Tutti gli articoli di Dario Seglie

Presidente del CDI - Centro di Documentazione Ipotenusa Direttore Scientifico della Rivista " L'Ipotenusa"

LA VERA STORIA DEL GRANDE ORIENTE D’ITALIA PALAZZO GIUSTINIANI DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI

LA VERA STORIA DEL GRANDE ORIENTE D’ITALIA PALAZZO GIUSTINIANI DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI

Il Giudice archivia le accuse di Di Bernardo perché il Gran Maestro del GOI Stefano Bisi dice correttamente la verità su fatti di rilevanza pubblica. 

In una lettera inviata ai Fratelli della Comunione il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi ha comunicato che è stata disposta l’archiviazione della querela per diffamazione pluriaggravata presentata nei suoi confronti da Giuliano Di Bernardo.

Ecco la scheda tecnica che riepiloga la vicenda giudiziaria

Il Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, dr. Nicolò Marino, condividendo pienamente la conforme richiesta del Pm dr. Francesco Dall’Olio, ha disposto l’archiviazione del procedimento iscritto a carico del Gran Maestro del GOI Stefano Bisi accusato da Di Bernardo del reato di diffamazione pluriaggravata. La vicenda giudiziaria nasce con riferimento alle dichiarazioni rese da Di Bernardo nel corso dell’audizione dallo stesso resa alla Commissione Antimafia istituita nella precedente legislatura e avverso le quali il Gran Maestro del Goi aveva espresso pubblicamente severe critiche.

Il Grande Oriente d’Italia aveva avviato nei confronti di Di Bernardo iniziative volte ad accertare la non veridicità delle dichiarazioni da egli propalate innanzi alle autorità giudiziarie e parlamentari, con particolare riferimento alle asserite infiltrazioni mafiose nel Goi.

Dopo 25 anni tornano al Vascello le carte sequestrate nell'indagine Cordova - Grande Oriente d'Italia - Sito Ufficiale
“I documenti dell’inchiesta Cordova sono la nostra storia, una storia di cui andiamo orgogliosi” – (Dichiarazione di Stefano Bisi)

Il Gran Maestro del Goi Stefano Bisi, commentando pubblicamente le dichiarazioni rese da Di Bernardo, affermava: “…l’ex Gran Maestro Di Bernardo che ha parlato delle infiltrazioni mafiose nelle logge calabresi del GOI, il suo ricordo a scoppio ritardato lascia basiti ed è anzi molto singolare che la Commissione Antimafia abbia preso per buone le dichiarazioni di un personaggio – fra l’altro a suo tempo “fratello coperto” come da sua esplicita richiesta scritta – che irresponsabilmente per l’istituzione di cui era il massimo rappresentante, non ha mai edotto l’allora Giunta del Grande Oriente d’Italia della gravità delle notizie in suo esclusivo possesso. Per queste sue tardive affermazioni il GOI intende intraprendere nei suoi confronti iniziative giudiziarie”.

Di Bernardo proponeva formale querela sostenendo la offensività di dette affermazioni non essendo il suo ricordo <<a scoppio ritardato>> – in quanto, a suo dire, egli avrebbe riferito le stesse dichiarazioni ininterrottamente dal 1993 e sino ad allora – ed affermando di non esser mai stato <<fratello coperto>> in senso negativo perché vietato dalla legge. Il Gran Maestro del GOI, ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, con il quale gli veniva contestato il reato di diffamazione pluriaggravata in danno di Di Bernardo, chiedeva al P.M. di essere sottoposto ad interrogatorio. Nel corso del chiesto interrogatorio, il Gran Maestro del GOI allegava e documentava la veridicità, fondatezza e correttezza delle affermazioni incriminate.

Il Pm. – ritenute fondate: <<le argomentazioni fornite dall’indagato in sede di interrogatorio a seguito di avviso ex art. 415 bis cpp e della produzione di articolata memoria difensiva con allegazione documentale dalla quale è possibile desumere la insussistenza degli elementi costitutivi del reato di cui alla rubrica apparendo rispettati i canoni della verità, rilevanza e continenza delle dichiarazioni dell’indagato>> presentava al GIP richiesta di archiviazione del caso.

Le allegazioni difensive del Gran Maestro del GOI – ritenute fondate e provate dal PM nella richiesta di archiviazione <<pienamente condivisa>> dal GIP nel decreto di archiviazione recentemente emesso – sono condensate nelle dichiarazioni rilasciate dal Gran Maestro nel corso del suo interrogatorio in cui si legge: <<in ordine alla espressione “ricordo a scoppio ritardato” il DI BERNARDO a pretesa riprova di non avere avuto un ricordo a scoppio ritardato afferma di avere “esattamente” riproposto nel 2014 e nel 2017, le stesse “dichiarazioni rilasciate a Cordova nel 1992”. Si osserva in contrario che dall’esame di tutti i verbali delle deposizioni rese dal DI BERNARDO al Cordova e poi a tutti i successivi Sostituti Procuratori che si sono occupati della nota inchiesta (che sono allegati alla memoria oggi depositata – allegato n. 20), si evince che lo stesso DI BERNARDO non ha mai fatto il benché minimo cenno al tema delle “infiltrazioni mafiose nelle logge calabresi del GOI” specifico ed unico oggetto dell’affermazione incriminata. A ciò si aggiunga che tutte le esternazioni pubbliche del DI BERNARDO, rese prima, durante e dopo la sua dissociazione dal GOI (16.04.1993), escludono detti (inesistenti) fenomeni infiltrativi. A comprova di ciò si offrono in comunicazione interviste del DI BERNARDO (allegato n. 21), resoconto di conferenza stampa (allegato n. 23), lettera aperta al Presidente della Repubblica (allegato n. 22). Ulteriormente si osserva che il DI BERNARDO denunciava i terzi che ipotizzassero detti fenomeni, ovvero che attribuissero a lui frasi in tal senso allusive e/o ammissive dei predetti fenomeni; si producono in allegato alla memoria le querele proposte dal DI BERNARDO contro Leoluca ORLANDO del 18.03.1993 (allegato n. 24), nonché diffida di querela contro il direttore di un quotidiano e dell’articolista del 20.02.1995 (allegato n. 25). — In ordine alla espressione <a suo tempo “fratello coperto” come da sua esplicita richiesta scritta>>, si rileva che detta espressione non fa altro che ripetere (ecco perché tra virgolette) il termine “coperto” usato dallo stesso DI BERNARDO nella domanda a sua firma (all. 17 prima memoria), nelle sue dichiarazioni pubblicate sui giornali dell’epoca (confronta allegato n. 18 della prima memoria difensiva), e pubblicata su libri costituenti best seller in materia (confronta allegato n. 19, la Storia della Massoneria in Italia di Aldo Mola). Nessun riferimento alla P2.>>.

Il Gran Maestro del GOI Stefano Bisi ha offerto alle autorità giudiziarie – che l’hanno pienamente condivisa – la rappresentazione di fatti realmente accaduti e che – contrapponendosi alla versione offerta dal Di Bernardo – contribuisce a (ri)scrivere la vera Storia del Grande Oriente d’Italia Palazzo Giustiniani degli ultimi trent’anni; per tale ragione, i rilevanti contenuti delle memorie difensive offerte dal Gran Maestro del GOI Stefano Bisi, vista la considerevole mole di esse, saranno oggetto di successive pubblicazioni.

(dal sito web del GOI – Luglio 2021)

25 luglio 1943: fu colpo di stato? di Aldo A. Mola

25 luglio 1943: fu colpo di stato?

Vittorio Emanuele III esercitò il potere secondo l’articolo 65 dello Statuto: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. Come a suo tempo osservò Luigi Einaudi, monarchico e presidente della Repubblica, il Re mostrò che “la prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi.

di Aldo A. Mola

Festeggiamenti a Milano, il 26 luglio 1943, per la caduta di Mussolini e proclamazione del governo Badoglio

“Lento pede” verso la verità storiografica

Ogni anno un piccolo passo avanti verso la verità sul 25 luglio 1943. Quel giorno, a conclusione di un colloquio di venti minuti iniziato alle 17 a Villa Savoia, Vittorio Emanuele III revocò Benito Mussolini da capo del governo e lo sostituì con il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Secondo Luigi Salvatorelli e altri studiosi e polemisti fu il terzo “colpo di Stato” messo a segno dal sovrano in un trentennio, dopo la dichiarazione di guerra all’impero d’Austria-Ungheria il 24 maggio 1915 e l’insediamento del governo Mussolini il 31 ottobre 1922. In un saggio del 1953 Elio Lodolini denunciò La illegittimità del governo Badoglio (ed. Gastaldi). Troppi però trascurano che l’ingresso nella Grande Guerra fu previamente approvato dal Parlamento e che il 16 novembre 1922 il governo Mussolini alla Camera ebbe il voto favorevole di tutti i partiti costituzionali, i cui rappresentanti del resto ne facevano parte, compresi i popolari di don Sturzo, i demosociali di Colonna di Cesarò e i demoliberali capitanati da Giolitti, Orlando, Salandra, e ottenne il “si” quasi unanime del Senato.

Re costituzionale, Vittorio Emanuele III operò con l’avallo delle Camere sulla base dei poteri di “capo supremo dello Stato” e comandante delle forze armate, come stabilito dall’articolo 5 dello Statuto promulgato da Carlo Alberto il 4 marzo 1848. Il 25 luglio fu un’eccezione e in quali termini? La revoca di Mussolini da capo del governo può essere imputata al re quale arbitrio incostituzionale? Il sovrano abusò del regio potere sostituendo il duce con il duca di Addis Abeba?

In Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio (ed. il Mulino) Paolo Cacace, studioso di istituzioni e politica estera e autore dell’intrigante saggio Quando Mussolini rischiò di morire (ed. Fazi),mira a mettere ordine nelle “cordate” che lavorarono al “cambio” al vertice del governo di un’Italia ormai militarmente sconfitta, con la Sicilia già invasa dagli anglo-americani e dopo il bombardamento dell’aviazione americana su Roma il 19 luglio, proprio mentre Mussolini incontrava per l’ennesima volta Hitler, precisamente nella villa dell’industriale e finanziere Achille Gaggia, non lontano da Feltre, raggiunta dai due in aereo sino a Treviso, in treno fino a Feltre e infine in auto.

Pressato dai vertici delle forze armate, il duce si proponeva di chiedere che, con i buoni uffici del Giappone (in guerra contro gli USA e i suoi alleati occidentali ma non contro la Russia), la Germania imboccasse la via di un armistizio con Stalin per rovesciare la sua potenza di fuoco verso il Mediterraneo. Diversamente l’Italia, ormai soccombente e con armate disperse all’estero, sarebbe stata costretta a una pace separata. Hitler, invece, ancora sicuro di sconfiggere i sovietici (che proprio in quei giorni lanciarono l’offensiva vincente) e famelicamente bisognoso di sfruttare le risorse delle terre soggiogate, per due ore deplorò la resa degli italiani in Sicilia, a volte quasi senza combattere, e prospettò la completa subordinazione delle loro infide truppe a generali tedeschi. L’incontro si risolse in un monologo di Hitler, che ventilò anche il possesso di armi segrete invincibili: le future V1 e V2, mentre però gli USA lavoravano all’atomica.

Rientrato pilotando personalmente l’aereo nella Roma sconvolta dai bombardieri statunitensi (3.000 morti, 10.000 feriti, rovine immense nel quartiere San Lorenzo), Mussolini dichiarò al generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, di voler a scrivere a Hitler quanto non gli aveva detto nell’incontro. Troppo tardi…

Nel paragrafo “bombe nella villa degli arcani”, Cacace torna a indagare sull’attentato ordito dal maggiore Cesare Del Vecchio e dal capitano Antonio Giuriolo (ufficiali degli alpini reduci dalla campagna di Russia) per uccidere il fuehrer e il duce al loro arrivo a Villa Gaggia; attentato sfumato perché, con i commilitoni pronti ad agire, essi vennero trasferiti altrove pochi giorni prima del convegno. In pagine dense di allusioni e di “forse”, l’autore ripercorre il reticolo di vaghe connivenze tra militari, esponenti del partito d’azione, socialisti, repubblicani, come Cino Macrelli, accenna a un colloquio tra l’insigne latinista Concetto Marchesi, comunista, e il generale Raffaele Cadorna e conclude che secondo l’azionista Ugo La Malfa fu il Vaticano a imporre l’“alt” all’esecuzione del “colpaccio”. Aggiunge, quasi per inciso, che l’intrigo era forse noto a Giuseppe Bottai, il gerarca (stranamente antisemita) che legò il nome alla Carta della Scuola.

Quanti “figli della Vedova” nel Gran Consiglio …

Generoso dispensatore dell’etichetta di massone a politici, militari e grandi affaristi (Vittorio Emanuele Orlando, a sua detta addirittura affiliato alla loggia “Propaganda massonica” del Grande Oriente d’Italia; Pietro Badoglio, classificato come “massone coperto”; Armando Diaz, “in odore di loggia”; Giuseppe Volpi e Vittorio Cini, entrambi intrinseci di Angelo Gaggia, e un lungo elenco di generali la cui iniziazione in realtà non è affatto documentata), Cacace non scrive che, a differenza dei predetti, proprio Bottai, “dottore in giurisprudenza, residente a Roma in via Ancona 65”, il 20 aprile 1920 era stato iniziato “apprendista massone” nell’“officina” romana “La Forgia”, all’obbedienza della Serenissima Gran Loggia d’Italia (GLI) e fu radiato per morosità il 19 maggio 1923, dopo la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e grembiulini, deliberata dal Gran Consiglio del Fascismo su impulso dei nazionalisti e con la consulenza di un ex sacerdote che per validi motivi Mussolini evitava di incrociare e si guardava dal nominare.

Poiché la storiografia si fonda sul vaglio di documenti anziché su frammenti di memorie spesso più difensive che oggettive, né si basa su elucubrazioni e fantasiose illazioni, Cacace separa scrupolosamente il grano dei “fatti accertati” dal loglio di quelli meramente “supposti”, con l’intento di rispondere alla domanda fondamentale sul 25 luglio 1943: chi davvero preparò e quando decise la sostituzione di Mussolini con Badoglio?

Al netto di progetti di minor portata e di propositi che si esaurirono o non ottennero alcun risultato pratico (rientrano in tale ambito i contatti instaurati tra la Principessa di Piemonte, Maria José, verosimilmente non all’insaputa del principe ereditario, Umberto, il sostituto segretario di Stato vaticano monsignor Giovanni Battista Montini e taluni notabili dell’antifascismo incluso Concetto Marchesi), fermo restando che i partiti (incluso il comunista) erano ancora del tutto privi di organizzazione adeguata e di effettiva incidenza sul corso degli eventi, le “cordate” principali in azione per il riassetto o il “cambio” al vertice del governo sono tre. Anzitutto i componenti del Gran consiglio del fascismo, la massoneria e i militari. Benché si possa parlare di “filiere” separate e preso atto che ciascuna di esse procedette nel massimo riserbo, ognuna ignara delle altre se non per cenni confidenzialmente scambiati tra taluni loro componenti, senza però che l’una conoscesse protagonisti e progetti dell’altra (farsi scoprire comportava finire agli arresti o peggio…), in una visione sintetica della loro trama si evince che tutte e tre facevano comunque conto sull’intervento risolutore del Re quale referente ultimo della loro iniziativa.

Procedendo per sommi capi e senza quindi privare il lettore del piacere di addentrarsi nei meandri esplorati da Cacace, la “cordata” più visibile e ripetutamente indagata fu quella allestita da Dino Grandi, conte di Mordano, proto-fascista, a lungo ambasciatore a Londra, presidente della Camera dei deputati, in convergenza con Giuseppe Bottai e con Luigi Federzoni, nazionalista, dal 1929 al 1939 presidente del Senato e massonofobo. Da quella prima intesa nacque la richiesta a Mussolini di convocazione del Gran Consiglio, dal 1928 elevato a “organo della rivoluzione fascista”, che non si radunava dal 7 dicembre 1939, cioè da prima dell’ingresso dell’Italia in una guerra che da “parallela” divenne via via “subalterna” rispetto a quella della Germania. Anche il filotedesco Roberto Farinacci, “ras di Cremona”, razzista oltranzista, e il chiassoso segretario del partito nazionale fascista, Carlo Scorza, si unirono nella richiesta della convocazione, suggerita da Vittorio Emanuele III a Grandi come “un surrogato del Parlamento”. Le Camere non venivano convocate neppure dinnanzi alla catastrofe militare imminente, a differenza di quanto era avvenuto nel novembre 1917, quando istituzioni e “politica” risposero al disastro di Caporetto con un governo nuovo e l’intervento solenne degli ex presidenti del Consiglio (Salandra, Boselli e Giolitti) in una seduta durante la quale Filippo Turati dichiarò che anche per i socialisti la Patria era sul Piave.

A differenza di quanto spesso ripetuto, l’ordine del giorno illustrato da Grandi alle 17 del 24 luglio dinnanzi al Gran Consiglio radunato nella sala del Pappagallo a Palazzo Venezia, in una Roma angosciata e deserta, non prospettò affatto la fine del fascismo, né (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile) l’“eutanasia del regime”, ma semplicemente l’assunzione del comando delle forze armate da parte del sovrano, la nomina di titolari dei ministeri militari (fagocitati da Mussolini, capo del governo e ministro dell’Interno e degli Esteri), l’appello alla resistenza militare in costanza delle istituzioni del regime, a cominciare dal Gran Consiglio stesso, e la configurazione del ruolo politico del duce, la cui sostituzione né Grandi né quanti approvarono il suo ordine del giorno (compreso Galeazzo Ciano, genero di Mussolini) esplicitamente proposero. Non per caso, dopo poche ore di sonno a Villa Torlonia, la mattina del 25 il duce tornò a Palazzo Venezia nella convinzione di avere ancora in pugno il governo del Paese. In quella convinzione sollecitò e ottenne udienza dal Re alle 17 a Villa Savoia, anticipando di poche ore quella ordinaria, prevista per l’indomani.

Per motivi di cui poco oltre diciamo, non è il caso di insistere sull’antica affiliazione massonica di parecchi componenti del Gran Consiglio e meno ancora di insinuare il massonismo di chi sino a prova contraria non fu mai iniziato. È il caso dei due quadrumviri superstiti, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon ed Emilio De Bono.

Che Giacomo Acerbo, Giuseppe Bottai, Alfredo De Marsico (dal 1911), Roberto Farinacci, Giovanni Marinelli ed Edmondo Rossoni, in tempi remoti e per diversa durata, fossero stati in logge del Grande Oriente d’Italia (GOI) o della Gran Loggia d’Italia (GLI) non consente di dedurne che fossero in combutta in quanto massoni. Solo nel corso della seduta alcuni “fratelli” aggiunsero la loro alla firma dei proponenti originari. Indurre la consonanza di vedute tra gerarchi solo perché “figli della Vedova” (ovvero massoni) comporterebbe induzioni e deduzioni su fatti mai acclarati: anzitutto erano a conoscenza gli uni degli altri dell’antica militanza in Comunità contrapposte in contese poco fraterne e duramente competitive come quelle guidate da Domizio Torrigiani e da Raoul Palermi? Avevano, e quale, un abbozzò di progetto unitario che li accomunasse al quartetto Grandi-Federzoni-Bottai-Ciano, massonofagi o massoni pentiti? A profittare del loro pronunciamento, come Grandi stesso apprese con amarezza, sarebbe stato il successore in pectore di Mussolini, il maresciallo Badoglio che taluni, riecheggiati da Cacace, classificano “massone coperto” o “non dichiarato”, ma senza produrre alcun documento probante.

 e con le Stellette

Del pari, mentre è assodata l’iniziazione del maresciallo Ugo Cavallero (sia al GOI, sia alla GLI), notoriamente antagonista di Badoglio, il quale lasciò sulla scrivania in bella evidenza il “memoriale” che gli costò la vita (venne “suicidato” da Kesselring perché rifiutò di assumere il comando di un esercito italiano succubo dei tedeschi), del generale Giacomo Carboni e di altri minori protagonisti del “colpo di Stato”, come il generale Soleti e (molto importante) il Maresciallo Messe, caduto prigioniero degli inglesi e futuro capo di stato maggiore generale, manca qualunque prova di appartenenza massonica dei capi della “cordata” militare. Questa risultò la principale e vincente, in convergenza con il duca Pietro d’Acquarone, ministro della Real Casa di Vittorio Emanuele III. Essa fu incardinata sul capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio e i suoi fidatissimi collaboratori, quale il giovane e fattivo Giuseppe Castellano, nessuno dei quali risulta massone, come non lo era il Maresciallo Enrico Caviglia benché pare che il Re non l’abbia preferito a Badoglio proprio perché non voleva si dicesse che la sostituzione di Mussolini riportava al potere la massoneria.

Meriterebbe un’ampia evocazione il ruolo svolto a ridosso del 24-25 luglio da Domenico Maiocco, capofila della Massoneria Italiana Unificata (biografato dal colonnello Antonino Zarcone), solerte tramite fra massoni, gerarchi di sicura sponda monarchica (come De Vecchi e Alfieri) e Ivanoe Bonomi, che guidava le forze antifasciste “aventiniane” con Marcelo Soleri (mai aventiniano né massone, a differenza di quanto afferma Cacace). Del pari va ricordato che il padre di Federico Comandini, nella cui abitazione venne fondato il Partito d’azione, era Ubaldo, repubblicano intransigente e massone nella loggia di Cesena. Insomma, a lungo costretta al sonno e con labili legami con le Comunità d’Oltrape, d’oltre Manica e oltre Atlantico, la massoneria in Italia, appena affiorante, non aveva affatto un progetto univoco.

Importa invece arrivare alla conclusione, cui conduce il materiale innovativo proposto da Paolo Cacace. Il vero regista del “cambio” fu l’impenetrabile Vittorio Emanuele III, unico vero interlocutore degli Alleati, in specie degli inglesi, consci che il sovrano era il garante della continuità dello Stato d’Italia, la cui legalità internazionale e interna poggiava su forze armate e corpo diplomatico.

Il disegno del Re era chiaro: ottenere che l’Italia potesse arrendersi e ottenere un “armistizio” (cioè la “tregua” delle armi) come il 9 settembre i giornali denominarono la “resa senza condizioni” (surrender), subita dopo le intricate trattative condotte da Giuseppe Castellano e firmate a Cassibile. Nello strumento della resa gli anglo-americani ordinarono all’Italia la “defascistizzazione”, altra cosa dalla “epurazione”, inventata per arruffate ragioni etiche da chi voleva scaricare sulla sola Corona il passivo della guerra e far dimenticare di aver votato a favore di Mussolini o di essere longa manus di Stalin.

Non fu “colpo di Stato”

Il 25 luglio fu dunque un “colpo di Stato”? La risposta è no. Vittorio Emanuele III esercitò il potere secondo l’articolo 65 dello Statuto: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. Come a suo tempo osservò Luigi Einaudi, monarchico e presidente della Repubblica, il Re mostrò che “la prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza, anche se osservata nell’apparenza”. L’Italia non era una “diarchia”, ma una “monarchia costituzionale”. Il Re fece quel che la Camera dei fasci e delle corporazioni, prona al duce, non seppe intraprendere. Venne implicitamente sollecitato dai 63 senatori che il 22 luglio chiesero la convocazione della Camera Alta. Il Gran Consiglio operò solo da “surrogato”. Cinque suoi componenti, condannati per alto tradimento, pagarono con la vita al Poligono di tiro di Verona per squallida vendetta di chi cercava tardivi meriti agli occhi di Hitler… Va loro tributato rispetto per quella iniqua fine, che non è l’ultimo dei motivi del sanguinoso epilogo della Repubblica sociale italiana. Alle 17 del 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III si era fatto garante della sicurezza personale del duce, che infatti non venne “arrestato” ma “fermato” e per scritto si dichiarò pronto a collaborare con Badoglio. Poi la storia ebbe altro corso…

Aldo A. Mola

SANTO STEFANO BELBO – CESARE PAVESE – MEMORIA DI VIRGILIO GAITO

Santo Stefano Belbo (Cuneo) – 6 Novembre 2014 – Fondazione Cesare Pavese  — (da sin.) Luigi Genesio Icardi, Sindaco; Franco Vattaneo, Direttore della Fondazione; la piramide con l’immagine di Cesare Pavese; Luigi Ciriotti, Sindaco all’epoca dell’alluvione; Mauro Passet e Carlo Gremo, Delegati da Virgilio Gaito.

SANTO STEFANO BELBO

CESARE PAVESE 

MEMORIA DI VIRGILIO GAITO

Gentile Signora Gabriella Ciriotti,

Mi fa molto piacere apprendere da Lei che il Comune di Santo Stefano Belbo ha deciso di onorare la figura di Suo Marito, il dott. Luigi Ciriotti, inaugurando una targa a Lui dedicata all’ingresso della Biblioteca del Centro Studi “Cesare Pavese”, ricostruito per merito appunto del sindaco Ciriotti, dopo la sconvolgente alluvione del fiume Belbo nel novembre 1994.

Mi permetta di associarmi al ricordo di quanti vorranno parlare, il prossimo 17 luglio 2021, della figura di un grande Italiano come suo Marito, che ha onorato Santo Stefano Belbo e il mondo della cultura, nel quale si colloca a buon diritto l’illustre concittadino Cesare Pavese.

Nel novembre 1994 il Piemonte fu devastato da una delle tante alluvioni, purtroppo ricorrenti nella nostra bella Italia. Mentre, insieme ai miei Fratelli della Giunta del GOI (Grande Oriente d’Italia), eravamo riuniti per deliberare aiuti alle popolazioni colpite da simile sciagura, giunse a noi un toccante appello del Sindaco di Santo Stefano Belbo, Luigi Ciriotti, rivolto alle Autorità e a chiunque potesse aiutarlo a ricostruire il Centro Studi “Cesare Pavese”, a suo tempo creato dallo scrittore. In quei giorni di tregenda il Sindaco si era posto alla testa dei suoi Concittadini, armato soltanto di due stivaloni e del suo coraggio, ad affrontare la furia devastatrice del fiume che si era impadronita del Centro Studi, devastandone la Biblioteca e tutti i documenti manoscritti dello Scrittore.

A rischio della vita il dott. Ciriotti riuscì a mettere in salvo tanta preziosa ricchezza culturale, che peraltro doveva essere sottoposta a un particolare e costoso restauro presso l’Istituto Centrale del Restauro, sedente a Roma.

La nostra Istituzione, che da sempre ha previlegiato il mondo della cultura e che ne ha annoverato tra le sue fila illustri rappresentanti – in particolare nel Piemonte, Fratelli come Edmondo De Amicis, Vittorio Alfieri, i due martiri Silvio Pellico e Piero Maroncelli, Massimo d’Azeglio, e nel panorama italiano Giovanni Pascoli, Gabriele d’Annunzio, Carlo Collodi e i due Nobel per la letteratura Giosuè Carducci e Salvatore Quasimodo – non poteva rimanere insensibile al drammatico appello di Luigi Ciriotti. Pertanto decidemmo di stanziare un contributo straordinario di 500 milioni di Lire che facemmo pervenire a quell’esemplare Servitore dello Stato.

Nel corso degli anni ebbi il privilegio di una fitta corrispondenza con Lui, durante la quale seguivamo con commozione il progressivo salvataggio di tutto il materiale cartaceo, salvato per suo merito, presso l’Istituto Centrale del Restauro e per noi rappresentò un momento di vera gioia quando apprendemmo che tutto quel materiale era stato recuperato e reso leggibile. Grazie anche al contributo dei Liberi Muratori Italiani del GOI, il Centro Studi, divenuto nel 2004 “Fondazione Cesare Pavese” ricevette una nuova collocazione in un complesso nel Centro storico che comprendeva anche una chiesa sconsacrata, trasformata poi in Auditorium. All’ingresso fu posta una piramide marmorea, simbolo tradizionalmente massonico, sulla quale sono stati incisi i nomi dei Benefattori, tra i quali, al secondo posto dopo la Regione Piemonte, figura il Grande Oriente d’Italia.

La langa di Pavese - Recensioni su Fondazione Cesare Pavese, Santo Stefano Belbo - Tripadvisor
SANTO STEFANO BELBO – FONDAZIONE CESARE PAVESE

Quando il Sindaco Ciriotti mi invitò a visitare il ricostruito Centro Studi, sentimmo i nostri cuori vibrare all’unisono, per aver offerto un contributo così memorabile al grande Cesare Pavese e al mondo della Cultura.

La decisione del Comune di Santo Stefano Belbo di intitolare a Luigi Ciriotti la targa commemorativa mi ha suscitato particolare emozione, perché il nome di questo grande Italiano rimarrà perennemente legato a quello di uno tra i massimi uomini di cultura dell’Italia moderna. Sono certo che questo Centro continuerà a essere un vero punto di riferimento per la formazione di una gioventù italiana ed europea, degna delle proprie tradizioni.

Non so dove e quando mi piacerebbe, sottobraccio all’amico Luigi, contemplare la Luna mentre i Falò crepitano in lontananza …

Gentile Signora Gabriella, La prego di voler rendere partecipe i Suoi figlioli di questo mio ricordo di un Uomo del quale, a giusto titolo, potranno sentirsi degna progenie.

Un caro saluto a Lei e a Loro.

Virgilio Gaito

(Avvocato, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1993 al 1999)

RELAZIONE SULL’ATTIVITA’ SVOLTA DAL CENTRO DI DOCUMENTAZIONE “IPOTENUSA” NELL’ANNO 2020

RELAZIONE SULL’ATTIVITA’ SVOLTA DAL CDI

NELL’ANNO 2020

Nell’anno passato l’attività della nostra Associazione è stata quasi interamente incentrata nella pubblicazione del periodico ” L’ipotenusa” , editato e distribuito agli abbonati regolarmente alle quattro scadenze annue previste.

Il mantenere la regolare cadenza di pubblicazione ha richiesto sforzi considerevoli, a causa delle diverse criticità, interne ed esterne, che si sono verificate nel periodo: da un lato la nota situazione emergenziale legata alla diffusione pandemica del virus Covid-19 ha creato, come del resto a tutte le attività, significative difficoltà, non tanto nella redazione della rivista, quanto nella sua stampa e diffusione. E se la Tipografia Grillo cui ci si è affidati come di consueto per la stampa e l’imballaggio ha continuato a svolgere abbastanza regolarmente il servizio, non così è stato per Poste Italiane incaricate della distribuzione; queste ultime infatti hanno sospeso per diversi mesi il servizio e quando lo hanno ripreso, nell’estate, i ritardi nelle consegne sono stati considerevoli.

Dal lato organizzativo interno della nostra Associazione si è aggiunta purtroppo l’impossibilità per l’ex Presidente Massimo Raffo, artefice per lunghi anni della maggior parte del lavoro editoriale, di continuare a svolgere questa attività, a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute.

Ciò ha comportato una completa ristrutturazione del processo redazionale, dalla cernita degli articoli e delle immagini sino alla correzione delle bozze, con delle inevitabili difficoltà e ritardi.

Non bisogna infine dimenticare che dal primo gennaio 2020 la pubblicazione dell’Ipotenusa è diventata un’attività commerciale, con il conseguente aggravio di oneri ed adempimenti non solo fiscali ma anche amministrativi inerenti la nostra nuova natura di casa editrice vera e propria.

Nonostante questa serie di problemi la rivista è giunta ai propri fruitori mantenendo l’abituale standard qualitativo, anche grazie al significativo apporto della Giunta del Collegio Circoscrizionale la quale, oltre al contributo economico, ha garantito all’Ipotenusa un ricco e variegato flusso di articoli e rubriche ( Centro Ricerche Storiche sulla Libera Muratoria e Harmonia Mundi, oltre agli articolati editoriali del Presidente Daniele Lanzavecchia).

A fine anno si è iniziato ad implementare ulteriori importanti novità redazionali ed organizzative, tramite l’affidamento, a partire dal 2021, dei compiti di impaginazione, ricerche iconografiche e stampa all’Associazione “Silvio Pellico” di Cercenasco diretta dal dott. Marco Civra, noto imprenditore del settore editoriale.

Dal mese di ottobre, sempre ad opera del dott. Civra, è stato attivato il sito web dell’Associazione www.lipotenusa.it con contenuti sia redazionali, gestiti prevalentemente dal Presidente del CDI Dario Seglie, che commerciali ( vendita abbonamenti alla rivista, arretrati e pubblicazioni librarie diverse, sempre editate dalla nostra Associazione).

Il Centro di Documentazione Ipotenusa ha, infatti, con successo, iniziato la pubblicazione di una collana di libri di argomento massonico, iniziata con la riedizione del volume I viaggi di Ciro di Andrew Ramsay, un classico della letteratura massonica, curato dal compianto Piero Boldrin con apparato critico di Gianmichele Galassi. Altra pubblicazione di notevole pregio e grande interesse è stata la prima traduzione dal francese con edizione italiana del Corso Orale di Massoneria Simbolica di Henri Cauchois, a cura di Giusepe Lucatorto; si tratta di un coltissimo e ricco manuale, utile per Apprendisti e non solo.

Durante le riunioni del Collegio Circoscrizionale dei MMVV a Torino, grazie all’invito permanente del Presidente Daniele Lanzavecchia, il Presidente del CDI Dario Seglie ha sempre partecipato per comunicare le iniziative di rinnovamento del Centro di Documentazione e le novità editoriali ai MMVV del Piemonte e Valle d’Aosta.

La progettazione e partecipazione, col Presidente Daniele Lanzavecchia, ad altri eventi del territorio nei vari Orienti sono stati sospesi a causa della pandemia in atto. Saranno effettuati non appena possibile.

Malgrado le limitazioni agli spostamenti imposti dai vari decreti ministeriali, la nostra Associazione è stata regolarmente presente, tramite il consueto desk, alla Gran Loggia 2020 del GOI, tenutasi a Rimini dall’ 11 al 13 settembre. Come sempre l’organizzazione della trasferta è stata affidata al Consigliere e Socio Gianni Gamba, il quale ha fatto sì che fosse mantenuta viva l’attenzione sulla nostra testata, anche in un periodo di difficoltà; lusinghiero l’interesse ed il successo a livello nazionale.

Terminiamo questa relazione con il consueto ringraziamento a tutti coloro, membri del CD o no, del Comitato di Redazione e dello Staff del CDI, i quali si sono adoperati per il buon funzionamento della nostra Associazione e che hanno permesso -anche per l’anno passato- il pieno conseguimento degli scopi statutari.

Pinerolo, 22/06/2021

Il Segretario                                                         ll Presidente

Paolo Gardiol                                                     Dario Seglie

EDGAR MORIN ED IL PENSIERO GLOBALE

Sette lezioni sul pensiero globale.

La visione di Edgar Morin

Copertina

«Per Morin è necessario “pensare globale”, non dimenticando la complessità dell’essere umano, la sua individualità, ma anche la sua natura al tempo stesso sociale e biologica.» (Carlo Bordoni, La Lettura del Corriere della Sera). Le nostre conoscenze sull’umano, sulla vita, sull’universo, sono in piena espansione. Sono anche separate e disperse. Come legarle fra loro? Come affrontare problemi che sono nello stesso tempo complessi e vitali? .La risposta che Edgar Morin dà in questo libro Sette lezioni sul pensiero globale (Cortina Raffaello) è luminosa di intelligenza e accessibile a tutti. L’autore ci invita a “pensare globale”, cioè a considerare l’umanità nella sua natura “trinitaria”, poiché ciascuno è nello stesso tempo un individuo, un essere sociale e una parte della specie umana. (Quarta di copertina)

Edgar Morin, (Parigi, 8 Luglio 1921) pseudonimo di Edgar Nahoum, è sociologo, filosofo, epistemologo e saggista francese di origine ebraica; è uno dei più grandi intellettuali contemporanei.

Iniziatore del “pensiero complesso” – la necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori ad un pensiero della complessità -.
Ha partecipato alla Resistenza (rinunciando agli studi universitari) assumendo il cognome della sua futura moglie: Morin. Ha preso parte a movimenti anarchici, pacifisti e libertari e al Partito Comunista Francese, da cui è stato espulso nel 1951.
Negli anni Cinquanta è stato ricercatore presso il C.N.R.S. (Centre national de la recherche scientifique) compiendo studi sul divismo, i giovani e la cultura di massa. Oggi è il direttore per la sezione scienze umane e sociali.
Nel 1956 ha fondato la rivista «Arguments», trattando i temi politici centrali degli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1967, con Roland Barthes e Georges Friedmann, ha fondato la rivista «Communications», di cui è tuttora co-direttore. Nel 1969, un soggiorno al Salk Institut lo ha messo in contatto con la teoria dei sistemi che ha influenzato profondamente le sue ricerche epistemologiche.
Attualmente è Presidente dell’Associazione per il Pensiero Complesso, con sede a Parigi, e Presidente dell’Agenzia europea per la Cultura (UNESCO).

“Riforma del pensiero” e “politica della civiltà”

Edgar Morin ha dedicato gran parte della sua opera ai problemi di una “riforma del pensiero”, affrontando le questioni alla base delle sue riflessioni sull’umanità e sul mondo: la necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori a un pensiero della complessità.

In Morin è anzitutto fondamentale la distinzione tra civiltà e cultura. La cultura è l’insieme delle credenze e dei valori caratteristici di una determinata comunità. La civiltà è invece il processo attraverso il quale si trasmettono da una comunità all’altra: le tecniche, i saperi, le scienze.

Morin sostiene che “la cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi”: da una parte la cultura umanistica “che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze”, dall’altra, la cultura scientifica che “separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa”. A ciò va aggiunta la sfida sociologica: “l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare”, una conoscenza “costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero”, il quale a sua volta “è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società”. L’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come all’indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria città: “la conoscenza tecnica è riservata agli esperti” e “mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza”.

Secondo Morin è necessario raccogliere queste sfide attraverso la riforma dell’insegnamento e la riforma del pensiero: “È la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza per rispondere a queste sfide e che permetterebbe il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza”. Per spiegare questo concetto Morin richiama una frase di Michel de Montaigne: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Egli perciò distingue tra “una testa nel quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso” e una “testa ben fatta”, che comporta “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso”.

Credit: Corbis via Getty Images/Stefano Bianchetti
Michel de Montaigne (1533 – 1592)

Secondo Morin, una “testa ben fatta”, mettendo fine alla separazione tra le due culture, consentirebbe di rispondere alle formidabili sfide della globalità e della complessità nella vita quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.

Riguardo alla civiltà occidentale, che è oramai globalizzata, essa ha ormai più effetti negativi che positivi, ed è anch’essa dunque bisognosa di una riforma, e dunque di una politica della civiltà. Gli assi portanti di una tale politica dovrebbero essere l’umanizzazione delle città e la lotta alla desertificazione delle campagne. Una politica della civiltà deve ristabilire solidarietà e responsabilità, e mirare a una simbiosi tra le diverse civiltà planetarie, raccogliendo il meglio di ciò che ciascuna ha da offrire. Deve infine abbandonare il perseguimento del “di più” a favore del “meglio”, abbandonare l’idea quantitativa di crescita generalizzata, per adottarne una qualitativa: la politica della civiltà deve stabilire dove deve esservi crescita, e dove decrescita.

(ds)

 

Il Sole Invitto sulla Roma di Nathan ###***### di Aldo Alessandro MOLA

IL SOLE INVITTO SULLA ROMA DI NATHAN

di Aldo Alessandro MOLA

Arrivano il Solstizio d’Estate e il San Giovanni Battista, protettore delle logge con o senza falò, fuochi artificiali e altri sprechi di pubblico danaro. È nelle cose. Come nelle cose è il degrado di molte città, parecchie delle quali sono sull’orlo del fallimento. Quando arriverà il redde rationem da parte dell’esecutivo? O il potere centrale non osa procedere per non vedersi rinfacciare il suo? Il debito pubblico dell’Italia continua a ingigantirsi. È il baratro nel quale il Paese s’inabissa.

Eppure non sempre è andata così. Non mancano esempi che voltar pagina si può. Accadde proprio a Roma all’incirca 110 anni addietro, in un passato che sembra remoto e tuttavia ha molto da insegnare. Tra i suoi amministratori eccellenti all’indomani della sua tardiva e venturosa annessione all’Italia vi fu Luigi Pianciani (Roma, 1810-Spoleto, 1890), primo sindaco della Città Eterna dopo l’irruzione del generale Raffaele Cadorna. Antico Gonfaloniere di Spoleto, perseguitato, esule, autore dei tre volumi “La Roma dei Papi”, deputato, gran jerofante dell’Ordine di Menfi Riformato, Pianciani fu compagno di squadra e compasso di Antonio Labriola, unico socialista scientifico in Italia. Ai più il suo nome oggi dice poco o nulla, eppure fu un protagonista della crescita europea dell’Italia.

Ernesto Nathan.jpg
Ernesto NATHAN, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e Sindaco di Roma (1845-1921)

Dopo di lui venne la breve quanto esemplare stagione di Ernesto Nathan, sindaco della Capitale dal 1907 al 1913. In sette anni voltò pagina. Era nato a Londra il 5 ottobre 1845, quarto dei dieci figli di Moses Meyer Nathan e di Sara (Sarina) Levi Nathan. Educato nel culto di Giuseppe Mazzini, ottenne dal Parlamento la “grande cittadinanza” che gli consentì di esercitare i diritti politici, ma con mediocre successo. Consigliere provinciale a Pesaro fallì ripetutamente l’elezione alla Camera. Gli riuscì invece la fulminea ascesa al vertice del Grande Oriente d’Italia, grazie alla protezione iniziale del gran maestro Adriano Lemmi e al sostegno di Ettore Ferrari, lo scultore che forgiò le statue di Arnaldo da Brescia e di Giordano Bruno. Gran maestro a sua volta dal 1896 al 1903, nel 1906 Nathan pubblicò Vent’anni di vita italiana attraverso all’Annuario” (ed. Roma-Torino, Roux e Viarengo), in cui vaticinò l’operosa convergenza di laici e cattolici e propose quale esempio il comunello di Pianosinatico (o Piano Asinatico), ove la domenica il parroco e i popolani lavoravano insieme a edificare la scuoletta ove sarebbe cresciuta la nuova generazione. Era il viatico perfetto per la Terza Italia, cooperazione di liberali progressisti, demo-radicali e socialisti riformisti con occhio di riguardo per i cattolici modernisti come Fogazzaro, che stavano scompaginando l’unanimismo della chiesa di Pio X, quella del “catechismo” e delle riforme al suo interno e verso l’esterno, studiate con competenza da Gianpaolo Romanato, biografo di Papa Sarto. Nathan vi scrisse con toni profetici: “Tutti vedevo, dal papa instabile e volubile che benediva (sic) l’Italia, dal re che vi consacrò la sua corona, dagli apostoli di penna e di spada che scrissero e pugnarono, al grande coro greco, ai popolani che sui palchi (cioè i patiboli, NdA), nelle carceri intonarono l’inno alla patria…”, tutti intenti “ad innalzare l’edificio nazionale”.

Consigliere comunale a Roma dal 1898 e assessore all’economato e ai beni culturali, dopo un primo successo il 30 giugno 1907, quando i suoi sodali conquistarono 24 dei 29 seggi in palio per un rinnovo parziale del consiglio, alle elezioni generali del 10 novembre seguente Nathan non fu affatto il più votato tra i consiglieri della sua lista e tuttavia venne eletto sindaco. La sua epopea è ripercorsa da Fabio Martini in Nathan e l’invenzione di Roma. Il sindaco che cambiò la Città eterna (ed. Marsilio), brillante excursus di centocinquant’anni di amministrazione capitolina (sino a Clelio Darida, Luigi Petroselli, Francesco Rutelli, Valter Veltroni e Ignazio Marino) con qualche piccolo neo (Achille Ballori compare due volte come Antonio Bellori). Circondato da una giunta di amministratori preparati e volitivi, come Giovanni Montemartini, Giovanni Antonio Vanni (alto dignitario massonico, affiliato alla “Universo”), Alceste Della Seta, Eleno Spada (iniziato alla “Pisacane”) e Alberto Tonelli (quasi nessuno era “romano de Roma”), Nathan avviò un programma di “cose da fare” e le fece: municipalizzazione dei servizi, moltiplicazione delle scuole, valorizzazione del patrimonio monumentale, completamento di opere pubbliche dormienti da decenni. Mostrò che “volere è potere”.

La sua ascesa al Campidoglio dimostrava al mondo che contava (Londra, Parigi, Berlino…) che anche un ebreo e massone poteva prendere sulle spalle l’amministrazione di Roma senza mancare di rispetto né al clero né al Papa, come del resto la Nuova Italia aveva mostrato con i conclavi dopo la morte di Pio IX e di Leone XIII. Inoltre egli parlava perfettamente l’inglese, sua lingua madre, mentre un’altra parte d’Europa ammirava il tedesco non per la filosofia di Kant e di Hegel, la filologia, la storiografia di Mommsen e Gregorovius, ma perché la Germania era all’avanguardia nella produzione di armi e l’Austria lasciava che l’antisemitismo dilagasse.

L’amministrazione Nathan ebbe un compito non dichiarato e tuttavia fondamentale: preparare la celebrazione del cinquantenario del Regno e il quarantennale dell’unione di Roma all’Italia. Il governo, con Giolitti e Luigi Luzzatti, ci mise del suo su mandato diretto di Vittorio Emanuele III, il re che a Nathan consegnava di persona aiuti finanziari per gl’irredenti di Trieste e dell’Istria, come ricorda il suo biografo Alessandro Levi in Ricordi della vita e dei tempi di Ernesto Nathan (Firenze, 1927, “edizione fuori commercio”).

Roma 2011 08 07 Palazzo di Giustizia.jpg
Roma – Palazzo di Giustizia, sede della Corte di Cassazione

In quattro anni la Giunta Nathan inanellò una serie di successi. Giunsero a compimento opere gigantesche, come il Palazzo di Giustizia tra Lungotevere e Piazza Cavour, fu varato un eccellente piano regolatore, vennero aperti al pubblico la Passeggiata Archeologica, le Terme di Diocleziano, Castel Sant’Angelo, Villa Giulia. Sotto la guida di Giovanni Montemartini sorsero l’Azienda autonoma tramvie municipali e l’Azienda elettrica municipale. Furono aperti 150 asili, scuole (anche in periferia, nell’Agro). In pochi anni, insomma, Roma mutò volto, sino al solenne scoprimento del monumento equestre di Vittorio Emanuele II all’Altare della Patria, celebranti il Re, Giolitti e Nathan stesso (4 giugno 1911).

Ma il Venti settembre 1910 il sindaco sparò a zero non contro i clericali e Pio X ma addirittura contro il Papato in sé e la Chiesa cattolica, liquidata come imbalsamato cadavere del vecchio Egitto, “frammento di un sole spento, lanciato nell’orbita del mondo contemporaneo”. Neppure Martini sa spiegare le ragioni di tale infelice sortita, deplorata dal “Times” come prova della sua scarsa conoscenza del mondo e “di molte regole di condotta”.

sulla Torino di Rossi di Montelera…

Di tutt’altro tenore era in quei tempi l’amministrazione civica di Torino, basata sulla convergenza del sindaco Teofilo Rossi di Montelera e dell’antico massone Tommaso Villa, radiato dal Grande Oriente perché contrario all’estremismo di logge quali la “Popolo sovrano” che imponeva il giuramento antimilitarista, antimonarchico e antireligioso. Un po’ troppo per un Ordine che dichiara di non occuparsi di politica e di religione e che non per caso nel 1908 registrò la scissione dalla quale nacque la Gran Loggia d’Italia.

L’estremismo non paga. Il clima stava mutando. Il suffragio universale, voluto da Giolitti (1912-1913), colse impreparata la rete elettorale incardinata sui piccoli gruppi. A lungo incerto sulla via da imboccare, dinanzi al massimalismo e all’inconcludenza dei riformisti (sempre refrattari a impegnarsi nel governo), Giolitti propiziò l’accordo con l’Unione Elettorale presieduta dal conte Ottorino Gentiloni a sostegno di cattolici e liberali, purché moderati e anche se massoni: somma di conciliazione silenziosa e di laicizzazione altrettanto in sordina. Dopo la vittoria dei nazionalisti nelle elezioni dell’ottobre 1913, l’amministrazione Nathan si dimise l’11 novembre 1913: una data fatale. Il “figlio di Sarina” lasciò il Campidoglio il 7 dicembre seguente. L’apogeo e la drammatica fine dell’Ordine si consumarono i pochi anni, tra il 1921 e il 1925. Quella Terza Italia non fece in tempo ad “allevare” una classe dirigente diffusa; fece però emergere alcune menti elette, quali i massoni Alberto Beneduce e Arcangelo Ghisleri, che, fiero repubblicano intransigente, fu incaricato da Nitti di compiere il primo serio studio sulla “Libia” e approntò un volume eccellente.

(Aldo A. MOLA)

LEGGENDE METROPOLITANE – di Mario Anesi

LEGGENDE METROPOLITANE

Mario Anesi

Definiamo i termini. Le leggende, o le antiche fiabe, sono racconti collocati in un luogo e in un tempo mitico, a-spaziale e a-temporale, in cui fatti e personaggi – storicamente non dimostrati – vengono amplificati e alterati dalla fantasia e dalla tradizione locale.

Leggende metropolitane, in inglese “Leggende urbane”, è un’espressione impropria, perché può suggerire che queste nascano in ambiente cittadino, e ciò non sempre corrisponde al vero. Sarebbe più corretta la definizione “Leggende contemporanee”.

Un caso di leggenda nata in ambito rurale è quello delle “vipere paracadutate”: trenta, quaranta anni fa nelle zone alpine si registra un aumento della popolazione di vipere. La logica vorrebbe che questo fenomeno sia da attribuirsi all’abbandono dei casolari e dei vecchi sentieri. Invece, partendo dall’Alta Provenza, Savoia, e poi Valle d’Aosta, Svizzera, Piemonte, Lombardia e ora in Centro Italia, si diffonde e trova credito la voce che le vipere vengano lanciate da elicotteri e aerei da turismo. A chi gioverebbe una siffatta operazione? Gli indiziati sono molti: la Guardia Forestale, i cacciatori, gli ecologisti, il WWF, le Case farmaceutiche produttrici di siero antivipera. Oggi non è infrequente trovare un montanaro piemontese che non dia per certa questa aggressione dal cielo, da parte della “gente di città”.

Vipere lanciate dagli elicotteri“, e la fake news è servita

Tuttavia, come in tutte le leggende metropolitane antiche e attuali, non si tratta mai di un’esperienza diretta, personale, ma sempre di: “l’ha detto mio cognato che glielo ha riferito il nipote di suo cugino”. Non è mai rintracciabile la fonte primaria. I ricercatori inglesi hanno creato l’acronimo FOAF: Friend of a friend (un amico di un mio amico).

All’alba del terzo millennio qualcosa è cambiato. Internet è diventato, di fatto, il principale veicolo di voci, dicerie, bufale, “false notizie”, come le definiva Marc Bloch già negli anni Venti. Prima di Internet le leggende metropolitane venivano diffuse oralmente, a volte riportate da periodici locali e quotidiani nazionali, e avevano, al pari delle antiche fiabe, tante versioni e contaminazioni quanti erano i narratori. Ora, con la comunicazione telematica, a parte la velocità di diffusione, il messaggio originale si fissa per iscritto, è unico.

Marc Léopold Benjamin Bloch (Lione, 6 luglio 1886 – Saint-Didier-de-Formans, 16 giugno 1944) è stato uno storico e militare francese

È cambiata la forma, non la sostanza. Sempre citando Bloch: “attraverso le leggende gli uomini esprimono inconsapevolmente i propri pregiudizi, gli odi, le paure, tutte le proprie forti emozioni, ed anche i propri desideri reconditi”. Come nelle fiabe classiche, i racconti attuali sono narrazioni indipendenti, nate in luoghi diversi ma si assomigliano tutte, perché i meccanismi mentali, le credenze, i costumi, sono comuni a tutti i popoli in fasi identiche di cultura. Gli psicanalisti junghiani parlano di un inconscio collettivo, di residui psichici di innumerevoli avvenimenti dello stesso tipo: schemi semplici – archetipi – che emergono ogniqualvolta l’uomo arriva ad una situazione tipica.

Ma, quali sarebbero le paure recondite che emergono dalle leggende metropolitane? Sono tutte riconducibili ad una sola: la morte. Non necessariamente violenta e istantanea, anche quella parziale, subdola e lenta. La paura di tutto ciò che ci può aggredire, avvelenare, mutilare, rapire, privarci dei nostri cari.

Una paura ancestrale, naturalmente negata da tutte le persone civilizzate, positiviste e acculturate, è quella del malocchio (il malo-occhio) e della fattura. Per l’anima primitivo-magica (e non è necessario andare nella Nuova Guinea o nel Mato Grosso per riscontrarla) all’origine delle sciagure, degli incidenti, delle malattie e infine della morte c’è sempre una pratica magica operata ai suoi danni. Non si spiega altrimenti la persistenza e la diffusione delle cosiddette “Catene di Sant’Antonio”, un tempo veicolate per lettera, ora per e-mail. Lo schema è sempre lo stesso. Un invito a trasmettere il messaggio a un certo numero di persone al quale fanno seguito testimonianze “certe”: un uomo cestinò la lettera e il giorno dopo morì d’infarto, un altro seguì le istruzioni e dopo una settimana vinse un milione di dollari alla lotteria. Il pensiero che alimenta la catena è sempre: “naturalmente non ci credo, però non mi costa nulla, male non fa” oppure: “facciamo uno scherzo a quel mio amico superstizioso e credulone”.

Molte vecchie leggende metropolitane sono il frutto della paura dei “morti che ritornano” a minacciare e tormentare i vivi. Perché dovrebbero ritornare? Abbiamo visto che per il pensiero “magico” si muore solo per uccisione quindi è logico e legittimo il loro desiderio di vendicarsi.

In una ricerca condotta negli anni ’80 nelle scuole medie di Omegna il 60% dei ragazzi dichiarò di conoscere storie “vere” di fantasmi, di morti, di cimiteri, tra le quali ben 15 varianti di quella, diffusa in tutto il mondo, del “vestito impigliato al cimitero”. Ne riportiamo una: “Lo zio di un mio amico ha sentito dire che c’era uno che faceva il duro, allora i suoi amici gli dissero: se hai coraggio, vai a mezzanotte al cimitero e fai tutto il giro. Lui va, fa il giro sei volte, ma al settimo sente tirarsi da dietro. Si era impigliato. Lui però pensò che fosse uno zombi e morì di colpo d’infarto”.

Fantasmi a Roma - Italy For Movies
Film: “Fantasmi a Roma”, 1961.Un film di Antonio Pietrangeli. Con Eduardo De Filippo, Vittorio Gassman, Sandra Milo, Marcello Mastroianni, Tino Buazzelli, Belinda Lee.

Un classico del folklore automobilistico a diffusione planetaria è quello dell’autostoppista fantasma che trae origine da una serie di racconti ottocenteschi, che per mantenere credibilità si sono travestiti di forme moderne. Pur con le quasi infinite varianti la trama si può così sintetizzare: una giovane, normalmente bella e indossante un abito bianco leggerissimo, a dispetto della stagione invernale, di notte, chiede il passaggio ad un uomo, il quale pensa di accompagnarla al paese più vicino, ma, fatti pochi chilometri, in prossimità di un cimitero, la ragazza gli annuncia di essere arrivata a destinazione. Il giorno dopo l’uomo descrive a molti le sue fattezze e scopre che è morta due giorni prima. Si reca quindi al cimitero e vede una tomba fresca con già la sua fotografia.

In Italia, leggende simili sono state classificate in sei tipologie fondamentali: l’autostoppista fantasma, il fantasma al ballo, il cavaliere e il fantasma della ragazza, il fantasma della ragazza che non riesce a tornare a casa, il fantasma della madre in cerca d’aiuto per il figlio moribondo, il vetturino e l’uomo vestito di bianco.

Rimettiamo i piedi per terra. Nelle nostre leggende in quali altri modi si manifesta la paura della morte? Una casistica piuttosto ampia contempla quella per gli animali selvatici, pericolosi, che possono minacciare la nostra integrità, in modo palese o subdolo.

Abbiamo accennato alle vipere. I serpenti in genere, anche le innocue bisce, sono oggetto di molte false credenze, soprattutto nel mondo contadino. C’è la serpe che succhia il latte dalle mammelle delle mucche al pascolo o nella stalla e quella che si introduce nel letto della donna allattante e, con astuzia diabolica, prima la ipnotizza, poi introduce la coda nella bocca del neonato, facendogli così credere che sia un capezzolo, quindi sugge il latte. Il bambino inizia, tra lo stupore di tutti, a deperire e alla fine muore. C’è pure il serpente che si introduce nella bocca del contadino addormentato nel campo e si stabilisce nello stomaco. Anche qui il contadino deperisce e muore.

Una leggenda talmente diffusa in Italia, Francia e Germania da essere considerata veritiera è quella del topo delle Filippine. Le versioni sono molteplici ma in sintesi la storia è questa: un turista, quasi sempre donna, si reca in vacanza nelle Filippine (in altri casi nel Messico, nella Thailandia, in India) qui trova per strada uno strano e simpatico cagnolino che lo segue. Ci si affeziona e lo porta in patria. Dopo un po’ che lo tiene in casa lo porta da un veterinario il quale inorridito esclama: “ma questo non è affatto un cane, è un ratto, il pericolosissimo ratto delle Filippine che può trasmettere terribili malattie!”. In altri casi il ratto si mangia il gatto o il cagnolino di casa.

E che dire degli alligatori che infesterebbero le fogne di New York, presumibilmente animali ormai ingombranti gettati nel water. Secondo alcune “testimonianze” questi animali, nutrendosi degli abbondanti topi o essendo diventati cannibali, crescerebbero fino a raggiungere dimensioni smisurate. Gli zoologi ci ricordano che coccodrilli e alligatori sono animali tropicali a sangue freddo per cui non potrebbero sopravvivere ai rigori invernali di New York e Chicago ma…l’idea è tanto suggestiva da resistere alla logica.

Drain Cleaning Myths Alligator Sewer
Alligatori che infesterebbero le fogne di New York …

La moda del possesso di animali esotici ha fatto crescere in modo esponenziale la loro segnalazione in campagna e nelle periferie delle città. Non passa settimana senza che giornali e TG annuncino la presenza di “pantere”, quasi sempre nere. Vengono mobilitati vigili del fuoco, cacciatori, guardie forestali, ma la ricerca risulta sempre infruttifera. Presumibilmente si tratta di nostrani cani abbandonati e inselvatichiti. Poi c’è l’automobilista che presenta a una compagnia di assicurazioni il danno provocato da un elefante che si è seduto sul cofano della sua auto e le uova di ragno velenosissimo che si anniderebbero nei tronchetti della felicità: la casistica delle leggende sugli animali “cattivi” è enorme e faremmo mezzanotte. Andiamo avanti.

Una corposa famiglia di leggende trae origine dall’ancestrale paura di essere, noi o i nostri cari, abbandonati, rapiti, venduti o mutilati. Le fiabe di tutti i popoli e di tutti i tempi ci palesano questa angoscia. Pensiamo a Pollicino, ad Hansel e Gretel, a Cenerentola, a Biancaneve: bambini abbandonati che finiscono nelle mani dell’orco o della strega (psicanalisti, scatenatevi!). In più in questo genere di storie si interseca e inserisce l’innata paura del diverso, dell’elemento estraniante, che attenta e incrina le nostre tradizioni e le nostre sicurezze: può essere, di volta in volta, il negro, l’ebreo, l’arabo, il cinese, l’omosessuale.

Tipica è la storia della coppia in vacanza in un paese arabo. Lei entra in un negozio di abbigliamento. Il marito aspetta fuori mezz’ora, un’ora. Entra e chiede di sua moglie. “Signora? Quale signora? Qui non è entrato nessuno!”. L’uomo chiama la polizia. Si ispezionano tutti i locali. Nei casi più fortunati la donna viene rinvenuta in uno sgabuzzino già narcotizzata, pronta per essere spedita in un harem, chissà dove. Altre volte non viene trovata. Mai più.

C’è poi il timore di affidare i nostri bambini a uno sconosciuto espresso dal gruppo di leggende noto come La baby sitter cannibale. Tipica è la narrazione. Due coniugi, dovendo andare a teatro affidano il figlio ad una bambinaia – quasi sempre straniera – inviata da un’agenzia. A metà spettacolo la signora non si sente bene, tornano a casa anzitempo e trovano la ragazza che, con un’espressione un po’ assente, ha già imburrato il bambino, l’ha cosparso di rosmarino, e sta per infornarlo con contorno di patatine. Fermata e interrogata afferma candidamente che voleva cucinarlo per loro. In una versione più soft la ragazza viene sorpresa a dare al bambino una passatina sul gas, per farlo addormentare.

Nell’era dei trapianti era naturale che in tutto il mondo si diffondessero le false storie dei furti d’organo. Soprattutto in Italia – anche a Torino – il teatro della rapina si situa in prossimità di una discoteca o di un ipermercato. Questa volta la vittima è un uomo in attesa che la consorte abbia fatto le compere. Esce la signora e del marito non trova traccia, chiama la polizia, ecc. ecc. L’uomo viene ritrovato due giorni dopo in un fosso, vivo ma con una vistosa sutura su un fianco: portato al pronto soccorso risulta mancargli un rene.

Con il diffondersi di terribili malattie dilaga la paura dell’untore. Ormai un classico è la vicenda del giovane che dopo aver trascorso una notte d’amore con una bellissima ragazza incontrata la sera prima, si sveglia solo nel letto, si avvia in bagno e legge con terrore la scritta, vergata col rossetto, sullo specchio: “Benvenuto nel mondo dell’AIDS”. Sappiamo che quello suaccennato è il metodo più naturale per contrarre questa malattia ma non ci sono limiti alla fantasia: L’AIDS è in agguato nella colla dei francobolli, sul retro delle figurine e, naturalmente, sull’asse dei water pubblici…viene il sospetto che queste dicerie siano inventate e diffuse ad arte da coloro che si sono infettati nel modo “naturale” nel corso di una relazione extraconiugale.

Nell’era di Internet si sono moltiplicate esponenzialmente le leggende, o bufale, che fanno presa sulla paura di essere avvelenati, intossicati dall’industria, soprattutto alimentare, in specie se facente parte di una multinazionale. A queste false notizie siamo particolarmente sensibili e disposti a dar loro credito nel caso avessimo bambini piccoli.

Apriamo una parentesi. Le leggende metropolitane classiche impiegavano mesi o anni a diffondersi, quelle telematiche fanno il giro del mondo in 24 ore. Se vogliamo, è un bene, perché con la stessa velocità con cui vengono diffuse, sono, dagli organi competenti o da autorevoli esperti, smascherate. Secondo. Spesso “leggenda metropolitana” e “bufala” sono considerati sinonimi. Ciò è vero solo in parte: chi inventa le bufale è sempre consapevole della loro falsità. Può farlo per puro divertimento, oppure per colpire la concorrenza, commerciale o politica. È sufficiente iniettare un prodotto innocuo come il blu di metilene in una decina di pompelmi o di panettoni per bloccare per mesi un’importazione o far fallire un’azienda solida.

Un terreno fertile lo trovano le denunce degli additivi. “Additivo” è di per sé una parola cattiva, sa di non naturale, di superfluo, di utile ai produttori ma dannoso per i consumatori. La pubblicità degli alimenti cosiddetti naturali o “biologici” è abile a sfruttare questa repulsione, utilizzando spesso e volentieri la preposizione senza, che fa sempre presa: senza sale, senza lecitina, senza saccarosio – però con miele, fruttosio o glucosio – senza glutammato, senza polifosfati. Si potrebbero pubblicizzare dei biscotti affermando che sono senza esafluoruro di uranio…e nessuno lo potrebbe negare.

Circola così la denuncia che l’E330 è fortemente cancerogeno che, alla verifica, risulta trattarsi dell’innocuo acido citrico. C’è l’invito a guardarsi dagli shampoo e bagnoschiuma contenenti SLS (solfato di sodio), naturalmente anch’esso cancerogeno, elaborato per lavare i pavimenti dei garage. E la notizia “esplosiva”, è il caso di dirlo, che l’assunzione contemporanea di Coca-Cola light e pasticche Mentos ha fatto scoppiare lo stomaco di un bambino brasiliano. Gli hamburger di McDonald’s non marciscono mai perché sono sintetici, derivati dal petrolio. Non acquistate le bevande in lattina: potrebbero essere state immagazzinate in cantine infestate da topi, i quali urinandoci sopra ci trasmetterebbero la leptospirosi (di questa faccenda se ne occupò – fortunatamente senza seguito – pure Guariniello).

Negli USA circola da tempo la voce che ai bambini negli asilo verrebbero propinate caramelle avvelenate e frittelle farcite con lamette da barba. Le scie bianche che i jet lasciano nel cielo non sono solo composte di vapore acqueo ma conterrebbero agenti chimici tossici. Quali non si sa.

Una bufala circolata recentemente in Italia riguarda i numeri identificativi dei Tetrapack contenenti il latte a lunga conservazione. Succederebbe questo: il suddetto latte dopo la scadenza (in genere, 4 mesi) verrebbe ritirato, ri-sterilizzato e rimesso in circolazione con una nuova scadenza. Il lato inferiore della confezione riporta 5 numeri: 1-2-3-4-5. Se manca il numero 1 significa che il latte contenuto è stato riciclato una volta e così via, se manca il numero 5, 5 volte! Impossibile! dicono gli esperti: già alla seconda sterilizzazione il latte caramellerebbe diventando marrone.

Tetra-Pak | it.Packaging-Industry.info
Tetra-Pak

I numeri in oggetto servono a identificare la provenienza dell’involucro, dichiarano i produttori di latte.

Trovano ampio credito le leggende sugli OGM (Organismi Geneticamente Modificati). Un gustoso esempio, quello della fragola-pesce. Una persona intollerante all’albumina, contenuta nei pesci, mangia alcune fragole e immediatamente gli si scatena una reazione allergica. Spiegazione: alcuni produttori avrebbero trovato il modo di inserire nelle fragole dei geni di merluzzo, onde poterle coltivare nei paesi nordici. Fa il paio con la lepre fosforescente o lepre-medusa, inventata allo scopo di poterla cacciare anche di notte.

Può sembrare un paradosso, ma più ci avvaliamo (dipendiamo) delle moderne tecnologie – computer, telefonini, navigatori satellitari – e più le temiamo: l’uomo ha creato un Golem capace di trasformarsi in una creatura di Frankestein.

Veniamo quindi a sapere che lo squillo di un telefonino può far saltare in aria la pompa della benzina, e noi con essa, che i gestori di telefonia si sono coalizzati per addebitarci anche gli squilli a vuoto. Ci dicono che gli autovelox (di recente collocati anche nei bidoni della spazzatura…) possono essere accecati collocando sul lunotto posteriore un CD.

È nata la sindrome del Grande Fratello: quanto più forte è il nostro desiderio di guardare, spiare, documentare gli altri (lo dimostrano i filmati amatoriali di disastri e catastrofi: c’è chi anziché scappare preferisce filmare quelli che scappano) tanto maggiore è il timore che gli altri guardino noi. Si sa, per esempio, che il tuo PC fornito di webcam, ti spia, anche quando è spento. E tutti coloro che si sentono importanti sono convinti di essere intercettati.

Non ci sono solo bufale cattive ma anche quelle innocue se non divertenti, come quella delle bottiglie d’acqua anti-cani maleducati, che non si sa chi l’abbia inventata e di cui nessuno ha saputo spiegarne la logica o quella sull’origine della misura dello scartamento dei binari del treno. E poi quelle buonissime, che soddisfano il nostro desiderio di sentirci buoni e generosi, vedi gli appelli medici per salvare bambini condannati alla morte o la raccolta di un certo quantitativo della carta stagnola dei pacchetti di sigarette e dei cioccolatini per regalare un cane a un cieco (leggenda circolante in Italia negli anni ’50. Moltissimi, soprattutto ragazzi, la fecero e, carichi di stagnola, andarono in Comune, in Questura, in Parrocchia, all’Unione Italiana Ciechi, per sentirsi dare del fesso).

La casistica delle leggende metropolitane è immensa e aumenta di continuo. Su Internet troviamo decine di siti anti-bufala ma non tutti sono affidabili – occorrerebbe un sito anti-siti-anti-bufala – si va da quelli possibilisti a quelli negazionisti a prescindere. La logica di questi ultimi è semplice: un fenomeno che non si è ripetuto o che non è mai stato fotografato è un falso. Viene così negata l’esistenza dei fuochi fatui e del “raggio verde”. Fino a vent’anni fa il “pesce siluro”del Po, non ancora catturato e fotografato, per loro, era una leggenda.

Concludiamo con due considerazioni.

Perché siamo così vulnerabili e inclini a dare credito a notizie non dimostrate, quando non assurde, illogiche, ma comunque straordinarie? (ho detto siamo, chi non c’è cascato almeno una volta, anche temporaneamente, alzi la mano).

Una ventina d’anni fa, quando in Italia fu decretato l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza, si diffuse rapidamente la notizia che a Napoli confezionavano magliette con stampata l’immagine della cintura e tutti gli italiani la presero per vera. L’anno dopo un serio ricercatore delle leggende metropolitane dichiarò, in un noto programma televisivo, che era stato lui l’ideatore della bufala, tanto per vedere se gli italiani se la sarebbero bevuta. Quale meccanismo mentale aveva avviato? Una caratteristica delle bufale è fondere elementi di verità con altri verosimiglianti e con altri ancora del tutto immaginari. Se l’inventore di questa avesse detto che le magliette si producevano a Torino o Milano, nessuno gli avrebbe creduto ma, nell’immaginario collettivo, dai napoletani ci si può aspettare ogni sorta di “creatività”.

Summer Graphic t shirt men tops tees Fake seat belt printed women funny T  Shirt Short Sleeve Casual tshirts|T-Shirts| - AliExpress
Maglietta con “cintura di sicurezza” incorporata !

La pigrizia mentale è la madre del pre-giudizio e allora il possibile diventa probabile e il probabile certezza. Aggiungiamo il principio della fiducia-autorevolezza: normalmente la notizia ci perviene da un amico, del quale riconosciamo la serietà, il buon senso e l’onestà intellettuale.

Seconda considerazione.

Perché quando veniamo in possesso di una notizia non dimostrata ma originale siamo così veloci a divulgarla, soprattutto agli amici? È una normale reazione umana, non sintomo di scarso intelletto. È il sottile piacere di far sapere agli altri che noi sappiamo, che siamo in possesso di un’informazione riservata a pochi iniziati, che facciamo parte della cerchia elitaria di “coloro che sanno”, di quelli che stanno nella stanza dei bottoni. Questo ci fa sentire importanti. Anche se solo per un giorno.

Nella stanza dei bottoni - D.it Repubblica
“La stanza dei bottoni”

Bibliografia:

Marc Bloch: La guerra e le false notizie – Donzelli

Vladimir J. Propp: Le radici storiche dei racconti di fate – Boringhieri

Cesare Bermani: Il bambino è servito, leggende metropolitane in Italia – Dedalo

Cesare Bermani: Spegni la luce che passa Pippo. Voci e miti della storia contemporanea – Odradek

Paolo Toselli: Storie di ordinaria falsità – BUR

Massimo Polidoro: Complotti, bufale e leggende metropolitane – Focus, Mondadori scienza

Lorenzo Montali: Leggende tecnologiche…e il gatto bonsai mangiò la fragola pesce – Avverbi

www.attivissimo.net : Servizio antibufala

Anche Villa “Il Vascello” ha aperto le porte ai visitatori il 15 e 16 maggio 2021 per le Giornate di Primavera del Fai.

Anche Villa “Il Vascello” ha aperto le porte ai visitatori il 15 e 16 maggio per le Giornate di Primavera del Fai. La manifestazione presentata dal presidente del Fondo ambiente italiano Carandini e dal ministro della cultura Franceschini

# # #

Giornate di Primavera del Fai. Villa “Il Vascello” è stato il luogo più visitato d’Italia. Record assoluto di presenze, duemila in due giorni

Roma, Villa “Il Vascello”, sede nazionale del GOI. Il Gran Maestro Stefano Bisi dialoga con i visitatori.

# # #

Villa il Vascello, sede nazionale del Grande Oriente d’Italia, luogo ricco di bellezza  e di memoria, è stata inserita dal Fai tra i gioielli del patrimonio artistico e culturale italiano da ammirare  in occasione delle Giornate di Primavera che il Fondo ambiente italiano (Fai) ha organizzato anche quest’anno. Così sabato 15 e domenica 16 maggio la sede del Goi, immersa nel verde e che dal colle Gianicolo domina Roma, ha spalancato il suo cancello al pubblico per raccontare la sua affascinante storia. Le visite sono state a cura del Fai nel pieno rispetto delle norme di sanitarie.

“Apriamo le porte dell’incredibile” è lo slogan della manifestazione, presentata nel corso di una conferenza stampa, trasmessa via streaming, dal presidente del Fai Andrea Carandini, alla quale è intervenuto il ministro della Cultura Dario Franceschini, diventata ormai irrinunciabile per tantissimi italiani che amano stupirsi di fronte alle bellezze spesso poco conosciute che ci circondano, e che è anche una preziosa occasione per spiegare l’indissolubile intreccio tra Natura e Storia e la Cultura come sintesi delle scienze umane e naturali. Tra  parchi storici, residenze reali e giardini, castelli e monumenti, aree archeologiche e musei insoliti, orti botanici, sono 600 le aperture anche quest’anno, che coinvolgono oltre 300 città.

Dal sito web del GOI, 6 Maggio 2021 e 16 Maggio 2021

Immagine
Roma. Villa Medici del Vascello, sede centrale del GOI – Grande Oriente d’Italia

Villa Il Vascello al Gianicolo e il Grande Oriente d’Italia – ROMA

APERTURA A CURA DI

Delegazione FAI di Roma

ORARIO

Sabato: 10:00 – 18:30
Note: Turni di visita ogni 10 minuti, gruppi di massimo 15 persone

Domenica: 10:00 – 18:30
Note: Turni di visita ogni 10 minuti, gruppi di massimo 15 persone

Contributo suggerito a partire da: € 3,00

A CURA DI DELEGAZIONE FAI DI ROMA

L’area della Villa Il Vascello è compresa, fin dal ‘600, tra l’attuale via delle Fornaci ed un tratto della via Aurelia Antica fino alla Porta S. Pancrazio. Si attesta sul colle Janiculum, territorio di grande importanza strategica fin dall’antichità: Tito Livio ci racconta che il re Anco Marzio lo inglobò all’interno della città di Roma. Un luogo con grande ricchezza di acque sorgive cui si affianca l’Aqua Traiana , fatta costruire dall’imperatore Traiano intorno al 109 d.C. e destinata ad alimentare la zona di Trastevere.

Tra il 1655 e il 1663 l’abate Elpidio Benedetti costruisce la sua dimora subito fuori Porta S. Pancrazio, su progetto e direzione dell’ “architettrice” Plautilla Bricci: un complesso straordinario mantenuto fino a metà Ottocento. Nel 1849 durante la difesa della Repubblica Romana fu scenario dei tragici combattimenti tra le truppe francesi ed i garibaldini che proprio qui trovano un tragico epilogo: ultimo baluardo dei difensori prima delle mura della città. Durante i combattimenti subì danni così pesanti tanto da essere in gran parte demolito.

Nel marzo del 1877 il generale Giacomo Medici, il glorioso combattente che aveva partecipato alla difesa della villa nel 1849, ricevette dal re Vittorio Emanuele II il titolo di ‘Marchese del Vascello’. Il generale, insieme poi a suo figlio Luigi Medici, ristrutturò e ricostruì l’edificio, dando alla villa l’aspetto attuale: una sorta di villa rinascimentale sul modello della Farnesina, con un corpo centrale rettangolare e due avancorpi sul lato nord verso il parco e in direzione di S. Pietro.

COSA SCOPRIRETE DURANTE LE GIORNATE FAI?

Sul Gianicolo, sul colle “aureo” della cultura internazionale, della sacralità e della memoria, si erge questa splendida dimora all’interno di un enorme parco, con particolari piantumazioni. Il Grande Oriente d’Italia acquista la Villa Il Vascello nel 1980 che ne diventa la sede nazionale, successivamente al suo addio a Palazzo Giustiniani. Al piano terra, nell’ambiente affacciato sul giardino, si apre una grande biblioteca, che reca sul soffitto gli emblemi massonici in campo azzurro: contiene migliaia di libri, di fondi, di carte di archivio, in continua acquisizione. Il nuovo villino trova una cornice ideale nel giardino che viene restaurato, recuperando nel suo pieno splendore l’assetto paesistico ottocentesco che mette insieme alberi tipici della flora mediterranea con palme, piante esotiche e bacini d’acqua, con nuovo arredi e offrendo splendide vedute dai terrazzi del villino stesso. L’eccezionale percorso di visita si snoda parte all’interno della villa e parte nel grande parco che la circonda, con la sua forte valenza botanico-naturalistica e storica. Qui hanno trovato la morte, nella strenua difesa della Repubblica Romana, Colomba Antonietti, unica donna presente tra i busti della Passeggiata del Gianicolo, e Goffredo Mameli La villa viene aperta al grande pubblico per la prima volta in assoluto.

Testo di Marilda De Nuccio

Giornate di Primavera del Fai. Il Vascello è stato il luogo più visitato d’Italia. Record assoluto di presenze, duemila in due giorni

Roma, Villa Medici del Vascello. Giornate del FAI 15 e 16 Maggio 2021

“Apriamo le porte dell’incredibile” lo slogan della manifestazione Fai, tenuta nel piu’ rigoroso rispetto delle norme di sanitarie anti Covid, e presentata il 6 maggio nel corso di una conferenza stampa, trasmessa via streaming, dal presidente del Fai Andrea Carandini, alla quale è intervenuto il ministro della Cultura Dario Franceschini. La duegiorni del Fondo Ambiente Italiano, nel 2020 saltata a causa del lockdown, è diventata ormai irrinunciabile per tantissimi italiani che amano stupirsi di fronte alle bellezze spesso poco conosciute che ci circondano. Tra  parchi storici, residenze reali e giardini, castelli e monumenti, aree archeologiche e musei insoliti, orti botanici, 600 le aperture di quest’anno, che hanno coinvolto oltre 300 città.

Oltre 2000 presenze a Villa il Vascello, in occasione delle due Giornate di Primavera, curate e organizzate il 15 e 16 maggio dal Fai. Un vero e proprio record. La storica sede del Grande Oriente, secondo quanto riferisce un comunicato del Fondo Ambiente Italiano, diffuso a conclusione della manifestazione, si è conquistato il primo posto nella classifica dei cinque luoghi piu’ visitati d’Italia, seguito da Parco Villa Gregoriana, nel cuore di Tivoli al secondo posto, Villa del Balbaniello sulla sponda ovest del Lago di Como al terzo, Villa Blanc al quarto e Villa Mirafiori al quinto, entrambe splendide location della capitale. Un risultato che conferma il grande appeal che la residenza della Massoneria, ricca di storia e di bellezza, continua a esercitare, soprattutto tra i giovani che domenica 16 maggio hanno potuto anche incontrare il Gran Maestro Stefano Bisi. La notizia del primato del Vascello è stata anche data con rilievo del Tg1 Rai delle 20.

(dal sito web del GOI)

 

 

Il cinque maggio – Ode di Alessandro Manzoni per la morte di Napoleone

Il cinque maggio è un’ode scritta da Alessandro Manzoni nel 1821 in occasione della morte di Napoleone Bonaparte esule a Sant’Elena (possedimenti della corona britannica nell’Oceano Atlantico).

Napoleone Bonaparte: la storia del più grande generale francese - L'Identità di Clio

Ritratto equestre di Napoleone Bonaparte (15 agosto 1769, Ajaccio, Francia – 5 maggio 1821, Longwood House, Longwood, Isola di Sant’Elena)

Nell’opera, scritta di getto in tre giorni dopo aver appreso dalla Gazzetta di Milano del 16 luglio 1821 le circostanze della morte di Napoleone, Manzoni mette in risalto le battaglie e le imprese dell’ex imperatore, nonché la fragilità umana e la misericordia di Dio.

“5 MAGGIO” 

DI ALESSANDRO MANZONI

 

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
5        così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
10        orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
15        quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
20        e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.
25        Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
30        dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
35        del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
40        serve pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
45        la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
50        l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
55        E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
60        e d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
65        scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
70        narrar sé stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
75        chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
80        tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio,
e il celere ubbidir.
85        Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo
e in più spirabil aere
90        pietosa il trasportò;
e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
95        dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
scrivi ancor questo, allegrati;
100        ché più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
105        il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.

Alessandro Manzoni: vita e opere | Studenti.it
Ritratto di Alessandro Manzoni ((Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873)

(ds)