non di sangue, ma d’oro e d’insidie: guerra meno virile dell’altra, ma egualmente rovinosa: guerra accanita, nella quale i forti per mezzi schiacciano inesorabilmente i deboli o gl’inesperti. In questa guerra continua, gli uomini s’educarono all’egoismo, e alla avidità dei beni materiali esclusivamente. La libertà di credenza ruppe ogni comunione di fede. La libertà di educazione generò l’anarchia morale. Gli uomini, senza vincolo comune, senza unità di credenza religiosa e di scopo, chiamati a godere e non altro, tentarono ognuno la propria via, non badando se camminando su quella non calpestassero le teste de’ loro fratelli, fratelli di nome e nemici nel fatto. A questo siamo oggi, grazie alla teoria dei diritti.
Certo, esistono diritti; ma dove i diritti d’un individuo vengono a contrasto con quelli d’un altro, come sperare di conciliarli, di metterli in armonia senza ricorrere a qualche cosa superiore a tutti i diritti? E dove i diritti d’un individuo, di molti individui, vengono a contrasto coi diritti del paese, a che tribunale ricorrere? Se il diritto al ben essere, al più gran ben essere possibile, spetta a tutti i viventi, chi scioglierà la questione tra l’operaio e il capo manifatturiere? Se il diritto alla esistenza è il primo inviolabile diritto d’ogni uomo, chi può comandare il sagrifizio dell’esistenza pel miglioramento d’altri uomini? Lo comanderete in nome della Patria, della Società, della moltitudine dei vostri fratelli! Cos’è la Patria, per l’opinione della quale io parlo, se non quel luogo in cui i nostri diritti individuali sono più sicuri? Cos’è la Società, se non un convegno d’uomini, i quali hanno pattuito di mettere la forza di molti in appoggio dei diritti di ciascuno? E voi, dopo avere insegnato per cinquant’anni all’individuo che la Società è costituita per assicurargli l’esercizio dei suoi diritti, vorrete dimandargli di sagrificarli tutti alla Società, di sottomettersi, occorrendo, a continue fatiche, alla prigione, all’esilio, per migliorarla? Dopo avergli predicato per tutte le vie che lo scopo della vita è il ben essere, vorrete a un tratto ordinargli di perder il ben essere e la vita stessa per liberare il proprio paese dallo straniero, o per procacciare condizioni migliori a una classe che non è la sua? Dopo avergli parlato per anni in nome degli interessi materiali, pretenderete ch’egli, trovando davanti a sé ricchezza e potenza, non stenda la mano ad afferrarle, anche a scapito de’ suoi fratelli?
“Sebbene sia ignoto ai più, molti dei grandi personaggi che hanno dato un sostanziale contributo alla storia dell’umanità negli ultimi tre secoli aderivano alla Massoneria.
Saranno quindi elencate alcune di queste personalità che, da Liberi Muratori, hanno dato un notevole apporto al progresso culturale e scientifico della società: quale fulgido esempio del lavoro iniziatico necessario al raggiungimento dei più alti traguardi umani.”
(fonte: Gianmichele Galassi, Apprendista Libero Muratore, Secreta Ed. 2013) (dal sito web del G.O.I.)
Voltaire (François Marie Arouet) (1694-1778)
Benjamin Franklin (6 Gennaio 1706 – aprile 1790)
Wolfang Amadeus Mozart (Salisburgo 27 Gennaio 1756 – 6 dicembre 1791)
Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900)
Sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo, 22 maggio 1859 – Crowborough, 7 luglio 1930)
Joseph Rudyard Kipling (Bombay, 30 Dicembre 1865 – Londra,18 gennaio 1936)
Sir Alexander Fleming (1881-1955)
Edward Kennedy “Duke” Ellington (Washington, 29 aprile 1899 – 24 maggio 1974)
John Wayne (26 maggio 1907. -11 giugno 1979)
Antonio De Curtis, in arte Totò. (Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 aprile 1967)
Enrico Fermi (Roma, 29 settembre 1901 – Chicago, 29 novembre 1954)
Edmondo De Amicis (Oneglia, 21 ottobre 1846 – Bordighera, 11 marzo 1908)
Giosuè Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 – Bologna, 16 febbraio 1907)
Gerolamo Bixio, detto Nino. (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873)
Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini (Firenze, 24 novembre 1826 – Firenze, 26 ottobre 1890)
Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882)
Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803)
Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798)
La rivoluzione industriale e i movimenti politici tra Sette e Ottocento compressero enormi energie e sprigionarono nuove libertà. A volte ci si sofferma sugli effetti appariscenti più che sui meccanismi che li determinano, sulle luci iridescenti della “giostra” anziché sulla “macchina” che fa ruotare. Non sempre dagli eventi si risale alla loro progettazione. Perciò la rivoluzione industriale e i movimenti “di massa” parvero e ancora vengono descritti come una macina destinata a comprimere e ad annientare persone e cose. Invece quell’epoca segnò il trionfo della forzanuova, prodotta dall’intelligenza umana che ideò, produsse e utilizzò la secondanatura: energia idraulica, meccanica, a vapore, con il motore a scoppio… L’industrializzazione modificò il rapporto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e se stesso.
In Occidente, cioè in Europa e nelle Americhe, la riduzione dell’uomo a “cosa meccanica”, a un “aratro vivente” come il filosofo greco Aristotele denominava gli schiavi, fu combattuta e modificata anzitutto dal cristianesimo, che affermò la dignità della persona umana. L’affermazione dell’uomo come soggetto di libertà nello Stato trionfò con le rivoluzioni di fine Settecento in America e in Europa, alimentate dai Lumi, con l’avvento dell’idea di nazione e con il nuovocristianesimo: fratellanza universale, dignità degli uomini ed emancipazione delle donne, che il Codice napoleonico aveva ancora relegato in seconda fila.
La rivoluzione industriale non venne progettata e attuata da un Potere unitario o da “ingegneri sociali” con un piano occulto. Fu il prodotto di una somma di eventi in parte inventati, ideati sulla base di scoperte e innovazioni, in parte casuale.
Giueseppe Mazzini: un Romantico in cerca
In questa cornice si colloca il dramma, cioè la presenza sulla scena storica, di Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872).
Per molti italiani Mazzini è il profeta della repubblica, il patriota che sacrificò la vita per l’Italia una, indipendente e repubblicana. Mazzini volle però essere molto di più. Per lui la Nuova Italia non sarebbe sorta davvero se non con la formazione di un Uomo Nuovo, il cittadino. Non solo. L’indipendenza e l’unificazione per Mazzini erano, dovevano essere, norma di un nuovo ordine universale, la liberazione di tutte le nazioni; emancipazione da ogni forma di oppressione; avvento della fratellanza universale e di una religiosità libera dalle chiese, cioè da organizzazioni fatalmente destinate a inaridire la fede, a impoverire lo Spirito in “pratiche”. Infine Mazzini credeva fermamente nell’immortalità dell’“animo” e nella comunione tra i viventi e gli angeli.
Concepì gradualmente “credo politico” e obiettivi conseguenti. Non li espose mai in un’opera organica. Le sue “opere edite e inedite” e il suo epistolario contano oltre cento volumi. Pubblicò Note autobiografiche per introduzione a una raccolta di suoi scritti editi, ma non vere e proprie Memorie, né un’autobiografia, perché la sua vita fondeva quotidianamente pensiero e azione al calor bianco della politica, fatta di cospirazione, agitazione, apostolato, reticolo fittissimo di rapporti segreti e di iniziative alla luce del sole
La sua opera più famosa, I doveridell’uomo, non è né un trattato né l’esposizione organica di un progetto. E’ il manifesto di una nuova umanità. Comprende pagine di alta letteratura, di spiritualità, talvolta di perorazione e preghiera più che di pensiero politico vero e proprio. Perciò nel 1902 essa fu pubblicata per le scuole su proposta del ministro della Pubblica istruzione, Nunzio Nasi, massone, e per decreto del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Cancellate alcune frasi scomode per la monarchia, i Doveri sono incitamento al patriottismo, al civismo. Contrappongono l’idealismo al materialismo, la fratellanza agl’interessi di classe, il sacrificio al calcolo. Nel 1904 il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti promosse l’edizione nazionale delle opere di Mazzini, a conferma della compatibilità tra spiritualismo mazziniano e monarchia costituzionale.
La vita di Mazzini fu scandita in diverse stagioni, fatte anche di dubbi, sconforti, drastiche svolte. Essa ebbe però una continuità di fondo. Una sorta di melodia ora malinconica ora tragica che ne accompagnò le molte fasi. Il suo motivo furono iniziazione e profezia. La madre, Maria Drago, lo educò all’amore per l’Italia e all’etica del sacrificio, nel solco dei grandi spiriti, da Dante a Ugo Foscolo. A sedici anni Giuseppe vide i liberali piemontesi, sconfitti nel 1821, in partenza da Genova per l’esilio: uno spettacolo di amara desolazione ma capace di infondere generosa fiducia nella Storia se dominata dal pensiero e dall’azione: formula che ricalca l’identificazione di reale e razionale di Hegel, ma senza “rassegnazione”né “sottomissione” né al Fato né agli dèi.
Con quelle premesse, a ventidue anni Mazzini si fece iniziare alla Carboneria, associazione segreta impregnata di religiosità e di patriottismo. Arrestato su delazione (13 novembre 1830) e incarcerato a Savona, posto dinnanzi alla scelta tra confino ed esilio (18 gennaio 1831), scelse l’espatrio. Dopo un soggiorno a Ginevra e a Lione, fondò a Marsiglia la associazione segreta “Giovine Italia”. Essa escluse chi contasse più di quarant’anni, cioè fosse nato prima della Convenzione repubblicana francese del 1792, assunta a spartiacque della storia come già aveva intuito Wolfgang Goethe. La “Giovine Italia” segnò una cesura generazionale. Un bene? Una forzatura? Per dar vita a un nuovo corso Mazzini ruppe il legame ideale e pratico con quanti avevano vissuto l’età napoleonica e la restaurazione con tutte le loro contraddizioni, i compromessi, i tentativi di conciliare il vecchio e il nuovo. Gli associati giuravano di volere l’Italia “una, indipendente, libera e repubblicana” e obbedienza totale. Il tradimento era punito con pene severe, incluse la morte e la damnatiomemoriae.
Mazzini sublimò il suo rapporto con la famiglia originaria nell’appassionato carteggio con la madre. Non estraneo alle passioni naturali, ebbe un bimbo da Giuditta Sidoli, a sua volta esule politica, vedova e già madre di quattro figli, ma non lo riconobbe e non se ne occupò. Non formò mai una famiglia propria, perché si dichiarava votato a una missione universale. I primi tentativi di attuare il programma della “Giovine Italia” ebbero esiti catastrofici. Molti associati furono scoperti, arrestati, torturati, condannati anche alla pena capitale. Uno tra i suoi amici più cari, Jacopo Ruffini, si uccise in carcere nel timore di non reggere agl’interrogatori sotto tortura. L’invasione della Savoia per suscitare l’insurrezione generale nel regno di Sardegna, naufragò miseramente (1834). A Genova il trentasettenne capitano di marina Giuseppe Garibaldi, che doveva agire in concomitanza, si trovò solo all’appuntamento con l’insurrezione e scampò all’arresto con l’esilio, inseguito dalla condanna a morte per diserzione.
Mazzini non resse alla prova del fuoco. Si smarrì. Malgrado il cocente insuccesso, alzò il tiro con la fondazione della “Giovine Europa”. Il riscatto dell’Italia doveva accompagnarsi alla redenzione di tutte le nazioni oppresse. Rimase convinto che l’insurrezione e la proclamazione della repubblica anche in un solo villaggio avrebbe scatenato la rivoluzione generale: un’illusione che costò tanti sacrifici ed esasperò la sua contrapposizione ai moderati, bollati come codardi.
Costretto a migrare dalla Svizzera alla Francia e alla Gran Bretagna, ora arrestato ora espulso, nel 1837 Mazzini approdò a Londra. Dopo la “tempesta del dubbio” accentuò l’aspetto profetico della sua missione. Fondò il periodico “L’apostolato popolare” per educare e contrastare il materialismo dilagante. Molti pensarono che fosse segretamente finanziato da governi, correnti politiche e gruppi religiosi, anzitutto inglesi, che erano i beneficiari politici della sua azione perché destabilizzava il sistema della Santa Alleanza.
Altre iniziative ispirate dal suo insegnamento ebbero esito tragico. Fu il caso della spedizione guidata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ufficiali della Marina asburgica. Arrestati, vennero fucilati coi loro seguaci al vallone di Rovito (Cosenza, 1844), confortati da un sacerdote massone.
Nel 1831 Mazzini aveva sfidato il trentatreenne Carlo Alberto, appena asceso a re di Sardegna, a prendere la guida dell’unificazione italiana. Per assecondare quel disegno si dichiarò pronto a sacrificare l’opzione repubblicana all’obiettivo dell’unità. Altrettanto fece l’8 settembre 1847 con una lettera pubblica a Pio IX. Nel 1848-1849 cercò di sottrarre l’iniziativa politico-militare sia a Carlo Alberto, sceso in guerra contro l’Austria, sia a Pio IX, il cui miglior ministro, Pellegrino Rossi, fu assassinato (con rituale settario, si disse) appena nominato presidente del governo.
Accorso a Roma, ove su impulso di Carlo Luciano Bonaparte e Giuseppe Garibaldi il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica, Mazzini fece parte del triumvirato di governo col forlivese Aurelio Saffi e Carlo Armellini (29 marzo) e vi pubblicò “L’Italia del Popolo”. Si dimise il 30 giugno, quando la Repubblica stava crollando sotto l’offensiva delle truppe inviate da Luigi Napoleone Bonaparte, principe-presidente della repubblica dei francesi e poi imperatore. Riprese le fila della cospirazione, il suo programma conobbe altre tragiche pagine con l’arresto e l’impiccagione di affiliati, incluso il sacerdote Enrico Napoleone Tazzoli, e con il clamoroso insuccesso dell’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853. Contava di avervi 5-10.000 seguaci. Se ne contarono una ventina. Il 13 febbraio scrisse: “Mi ritiro completamente dal lavoro di cospirazione in Italia”. Il 23 dichiarò: “Il Comitato Nazionale Italiano è disciolto”, ma poi riprese il cammino della cospirazione. Non solo si oppose (con tanto di malaugurio) alla partecipazione del regno di Sardegna alla guerra franco-anglo-turca contro la Russia, che consentì a Cavour di proporre la “questione italiana” all’attenzione delle grandi potenze nel Congresso di Parigi, ma organizzò una insurrezione a Genova. Fu pertanto condannato a morte, mentre il tentativo di Carlo Pisacane di incendiare il Mezzogiorno con un’invasione fallì miseramente (1857).
Ormai schivato dalla Società Nazionale Italiana, da Garibaldi e dalla maggior parte dei patrioti, nel 1859 Mazzini tramò ai danni dell’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, tentò di precedere i fiduciari del governo di Torino nelle terre poi annesse e nel 1860 cercò di dirottare l’impresa dei Mille verso la proclamazione della repubblica, ma non ottenne alcun successo. L’antico carbonaro, massone e patriota milanese, a lungo imprigionato allo Spielberg, Giorgio Pallavicino Trivulzio, presidente della Società Nazionale, gl’intimò ruvidamente di lasciare Napoli perché “pur non volendolo, voi ci dividete” e invitò a votare per l’ “Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale”.
Sconfitta politica, vittoria pustuma?
Il 5 novembre 1860 Mazzini stilò a Caserta il programma dell’Associazione Unitaria Nazionale ma subito dopo lasciò l’Italia per Londra. Tramite Demetrio Diamilla Muller nel 1863 ebbe contatti con Vittorio Emanuele II per affrettare l’annessione del Veneto all’Italia, ma aveva ormai scarso seguito e modesta influenza. La nascita dell’Internazionale socialista (Londra, 1864) ne accentuò l’isolamento nell’ambito del movimento operaio europeo. L’ascesa militare della Prussia, la riorganizzazione dell’Impero d’Austria con il riconoscimento dell’Ungheria e il declino di Napoleone III quale promotore delle nazioni finirono per nuocere proprio al progetto mazziniano di un’Europa dei popoli. Dal 1864 l’influenza di Mazzini sui democratici italiani fu messa apertamente in discussione da Garibaldi (accolto trionfalmente a Londra), che gli rimproverava di aver intralciato l’unità d’azione nelle fasi cruciali delle guerre per l’indipendenza. Francesco Crispi proclamò alla Camera che la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Nel 1866 Mazzini tentò di ostacolare l’alleanza con la Prussia contro l’Austria e deprecò la conclusione della terza guerra d’indipendenza, che all’Italia fruttò l’annessione di Venezia. L’insorgenza repubblicana a Palermo non ne accrebbe il prestigio.
In settembre l’Apostolo pubblicò il manifesto dell’Alleanza repubblicana universale. La Camera annullò due volte la sua elezione a deputato per il collegio di Messina. Rieletto una terza volta, rifiutò il seggio perché la sua assunzione comportava il giuramento di fedeltà allo Statuto. Il crepuscolo incombeva. Visitò a Lugano Carlo Cattaneo poco prima della morte (2 febbraio 1869).Tentò ancora di riorganizzare i repubblicani, sia con un convegno a Lugano sia con un incontro a Genova, presieduto dal genero di Garibaldi, Stefano Canzio (marzo 1870). All’inizio della guerra franco-germanica del 19 luglio 1870, quando il governo italiano mise in cantiere l’annessione di Roma, partì per la Sicilia deciso a suscitarvi un’insurrezione che avrebbe dissuaso il governo da qualsiasi aiuto a Napoleone III, ma fu arrestato e imprigionato a Gaeta. Amnistiato per la seconda volta in breve tempo (14 ottobre), venne tradotto senza fetta al confine svizzero. Transitò per Roma, ma non volle lasciare la stazione. Ormai era annessa al Regno, con Vittorio Emanuele II al Quirinale e Pio IX in Vaticano. Due monarchie, una costituzionale, l’altra assoluta. La Repubblica? A Pisa sostò nella casa di Enrichetta Nathan Rosselli. A Genova si raccolse in meditazione sulla tomba della madre. Poi raggiunse Lugano e da lì Londra, sorvegliato ma non “ricercato”. Aveva perso tutte le battaglie.
Nel febbraio 1871 tornò a Lugano per organizzare il Patto di fratellanza tra le società operaie italiane, ufficialmente avversato dal governo di Roma, che nondimeno lo preferiva alla propaganda dell’internazionale anarchica e social-rivoluzionaria, perché comunque poneva in primo piano l’Italia e gli italiani.
Il 6 febbraio 1872 Mazzini raggiunse Pisa in incognito, ospite dei Nathan Rosselli. Informato, il governo ne garantì il sereno trapasso in patria. Morì il 10 marzo, vegliato da Sarina Nathan, Felice Dagnino, Agostino Bertani, capofila dei radicali, e da Adriano Lemmi, il “banchiere della rivoluzione”, che lo avvolse nello scialle già posto su Carlo Cattaneo morente, a suggello della continuità ideale di mazziniani unitari e federalisti mentre albeggiavano i radicali, avviati alla conciliazione con la monarchia costituzionale.
Nell’immagine la copertina della Domenica del Corriere del 1 gennaio 1961 dedicata ai quattro artefici dell’unità: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso di Cavour e Giuseppe Mazzini
Imbalsamata, la sua salma fu trasferita al cimitero di Staglieno (Genova) con un solenne trasporto per ferrovia, come narrò Sergiò Luzzatto nell’eccellente La mummia della Repubblica (Rizzoli). Fu salutata a ogni tappa da folle commosse. Meta di pellegrinaggio, la sua tomba rivaleggiò con il garibaldino Scoglio di Quarto quale simbolo del patriottismo italiano. Il giorno della sua morte fu adottato per la celebrazione dei defunti da parte della massoneria italiana, che lo esaltò gran maestro dell’“idea”. Mazzini tuttavia non fu mai iniziato né frequentò alcuna loggia per la radicale diversità tra il suo programma, tutto politico, e il “metodo massonico”, transnazionale, tra la “fede” e il “dubbio”. La sua superiorità alle sconfitte può insegnare molto a “monarchici” che hanno dissipato 10.700.000 dei voti ottenuti il 2-3 giugno 1946. Questione di “fede”?
Giuseppe Mazzini – Ritratto fotografico
MAZZINI, UOMO UNIVERSALE
Nel 1871 Mazzini dette impulso al settimanale “Roma del Popolo”, diretto da Giuseppe Petroni, per vent’anni prigioniero politico in Castel Sant’Angelo. Il foglio si contrapponeva alla Roma dei papi e a quella di Vittorio Emanuele II, che però anno dopo anno attrasse radicali e repubblicani transigenti (come il “fratello” Aurelio Saffi, nel 2019 biografato dalla Associazione culturale di Forlì, che ne prese il nome nel 1900) all’insegna dell’unità della patria e della concordia dei cittadini.
Nel 1890, su proposta del governo presieduto da Francesco Crispi, il Parlamento deliberò l’erezione in Roma del monumento nazionale a Mazzini (opera di Ettore Ferrari, venne “scoperto” all’Aventino solo nel 1949). La Nuova Italia lo riconosceva tra i suoi profeti, come spiegò alla Camera il ministro della pubblica istruzione, Michele Coppino, massone. Due anni dopo a Genova venne fondato il partito dei lavoratori italiani, poi partito socialista italiano, contrapposto anche al mazzinianesimo ma alimentato da società operaie di matrice mazziniana. Dal canto suo il partito repubblicano italiano, nato nel 1897 con il motto “definirsi o sparire”, affiancò al suo magistero quello di altri repubblicani, come Alberto Mario.
Mazzini fu dunque un “uomo universale”, come scrisse Carlo Gentile. Le sue idee si propagarono ovunque. La sua immagine ascetica affascinò. Col tempo fu dimenticata la catena dei suoi errori politici dall’esito spesso tragico. Rimase l’esempio di rigore e coerenza. Mazzini divenne emblema della speranza di tempi migliori e della necessità di impegnarsi per realizzarli. Mostrò che le idee si affermano attraverso la comunicazione: lettere, circolari, manifestini, giornali, associazioni, leghe, partiti… Non basta averne; bisogna diffonderle.
Giuseppe Mazzini – Francobollo italiano commemorativo (1861 – 2011)
Non per caso si propose come Apostolo. Evangelista, aggiungiamo. Religioso nell’età del materialismo, profeta di sentimenti contro l’aridità dell’affarismo, fu il maggior romantico del Risorgimento, ma nella edificazione della Terza Italia venne eclissato da due passionali di buon senso, Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi.
Joseph-Marie de Maistrefu un filosofo, politico, diplomatico, scrittore, magistrato e giuristasavoiardo di lingua francese, tra i più noti pensatori reazionari del periodo post-rivoluzionario.
Ambasciatore del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello zarAlessandro I dal 1803 al 1817, poi da tale data fino alla morte ministro reggente la Gran Cancelleria del Regno di Sardegna, de Maistre fu tra i portavoce più eminenti del movimento controrivoluzionario che fece seguito alla Rivoluzione francese e ai rivolgimenti politici in atto dopo il 1789; propugnatore dell’immediato ripristino della monarchia ereditaria in Francia, in quanto istituzione ispirata per via divina, e assertore della suprema autorità papale sia nelle questioni religiose che in quelle politiche, de Maistre fu anche tra i teorici più intransigenti della Restaurazione, sebbene non mancò di criticare il Congresso di Vienna, a suo dire autore da un lato di un impossibile tentativo di ripristino integrale dell’Ancien Régime (peraltro ritenuto di sola facciata) e dall’altro di compromessi politici con le forze rivoluzionarie.
Biografia
Joseph-Marie de Maistre nacque a Chambéry, in Savoia, allora parte del Regno di Sardegna, il 1º aprile 1753, da François-Xavier, magistrato e membro del Senato savoiardo, e dalla nobildonna Christine Demotz, primogenito di dieci figli. Soltanto nel 1778, grazie ai servigi resi alla Corona, il padre ricevette il titolo nobiliare di conte. Il giovane Joseph ebbe la sua prima educazione presso i gesuiti della sua città natale, verso i quali per tutta la vita nutrirà una profondissima devozione. Si laureò in giurisprudenza all’Università di Torino.
Joseph-Marie de Maistre.
Nonostante l’intrapresa carriera da giurista e la ricca biblioteca di volumi di diritto ereditata dal nonno materno, le carte del diario di de Maistre e le corrispondenze iniziali suggeriscono che egli fosse assai più interessato alla teologia e a discipline quali filosofia, politica e storia piuttosto che a quelle giuridiche. Inoltre, assieme al francese, sua lingua madre (come della quasi totalità della nobiltà piemontese), e al greco e al latino appresi, come detto, durante la sua eccellente educazione presso i gesuiti, de Maistre sapeva perfettamente l’italiano e molto bene l’inglese, lo spagnolo, il portoghese, oltre ad un po’ di tedesco. Il diario e le opere testimoniano la sua profonda conoscenza delle Sacre Scritture, degli scritti dei Padri della Chiesa, degli autori classici greci e latini, di quelli del Rinascimento e delle maggiori figure dell’Illuminismo europeo.
Entrò a far parte, nel 1774, della loggia massonica di rito inglese “LesTrois Mortiers“, ma nel 1778 si spostò in quella martinista di rito scozzese rettificato della Parfaite Sincérité, legata al pensiero del tradizionalista francese Louis Claude de Saint-Martin. Egli vide nel ramo di questa corrente massonica un’élite con grandi potenzialità per la restaurazione cristiana del mondo, di quella “res publica cristiana d’Europa” di cui parlerà più tardi anche Edmund Burke nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, che influenzeranno notevolmente il pensiero di de Maistre. Nel1786 sposò la nobildonna Françoise-Marguerite de Morand, che gli darà tre figli.
Nel 1788 de Maistre entrò a far parte del Senato di Savoia. Allo scoppio della Rivoluzione francese, nel 1789, vide con un certo favore le prime fasi, percependo in esse uno spiraglio a favore di riforme contro la deriva assolutistica dell’Ancien Régime. Tuttavia, dopo la proclamazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e la lettura delle già citate Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Burke, edite nel 1790, il suo atteggiamento mutò in un completo rifiuto dei principi rivoluzionari. L’anno 1790 segnò la fine dell’esperienza massonica maistreiana. Le logge massoniche e i gruppi esoterici dell’epoca erano frequentati da sacerdoti, vescovi e nobili della Chiesa cattolica, non curanti della scomunica pontificia: in modo coerente, De Maistre non ritenne che vi fosse incompatibilità fra appartenenza alla Massoneria e alla Chiesa cattolica, ed indirizzò una lettera al vertice del Rito Scozzese nella quale propose l’inserimento della riunificazione delle Chiese cristiane fra gli obiettivi prioritari della Muratoria.
Nel 1792, in seguito all’aggressione e all’invasione francese della Savoia, fu costretto a fuggire in esilio, prima ad Aosta e poi in Svizzera, a Losanna. Qui ebbe modo di conoscere Edward Gibbon, i Necker, Benjamin Constant e diversi emigrati francesi.
L’anno seguente videro la luce le note Lettere di un realista savoiardo ai suoi compatrioti (Lettres d’un royaliste savoisien à ses compatriotes). Nel 1794 de Maistre iniziò la stesura dello scritto Studio sulla sovranità, incompiuto e che uscirà soltanto postumo nel 1870. Ma saranno le Considerazioni sulla Francia (Considérations sur la France), uno dei suoi maggiori scritti, ad assicurargli la celebrità in tutti gli ambienti controrivoluzionari europei. Fuggito dalla Svizzera, anch’essa invasa dalle truppe francesi, e trasferitosi a Venezia in seria indigenza economica, riuscì finalmente a rientrare in patria nel 1797, imbarcandosi per la Sardegna, dove nel 1799 gli sarà affidato dal re l’incarico di Reggente della Gran Cancelleria del Regno a Cagliari.
Nel 1802, reVittorio Emanuele I inviò de Maistre come ministro plenipotenziario a San Pietroburgo, presso la corte dello ZarAlessandro I. Giunto in Russia, de Maistre diventò ben presto una delle più influenti e ammirate figure intellettuali, assiduo frequentatore dei salotti della nobiltà e dell’alta società pietroburghese.Rimasto, però, isolato politicamente, senza istruzioni precise e con un appannaggio irrisorio, incompreso dai suoi superiori e dallo stesso Zar (che solo in un secondo momento seppe avvalersi dei consigli del Conte), de Maistre seppe tuttavia tutelare con grande abilità il prestigio della dinastia sabauda presso i ministri e la corte russa. Nel quadro angosciante dell’invasione napoleonica, de Maistre svolse in seno alla corte una rilevante attività politica, che portò lo stesso zar Alessandro I a cancellare alcune riforme d’ispirazione illuministica, e a favorire l’azione apostolica della Compagnia di Gesù, andatasi man mano ricostituendo dopo il suo scioglimento nel 1773. De Maistre riuscì perfino a convertire al Cattolicesimo alcuni esponenti della nobiltà russa.
Torino – Palazzo Reale.
Questo suo aperto sostegno all’azione pastorale operata dai gesuiti fece cadere de Maistre in disgrazia presso la corte dello Zar, il quale richiese alle autorità sabaude il suo rientro in patria, avvenuto poi nel 1817. Questo episodio segnò la fine della carriera diplomatica del Conte, ma non di quella politica. Il periodo pietroburghese fu uno dei più floridi dell’attività letteraria di de Maistre. Nel 1814 fu dato alle stampe il Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche (Essai sur le principe générateur des constitutions politique), della cui pubblicazione si interessò anche l’amico Louis de Bonald, altro esponente di spicco della corrente controrivoluzionaria col quale de Maistre intratteneva un rapporto epistolare. Di quegli anni furono anche l’Esame della filosofia di Bacone (Examen de la philosophie de Bacon) e le Lettere ad un gentiluomo russo sull’Inquisizione spagnola (Lettres à un gentilhomme russe sur l’Inquisition espagnole), scritte in occasione della soppressione dell’istituzione ecclesiastica, nelle quali egli criticò dal suo punto di vista le accuse comunemente lanciate dalla critica illuministica contro l’Inquisizione, attaccando anche la filosofia di Hume e gli enciclopedisti. Intanto de Maistre iniziava l’opera che lo avrebbe reso celebre, ossia Le serate di San Pietroburgo (Les soirées de Saint-Pétersbourg), capolavoro di teologia e filosofia della storia, che uscirà postumo nel 1821, appena dopo la sua morte.
Rientrato nel frattempo a Torino, nel 1818, tre anni dopo la fine del Congresso di Vienna, fu nominato nuovamente Ministro Reggente della Gran Cancelleria del Regno. Nel 1819, in piena Restaurazione, de Maistre pubblicò l’altro suo capolavoro, Del Papa (Du Pape).
Profondamente religioso, celebre e ammirato ormai in tutta Europa, sebbene segnato dall’indigenza in cui fu costretto a vivere negli ultimi anni, Joseph de Maistre si spense il 26 febbraio 1821, circondato dai parenti e da tutti quegli amici e conoscenti che condivisero assieme a lui il suo ideale politico e spirituale. Qualche giorno prima della morte, in una lettera a Massimo d’Azeglio, aveva compianto la sorte dell’Italia divisa e lamentato lo scarso patriottismo degli italiani. È sepolto nella chiesa dei Santi Martiri di Torino.
Il pensiero di Joseph de Maistre
Litografia di Joseph de Maistre, posta come ritratto in antiporta della prima edizione de Les Soirées de Saint-Pétersbourg (1821).
Conformemente al pensiero comune controrivoluzionario, per de Maistre l’origine di tutti i mali dell’epoca a lui contemporanea poteva essere identificata nella Riforma protestante.
Come afferma nella sua opera Del Papa, edita nel 1819, solo la Chiesa cattolica e la figura papale sarebbero in grado di poter garantire l’ordine sociale. Il potere papale dovrebbe inoltre essere infallibile, dal momento che è indispensabile, secondo de Maistre, che vi sia qualcuno in grado di poter giudicare senza essere giudicato. Non bisogna confondere però tale concezione politica dell’infallibilità petrina conquella elaborata dal Concilio Vaticano I che la circoscrive all’ambito del contenuto della fede.
L’ultramontanismo
La rivoluzione è il peccato (sociale) in quanto distruzione dell’ordine naturale – e, dunque, legittimo – voluto da Dio (essendo, secondo de Maistre, l’autorità divina a legittimare la sovranità politica e qualsiasi potere terreno). In de Maistre torna inoltre sia il concetto di centralità della Chiesa cattolica che l’unione del potere temporale e politico nelle sole mani del pontefice, inteso come vertice della piramide sociale e civile oltre che arbitro internazionale di ogni conflitto, in quanto ritenuto al di sopra di ogni particolarismo nazionale.
Tali posizioni identificano de Maistre quale rappresentante della corrente di pensiero denominata ultramontanismo, ovvero quella dottrina che afferma la suprema autorità del papato all’interno della Chiesa, e che vede nella figura del papa la guida morale della società.
Riconoscimenti
Reale Accademia delle Scienze di Torino, Socio nazionale residente della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche dal 31 marzo 1816.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
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