CAMILLO BENSO CONTE DI CAVOUR – GRANDE STATISTA ITALIANO
Ricordo a cura del GMA Claudio Bonvecchio

(1810 – 1861)
Ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861.


Nell’ampio programma messo in cantiere dal Grande Oriente d’Italia per le tradizionali celebrazioni dell’Equinozio d’autunno e del XX Settembre, sono previste anche visite guidate al Vascello, storica sede del GOI, organizzate dal Fondo per l’Ambiente Italiano e riservate ai fratelli, alle loro famiglie e agli amici. I cancelli della Villa, scrigno di bellezza e di storia, saranno aperti nei giorni di sabato 18 settembre dalle ore 10.00 alle ore 18.00 e domenica 19 settembre dalle ore 10.00 alle ore 12.00.
L’area della Villa Il Vascello è compresa, fin dal ‘600, tra l’attuale via delle Fornaci ed un tratto della via Aurelia Antica fino alla Porta S. Pancrazio, sul colle Gianicolo: territorio di grande importanza strategica fin dall’antichità, con grande ricchezza di acque sorgive e con l’Aqua Traiana, fatta costruire dall’imperatore Traiano intorno al 109 d.C. Tra il 1655 e il 1663 l’abate Elpidio Benedetti costruisce la sua dimora subito fuori Porta S. Pancrazio, su progetto e direzione dell’architettrice Plautilla Bricci: un complesso straordinario mantenuto fino a metà Ottocento.
Nel 1849 durante la difesa della Repubblica Romana fu scenario dei combattimenti tra le truppe francesi ed i garibaldini che proprio qui trovano un tragico epilogo: nell’ ultimo baluardo dei difensori prima delle mura della città, hanno trovato la morte Colomba Antonietti, unica donna presente tra i busti della Passeggiata del Gianicolo, e Goffredo Mameli.
Durante i combattimenti l’edificio subì danni così pesanti tanto da essere in gran parte demolito.
Nel marzo del 1877 il generale Giacomo Medici, il glorioso combattente che aveva partecipato alla difesa della villa nel 1849 e che aveva ricevuto dal re Vittorio Emanuele II il titolo di “Marchese del Vascello”, insieme a suo figlio Luigi Medici, ricostruì l’edificio, dando alla villa l’aspetto attuale. Sul Gianicolo, sul colle “aureo” della cultura internazionale, della sacralità e della memoria, si erge questa splendida dimora all’interno di un enorme parco, con particolari piantumazioni.
Il Grande Oriente d’Italia acquista la Villa Il Vascello nel 1980 che ne diventa la sede nazionale: al piano terra, affacciato sul giardino, si apre una grande biblioteca, che reca sul soffitto gli emblemi massonici in campo azzurro con migliaia di libri, di fondi, di carte di archivio. La nuova dimora trova una cornice ideale nel parco che la circonda, che viene restaurato, recuperando l’assetto paesistico ottocentesco, mettendo insieme alberi tipici della flora mediterranea con palme, piante esotiche e bacini d’acqua, con nuovi arredi.
Una splendida veduta dalla terrazza della villa mette in risalto la sua forte valenza botanica, naturalistica e storica.
Ingresso in Via di San Pancrazio, 8, Roma.
(dal sito web del GOI)
Il re e i presidenti del Consiglio (Giolitti prima, Bonomi poi) traghettarono l’opinione pubblica dalla Festa delle Bandiere (4 novembre 1920) alla tumulazione dell’“Ignoto Milite” (4 novembre 1921) quale suggello della unione nazionale. L’11 giugno 1921 Vittorio Emanuele III inaugurò la XXVI Legislatura salutando i rappresentanti delle “nuove terre”, “liberamente eletti dalle laboriose popolazioni di cui si accresce e si rafforza l’Italia” ed evocò Dante Alighieri nel sesto centenario della morte. Urgevano la restaurazione della finanza pubblica e il riordino dell’esercito e della marina, “strumento del diritto e della difesa della Patria”. “La rafforzata autorità dello Stato, affermò il sovrano, deve poggiare sul sentimento della disciplina dei cittadini. Il popolo italiano, che nella trincea bombardata e sulla nave minacciata ha appreso la vittoriosa virtù della disciplina, deve sentire oggi che questa virtù è indispensabile all’opera lenta ed oscura, ma non meno aspra e difficile, della ricostruzione.”
Il 20 giugno 1921 di concerto con il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ope legis perno dell’unità politica del governo, il ministro della Guerra Giulio Rodinò di Miglione (Napoli, 1875-Roma, 1946, deputato dal 1913, interventista, eletto nelle file del Partito popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo il 18 gennaio 1919: un centenario passato quasi sotto silenzio, a differenza di quello, molto enfatizzato, del parimenti defunto Partito comunista d’Italia), presentò il disegno di legge per la sepoltura di un soldato ignoto”. In stile tipicamente giolittiano, la brevissima Relazione di accompagnamento del disegno di legge andò subito in medias res: “Le salme dei militari morti in guerra – che complessivamente assommano a circa 560.000 – sono, per una metà quasi, di individui non riconosciuti. È una moltitudine anonima di prodi che non hanno lasciato alle famiglie, tuttora tormentate dai dubbi più angosciosi, il dolce e mesto conforto di poter custodire le loro gloriose spoglie. Sono legioni di umili eroi che la grande famiglia della Patria, alle cui fortune essi hanno fedelmente concorso col nobile sacrificio della vita, vuole rivendicare a sé, perché sono i suoi figli diletti, i suoi poveri figli sperduti. Vi proponiamo perciò che in Roma sia data solenne sepoltura, per opera dello Stato, alla salma non identificata di un soldato caduto in combattimento per la Patria”.
La “celebrazione dell’Eroe Ignoto” rispondeva “alla coscienza che un popolo civile, uscito vittorioso dalla guerra”, consapevole “non soltanto dalla forza acquistata ma anche dei propri doveri verso quanti trovarono nella guerra morte gloriosa”. Richiamò alla disciplina e al “senso dello Stato” evocato dal discorso della Corona. Il disegno di legge non indicò l’Altare della Patria quale destinazione della salma . Esso decadde come tutti quelli del governo in carica, di lì a poco dimissionario: l’istituzione del Consiglio Nazionale del Lavoro, la trasformazione del latifondo, la colonizzazione interna e “provvedimenti a sollievo della disoccupazione operaia”. Decaddero anche i due disegni di legge ai quali Giolitti più teneva: la riforma dell’amministrazione dello Stato, con la semplificazione dei servizi e la riduzione del personale, e il trasferimento dal re alle Camere del potere di dichiarare guerra, già proposto il 24 giugno1920.
Dopo le dimissioni Giolitti non tornò più sulla tumulazione dell’Eroe Ignoto. Dallo scranno di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo il 26 ottobre 1921 elencò le conseguenze politiche, economiche e finanziarie della guerra: svilimento della moneta, conseguente aumento del costo della vita, enorme disavanzo dei bilanci dello Stato, delle Province e dei Comuni. Senza rimedi immediati incombeva “il fallimento dello Stato, al quale seguirebbe inevitabilmente il fallimento degli istituti di credito, delle casse di risparmio e di gran parte delle nostre industrie, con terribili conseguenze specialmente per le classi lavoratrici”. Vinta la guerra il popolo italiano non voleva “vedersi ridotto in condizioni di umiliante inferiorità, in condizioni di popolo vinto”. Era dunque giusto onorare la salma Soldato Ignoto, simbolo del sacrificio del popolo, ma urgeva anche ripristinare la centralità del Parlamento e l’autorevolezza dello Stato.
Dieci ministri della Guerra in quattro anni
Bonomi, suo successore alla presidenza del Consiglio, dette impulso alla complessa “macchina” coronata il 28 ottobre-4 novembre 1921 con la Tumulazione all’Altare della Patria, ma non realizzò nessuno dei principali punti programmatici additati da Giolitti. Il quadro istituzionale non era confortante. Tre anni dopo ne scrisse Angelo Gatti in premessa a Tre anni di vita militare. Dopo Vittorio Zupelli, ministro della Guerra nel governo presieduto da Orlando, nel corso dei due ministeri Nitti si susseguirono cinque diversi titolari: tre militari (Enrico Caviglia, Giovanni Sechi, Alberico Albricci) e due civili (Ivanoe Bonomi, ex socialista riformista, interventista, democratico, e Giulio Rodinò, deputato del partito popolare italiano e interventista. Il V governo Giolitti ebbe alla Guerra Bonomi e Rodinò (2 aprile- 4 luglio 1921). A Luigi Gasparotto (la cui spposta affiliazione massonica non è affatto dimostrata), ministro nel governo Bonomi, nei due inconcludenti governi presieduti da Luigi Facta si susseguirono Pietro Lanza di Scalea e Marcello Soleri, giolittiano, deputato dal 1913, ufficiale degli alpini, ferito in guerra. Durante la formazione del secondo governo Nitti in un solo giorno si rincorsero i nomi di ben cinque ministri, “come se la Guerra fosse all’asta” scrisse Gatti. La sequenza di dieci diversi titolari di un dicastero così importante per la vita del Paese nel corso della smobilitazione e del riordino delle forze armate, mentre l’Europa rimaneva con l’arma al piede, ebbe un effetto desolante. Dov’era la Vittoria?
Nominato ministro della Guerra dopo Gasparotto (otto mesi durante quali “ministro, gabinetto, generali, ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati, senza contare innumerevoli borghesi, discussero e legiferarono liberamente dell’Esercito”), Lanza di Scalea , “perfetto gentiluomo”, assunse la carica “con tre idee ben ferme e chiare, che ripeteva a tutti quelli che lo volevano o non lo volevano ascoltare”. La prima (annotò Gatti con amaro sarcasmo) era che egli non sapeva niente del Ministero che gli avevano affidato (aspirava a quello delle Colonie); la seconda che sarebbero occorsi almeno sei mesi perché imparasse qualche cosa delle faccende militari; ma – e questa era la sua terza idea – era sicuro che entro sei mesi non sarebbe stato più ministro. Perciò si limitò a richiamare alla disciplina, come avevano fatto il re e Giolitti: e già parve una svolta.
Nel frattempo si susseguirono studi, progetti e relazioni di accompagnamento di disegni di legge mai discussi o esaminati da un solo ramo del Parlamento e finiti nel nulla. Rilevante fu la Relazione esposta il 23 novembre 1921 dal ministro Gasparotto alla Commissione consultiva per l’ordinamento dell’esercito. Illustrò le ripercussioni della riduzione della “ferma” a otto mesi. Andava compensata con l’educazione fisica di tutta la gioventù (senza distinzione tra maschi e femmine) dalla puerizia ai 17 anni e con l’istruzione premilitare obbligatoria (che non fu affatto ideata dal fascismo, ma dai ministri dell’Istruzione Michele Coppino e Francesco De Sanctis, entrambi massoni, nel 1877-1878) per “favorire lo sviluppo del corpo ed indirettamente la formazione del carattere”, anche in vista dell’incremento di almeno 25/30.000 unità della forza bilanciata (fissata a 175.000 uomini) indispensabile nel quadro della instabilità politico-militare dell’Europa.
Riscossa o crepuscolo dell’Italia liberale?
Alle dimissioni (27 giugno 1921) Giolitti propose quale successore il giovane presidente della Camera Enrico De Nicola. Il re gli preferì Bonomi. Come suo costume lo statista piemontese rientrò in Piemonte lasciando che il tempo lavorasse per l’avvento di una coalizione comprendente i socialisti, alternativa al binomio Sturzo-Turati dal quale (dichiarò mesi dopo) non v’era da aspettarsi nulla di buono. In risposta don Sturzo pose il “veto” a un nuovo governo Giolitti esteso ai socialisti, il cui chiarimento interno, peraltro, tardò ancora quasi un anno e giunse fuori tempo massimo e con poca chiarezza per la perdurante lontananza fra l’anziano pacato Turati e l’irruente Giacomo Matteotti, irriducibilmente antigiolittiano e, peggio, anti-sistema: eventi questi successivi al 4 novembre 1921.
Bonomi impresse un’accelerazione ai preparativi della festa della Tumulazione. Nei giorni conclusivi, tra il 28 ottobre e il 4 novembre, protagonisti della Vittoria furono il Soldato Ignoto e il Re. Il 30 settembre Gasparotto diramò le disposizioni analitiche per la designazione della Salma, la sua traslazione a Roma, l’arrivo del convoglio nella capitale, il trasporto della bara dalla Stazione Termini alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, il suo trasferimento all’Altare della Patria, presenti rappresentanze d’arma ed ex combattenti e i 335 vessilli militari ripartiti in bandiere (256), stendardi (30) e labari (49). Seguirono ulteriori istruzioni da parte del comandante della Divisione militare di Roma, Emanuele Pugliese, e l’annuncio formale del Comitato esecutivo per le onoranze al Soldato Ignoto con direttive per i sottocomitati comunali, chiamati a far partecipare col suono delle campane ogni lembo d’Italia alla tumulazione, tra le 11 e le 11:30 del 4 novembre, subito dopo la deposizione della bara ai piedi della Dea Roma sull’Altare della Patria: momento magico accompagnato dal rullo dei tamburi, reso più cupo dall’allentamento dei cordoni, siccome disposto personalmente da Vittorio Emanuele III, che volle fosse adottato il cerimoniale dei funerali della Casa, nella quale fu idealmente accolto l’Ignoto Milite.
Se mai ve ne fosse stato bisogno, la circolare del 30 settembre chiarì la centralità del re quale sommo sacerdote del rito. Nel trasporto dalla Sala allestita alla Stazione Termini alla Basilica la bara, su affusto di cannone e fiancheggiata da decorati di medaglia d’oro, fu preceduta dalla musica dei Reali Carabinieri, da bandiere, stendardi e labari, e dalla musica della Marina. Subito dietro la bara avanzò a piedi il re, seguito dalla Real Casa (la Regina Madre, Margherita di Savoia, la Regina Elena, il diciassettenne principe ereditario, Umberto, tutti i principi del sangue e le loro consorti), dalle alte cariche e dignità dello Stato e dalle rappresentanze previamente schierate all’interno della Stazione. L’Italia non era una ridda di fazioni ma Nazione. Dall’estero osservavano e capivano.
Il Re Soldato e la massima manifestazione patriottica d’Italia
Alle 9.30 del 4 novembre ad attendere la Salma all’altare della Patria e sui ripiani del monumento (regista il generale Francesco Saverio Grazioli, vincitore di Vittorio Veneto) fu il re, circondato dalla Real Casa, da ministri, sottosegretari, Collari e Collaresse della SS. Annunziata, ministri di Stato, corpo diplomatico e via proseguendo sino a rappresentanti del comitato per le onoranze al Soldato Ignoto. Ne fece parte anche Giulio Douhet, che due anni prima aveva contrapposto il Milite Ignoto ai “comandanti”, la fantomatica “nazione armata” allo Stato. All’opposto, la celebrazione esaltò l’armonica identità del re con la patria, come sottolinearono tutte le cronache della giornata: i due Poli dalla cui congiunzione scaturiva l’energia della nazione italiana.
Stonarono alcune dichiarazioni polemiche (in specie di Giacomo Matteotti) sommerse nel coro del milione di persone accorse a con-celebrare il rito memoriale, seguito, nel pomeriggio, dall’acclamazione al Quirinale, al cui balcone il sovrano si affacciò ripetutamente.
Ma il re “conosceva” il “soldato”? Lo aveva veduto nel vivo della guerra? A parte racconti che potrebbero sembrare agiografici, lo confermano testimonianze, sinora inedite, raccolte dal colonnello Angelo Gatti per una storia, mai scritta, dell’Italia nella grande guerra. Fra le molte, spiccano i ricordi dell’aiutante di campo, generale Ugo Brusati, e del generale Antonino Di Giorgio, futuro ministro della Guerra.
In un ampio ritratto Brusati dipinse il sovrano quale “uomo di grande intelligenza e di grande cultura”, ma “molto modesto”, “rigorosamente costituzionale, uomo che vuole essere re di tutti gli italiani, non di un solo partito”. Riservato per temperamento e convinzione, “andava per le trincee di prima linea senza mai farsi conoscere. Mai parlava alle truppe, mai faceva grandi gesti. Intelligenza militare aveva anche, specialmente per quel che riguarda il terreno. Ascoltava e sapeva tutto ciò che avveniva in guerra. Di coraggio personale sopra ogni dubbio, arrivava lui dove non arrivavano ufficiali del Comando Supremo. Molte volte giungeva alla distanza di poche decine di metri dai nemici, in trincea. Ci sono fotografie del re che lo sorprendono mentre monta su un albero, per assistere all’uscita di truppe nostre per un attacco”.
Secondo Di Giorgio il re era “di molta intelligenza, di molta cultura, di molta memoria, uomo probo. Di politica non parlava mai “se non con pochissimi”. “Dopo aver fatto il soldato come nessuno lo aveva fatto, dopo avere, unico fra i generali, mangiato sempre su una tavola con un pezzo di tela cerata o sui prati, dopo aver percorso ogni giorno centinaia di chilometri in automobile, ed essersi esposto ogni giorno con grande coraggio alla morte, nessuno gliene rese merito”. Un giorno Di Giorgiò lo implorò di farsi salutare dai suoi soldati. Dopo una prima esitazione Vittorio Emanuele rispose seccamente: “Ebbene, facciamo vedere loro il re” e “cominciò a tamburinare nervosamente con la mano sullo sportello dell’automobile. I minuti passavano come ore”. I soldati della brigata Bisagno accorsero gridando “Evviva il Re. Chi gli pigliava le mani, chi voleva avvicinarsi. Il re fu commosso; ebbe gli occhi lucidi; si voltò gli strinse la mano e gli disse Grazie Di Giorgio. Dopo e durante la guerra l’azione del re fu così, tutta in grigio, tanto che se alla fine la monarchia non subì nessun colpo, fu proprio perché il principio è realmente vitale”.

L’individuazione della Salma dell’Ignoto Milite, la sua traslazione e la tumulazione all’Altare della Patria il 4 novembre 1921 posero al centro della vita pubblica il Re e i vertici delle forze armate a soli due anni dalla canea antimonarchica e antimilitarista del 1919. Il profondo mutamento del “clima” fu anche opera di Giolitti. Come Luigi Cadorna e Armando Diaz (impegnato negli Stati Uniti), lo statista fu uno dei “grandi assenti” alla solenne cerimonia iniziata ad Aquileia il 28 ottobre e conclusa a Roma. La svolta nacque dal bisogno profondo di pace sociale, di ricostruzione economica e di orgoglio per la sofferta prova nella grande guerra. Però nel volgere di pochi mesi essa svaporò. Le dimissioni di Bonomi aprirono la crisi di governo più lunga dal 1861, terminata con l’avvento del primo dei due governi presieduti da Luigi Facta, inetto e spazzato via con la formazione del governo di convergenza costituzionale presieduto da Benito Mussolini, insediato il 31 ottobre 1922 senza bisogno di stato d’assedio né di “marcia su Roma”, salutato da una “sfilata” da Piazza del Popolo all’Altare della Patria, dal Quirinale alla Stazione Termini, ove tutto si concluse.

Sulla traccia della liturgia del 2-4 novembre 1921 sorse poi in ogni comune d’Italia la miriade di monumenti e lapidi con i nomi dei caduti. Per impulso e con la regia di Dario Lupi, massone e sottosegretario al ministero della Pubblica istruzione nel governo Mussolini, sorsero poi i “parchi delle rimembranze”. L’“Italia di Vittorio Veneto” non era monopolio di una fazione ideologica o partitica ma patrimonio del “popolo”, suggello dell’unione del Soldato Ignoto con il capo dello Stato, Vittorio Emanuele III.
Aldo A. Mola


La cometa dalla coda tossica…
Che cosa verrà ricordato tra venti, cinquanta, cento anni del covid-19 e delle sue varianti? Le vittime della “febbre spagnola” di un secolo fa vennero messe nel conto della prima guerra mondiale: quattordici milioni di morti per cause belliche e da venti a cinquanta per il morbo. Sciagure bibliche ricorrenti, documentate da Frank M. Snowden in Storia delle epidemie dalla Morte Nera al Covid-19 (ed. Leg, concorrente all’Acqui Storia 2021). Poiché, disse Qualcuno, “gli uomini non sanno quello che fanno”, per rispondere ai “misteri” essi accampano le spiegazioni più bizzarre. In un pranzo a Versailles con Vittorio Emanuele Orlando e Luigi Cadorna tra fine gennaio e inizio febbraio del 1919 il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, fra i principali responsabili dell’intervento dell’Italia in guerra e delle sue amare conseguenze, la testa un po’ china e un lieve sorriso all’angolo della bocca sibilò che forse era tutta colpa dell’ultima cometa: “Ha avvelenato la terra. Qualche cosa che travolga le nostre volontà ci deve esser in questi anni nel mondo. Stiamo diventando tutti pazzi. La follia sola, sterminata, è padrona degli uomini. Allora, come pretendere di guidare il destino?” Presente al seguito di Cadorna, il colonnello Angelo Gatti, dal 28 giugno 1917 segretamente iniziato alla loggia “Propaganda massonica”, commentò angosciato: “Da tre anni tutte le volontà erano state travolte e tutte le passioni esagitate da qualche cosa che era più forte di noi, e poteva sembrare follia. Gli uomini che avevano le redini delle genti non sapevano essi stessi a che cosa attribuire il caos: e si rimettevano a una forza superiore, contro la quale non era possibile la ribellione. Ognuno dei commensali tacque e nel fondo della coscienza sentì la disperata inutilità dell’affaticarsi umano”. Era ora di sfogliare l’Ecclesiaste…: “Vanità delle vanità; tutto è vanità”. Ma che cosa avrebbero detto ai loro popoli quei governanti civili e militari per giustificare l’“inutile strage”? Sarebbe bastato esortarli a scrutare le stelle, salvo gridare “Crepi l’astrologo”?

Cent’anni dopo, la Grande Guerra rimane senza alcuna spiegazione convincente. Perciò all’indomani dilagò la convinzione che fosse stata ordita da un complotto giudaico-massonico. Lo scrisse anche un caporale austro-tedesco, Adolf Hitler, in Mein Kampf. Un innominabile spretato si affrettò a pubblicare in Italia I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, inventati di sana pianta dai servizi segreti dello zar Nicola II (massone, curiosamente) per additare ai russi “il nemico” proprio mentre l’Impero stava celermente passando dalla servitù della gleba all’industria d’avanguardia e un abilissimo torinese, Riccardo Gualino, faceva affari d’oro sulla riva della Neva.
La panzana fu creduta e ripetuta in centinaia di libri e libelli e divenne un canone. In La guerra occulta Emmanuel Malynski indicò nel conflitto anglo-franco-turco-sardo contro la Russia in Crimea (1853-1856) la premessa generale della Grande Guerra. La rivoluzione era il frutto malefico di sovversivi che da secoli minavano le istituzioni per consumare la loro vendetta. Erano i cultori della Cosmologia neognostica contrapposta a quella del Bene. Quelle fandonie non rimasero su carta come tante altre fiabe schizofreniche. Alimentarono movimenti politici e partiti; divennero la base di regimi, con un piede nella modernità e uno nell’irrazionalità.
Vi narro quel che voglio e accontentatevi…
Lo scienziato che indaga i malanni non è necessariamente un malvagio. Il vulcanologo non provoca le eruzioni. Il virologo non è un untore. Vale anche per le “scienze umane”. Ne è esempio il politologo Giorgio Galli (1928-2020), che insegnò a esplorare le componenti magiche del nazismo, intruglio di neopaganesimo, avanguardia organicistica e misticismo. Il confine tra razionalismo esasperato e misticismo romantico è esile. Secondo Giordano Gamberini, vescovo della chiesa gnostica e gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1961 al 1970, l’esoterismo è la febbre terzana dell’iniziatismo: contratta da piccoli ritorna per sempre.

Perciò sono interessanti gli epistolari, le memorie, le autobiografie di chi “è passato tra le Colonne di Jachin e Boaz”. Soprattutto quando i loro autori non hanno scritto lettere per i destinatari del momento ma consapevolmente per i posteri; i loro ricordi sono volutamente sbiaditi e i memorialisti al termine delle non richieste autobiografie ammiccano: “È stata una narrazione completa? Non del tutto. Vi sono ancora segreti nella mia memoria che aprirò quando riterrò che vi siano le condizioni opportune per farlo”. È il caso di Giuliano Di Bernardo, che si racconta in La mia vita in Massoneria.
Nato a Penne nel 1939, diplomato ragioniere, impiegato di banca, sin dall’adolescenza “molto difficile sia socialmente sia economicamente” egli crebbe nella certezza granitica di poter realizzare progetti ambiziosi grazie al proprio “intelletto”, sorretto “da una volontà ferrea”. “Affascinato” dalla Massoneria, nel 1961 fu iniziato nella loggia “Risorgimento-VIII agosto”, da tempo eretta nella dotta Bologna, ove si era trasferito con faticoso viaggio in camion zeppo di mobili il laicissimo 20 settembre 1958. Laureato nel 1967 all’Istituto superiore di scienze sociali di Trento e libero docente di metodologia delle scienze sociali dal 1974, transitato nella “Zamboni-De Rolandis” ebbe venerabile Fabio Roversi Monaco, nel 1988 stratega delle celebrazioni del IX Centenario dell’Alma Mater: duecento convegni internazionali e molto altro. Lo stesso anno il pubblico ministero Libero Mancuso indiziò la “loggia dei professori” per sospetta violazione della legge Spadolini-Anselmi che dal 1982 aveva vietato le associazioni che, anche all’interno di organizzazioni palesi, occultano la loro esistenza e svolgono attività diretta a interferire sull’esercizio di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche. La “Zamboni-De Rolandis”, invero, non era segreta, ma “coperta” cioè riservata, perché, argomenta Di Bernardo, vi si trattavano temi di livello così elevato che non aveva senso “far partecipare gli altri fratelli”, quasi fossero ometti di serie B.
Senza entrare nel merito delle aggrovigliate inchieste giudiziarie dell’epoca, tutte scaturite nel clima massonofobo alimentato dal sequestro e dalla pubblicazione delle “Carte Gelli” (in specie del farraginoso elenco degli affiliati alla “Propaganda massonica” n. 2 o P2) e delle ancor più intricate vicende interne del Grande Oriente d’Italia, spiattellate da Di Bernardo con dovizia di dettagli non sempre generosi, dal suo memoriale il lettore ricava che il Rito scozzese antico e accettato e il Grande Oriente d’Italia (GOI), passato da Gamberini a Lino Savini e ad Ennio Battelli, erano covi di serpenti in lotta per il potere. Cita quale esempio Armando Corona (gran maestro dal 1983 al 1990), “uomo permaloso e pieno di sé”, che “nutriva nei suoi confronti un superiore disprezzo”, ma anche (egli insinua) fondatore di una loggia coperta (come da lui denunciato ad Agostino Cordova) e persino sospettato di “essersi avvalso della sua autorità di gran maestro per fare traffico di armi” (pag. 73-75). Cercò conferme compulsando il segretario personale Luigi Savina (l’unico a lui fedele e poi morto di Aids) e Giampiero Batoni, addetto stampa, “che di Corona conosceva vita, morte e miracoli”.
Deposti i metalli, avanti con i piatti…
Per la Massoneria ogni secolo ha la sua pena. Dai tempi di Agostino Barruel (fine Settecento), di Léo Taxil (fine Ottocento) e della Commissione Anselmi sulla P2 (al tramonto del Novecento) non si leggevano libri altrettanto ghiotti per i massonofobi come la Vita in massoneria del rag. prof. Di Bernardo. Costui, circondato da “dignitari” accidiosi e irritanti e (a sua detta) collusi con organizzazioni malavitose (anche Ettore Loizzo, raro esempio di massone comunista?) si trovò eletto gran maestro di un mondo a lui ignoto, lontano dalla concezione che aveva fatto “baluginare” nella sua mente adolescenziale l’antico tegolatore Arnaldo Nannetti. Sconcertato e deluso non trovò di meglio che sbattere la porta del Grande Oriente e, in combutta con la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, fondare una nuova associazione, la Gran Loggia Regolare d’Italia, “consacrata” il 17 aprile 1993 all’Hotel Parco dei Principi a Roma, presente Yves Trestournel, gran segretario della Gran Loggia Nazionale Francese, anglo-dipendente. Poscia allestì un Ordine Dignity, assai elaborato ma mai decollato.
Molto più che l’esoterismo e la filosofia della massoneria (questa non esiste, come non esistono la scienza, l’arte, la letteratura “della massoneria”: esistono massoni scienziati, letterati, artisti…), altro e più luccicante è rimasto nella memoria del “fu stato gran maestro” ed è ora consegnato al lettore. Soprattutto spopola il ricordo estatico dei luoghi visitati, evocati con passione da guida turistica, con dettagli su castelli, alberghi e commensali (è il caso di Pamela, “donna affascinante”, moglie del britannico “marchese Lord Northampton”).
La “filosofia della massoneria” del rag. prof. traluce dai suoi ricordi. Oltrepassata la porta girevole del “Metropol” di Mosca, ebbe “la sensazione di entrare in un mondo onirico”. Cenò “in uno splendido salone con pareti affrescate e lampadari giganteschi che emanavano una luce di rara bellezza”. Consumò “caviale beluga e champagne d’annata, seguiti da piatti i cui sapori esaltavano il gusto e il piacere”, alternando i bocconi con vodka Absolut Crystal Pinstripe Black e concluse con un caffè alla turca. Nulla di paragonabile all’ospitalità riservatagli all’Hotel Jolly Alon a Chisinau in Moldova, ove pervenne nottetempo. “Dopo un’abbondante colazione” visitò la Cantina Cricova: 200 km di gallerie che raggiungono una profondità di 90 metri dove riposano dieci milioni di bottiglie”. Lì (egli annotò) Yuri Gagarin aveva vissuto il riposo del guerriero “con tre belle fanciulle”. Poi fu la volta di Odessa, così rapinosa che il rag. prof. vi prese temporaneamente casa. La città contava siti per lui magici. “Fragole e melograni si trovavano abbondanti ovunque”. “Introdotto nei luoghi dove risiedono le persone che contano: professori, magistrati, politici, imprenditori, professionisti” (non i soliti paria o gli scalcagnati patrioti finiti sulla forca per l’indipendenza e la libertà che avevano affollato e popolavano le logge in Italia), accettò con piacere i loro inviti. Visitata con cappottino di cachemire una portaerei russa in disuso e rientrato in albergo dopo una nevicata fu “accolto da un caminetto scoppiettante e da piatti che mostravano la bravura dello chef. La sauna russa concluse un giorno indimenticabile”. Per lui.
Ospite del già citato lord (Pamela aggiunta) memorizzò che la camera assegnatagli non era grande ma “coinvolgeva emotivamente per via del letto con baldacchino, formato da possenti colonne di antica quercia” adorna di una statua del Buddha “circondata da lumini che emanavano fumo e odori sacri”.
Dopo la colazione all’inglese e un pranzo frugale la cena gli richiamò “visioni mistiche e di freddo intelletto”. Fu conclusa con una bottiglia di vino rosso francese conservata nelle cantine da 70-80 anni. “Quando si beveva, il palato era attraversato da un fremito di piacere. È proprio in quel momento che la mente si apriva completamente. Non più prudenza o ritegno ma solo verità. Eravamo uniti nella verità e ciò ci esaltava. Il riposo notturno che seguiva era un pullulare di visioni oniriche”. Stanco ma soddisfatto, al risveglio venne confortato con “uova strapazzate e pancetta fritta”.
Finalmente c’è giustizia a questo mondo…
Ripassata la sua “filosofia”, il rag. prof. conclude che d’ora in poi “il Potere dovrà discendere dall’alto verso il basso”. Pentecostale. Nel mondo venturo conteranno la globalizzazione nata dall’universalità (forse se ne erano accorti Magellano, Pigafetta e Francis Drake mezzo millennio fa), la saggezza, l’autorità, il potere e l’“Uno Illuminato”. “Si dovrà scegliere tra il governo della maggioranza (democrazia) e il governo dell’Uno”. In quel cosmo la Libera Muratoria ha o può avere ancora un ruolo? Rieletto a suo tempo da una Gran Loggia intimidita e pavida, che egli clamorosamente abbandonò al suo destino per allestire una comunità tutta sua (che però quindici anni dopo si liberò del fondatore), il fu gran maestro al riguardo è lapidario: “La storia della Massoneria italiana è la storia di unificazioni e scissioni, tutte concluse nel peggiore dei modi”. È quanto accadde anche nella “sua” Gran loggia regolare. Rammaricato di non aver dato retta a Licio Gelli e di non essere divenuto sulla sua scia “ricco e potente”, Di Bernardo si considera ancora e sempre massone (semel abbas, semper abbas...) e termina: “l’antropologia che guiderà l’umanità sarà fondata su una filosofia pratica (???). La Massoneria, come è pensata e attuata oggi, non vi sarà. Dalle sue ceneri, nascerà l’araba fenice di una nuova società esoterica. Ma questa è un’altra storia”. O “un altro giorno”, come in “Via col vento.”. Dove “l’Uno” sovrasta i pigmei sgambettanti tra le colonne dei Templi.
Nel frattempo, poiché vi è giustizia in questo mondo, il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma, Nicolò Marino, condividendo pienamente la conforme richiesta del pubblico ministero, Francesco Dall’Olio, ha disposto l’archiviazione del procedimento iscritto a carico del Gran Maestro del GOI, Stefano Bisi, accusato dal rag. prof. Di Bernardo del reato di diffamazione pluriaggravata, cioè per aver ripetuto quanto scritto in quotidiani e in opere di storia documentate e mai confutate.
In Italia la massoneria ha vissuto secoli di travaglio. Scomunicata con accuse oscure e labili motivazioni (neognostica, neopelagiana, manichea), perseguitata, sciolta e demonizzata con argomenti insulsi (sarebbe “intrinsecamente segreta”, secondo la Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi). Non fu mai riconosciuta ed è malamente conosciuta perché non v’è cieco peggiore di chi non vuol vedere, né somaro peggiore di chi non vuol studiare. Come nella Germania di Hitler, nella Spagna di Franco, a tacere della Persia di Khomeini e, in genere, in tutti i Paesi totalitari (nell’Unione sovietica e nei suoi “satelliti” fu bandita e fisicamente annientata) e fondamentalisti (che ancor oggi credono ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion), anche in Italia la Massoneria ne ha viste di tutti i colori. Nel corso di tre secoli è stata “tollerata” per soli nove anni, grazie a Napoleone I. Dopo i “Ricordi di un 33. ’ .” di Domenico Margiotta, un furfante manipolato dai servizi segreti francesi, e lo scartafaccio delirante scritto da Francesco Gaeta, trascorso da massone a massonofago, le mancava un libello memoriale di un gran maestro fugace. Poiché è bene quel che finisce bene, ora la Massoneria italiana ha motivo di sentirsi magari non Illuminata, magari neppure “Elevata”, ma certo più libera. Con buona pace del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin (dal quale il rag. prof. dice di essere stato accolto a colloquio per un’ora al quarto piano del Sacro Palazzo). Con queste “memorie”, il suo ennesimo regalo ai massonofagi, “ex ore suo” il filosofo pratico è svaporato per sempre, inseguito dalla Luna, come nel viaggio da Chisinau a Odessa. Né quel giorno né in tutta la narrazione della sua “Vita in Massoneria” compare mai il Sole Invitto. Eppure ne avrebbe forse bisogno il “fondatore e Grana (sic: refuso o lapsus freudiano nella IV di copertina?) Maestro dell’Ordine degli Illuminati dal 2002”.
Malinconicamente chiuso il libello, il lettore non si stupisce che una quota significativa dell’“opinione pubblica” sospetti che il Mondo sia succubo di complotti, di cospiratori e di “untori” e non si scandalizza se folle di scalmanati si ammassino gridando “Viva la liberà” contro chi, come Mario Draghi, raccomanda prudenza per vincere la pandemia. Il Futuro non ha bisogno né di Illuminati (sui quali si affollano libri d’ogni genere) né di Elevati dai mistici peli, ma di persone libere e di buoni costumi. Ha urgenza di sanificare, anzitutto l’informazione.

Diversamente gli uomini continueranno a preferire le Tenebre alla Luce, come duemila anni addietro avvertì Giovanni l’Evangelista, la cui pagina è aperta sull’ara del Tempio. Ma non sempre è letta, né capita. Neppure da qualche ex gran maestro.
Aldo A. Mola
LA VERA STORIA DEL GRANDE ORIENTE D’ITALIA PALAZZO GIUSTINIANI DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI
In una lettera inviata ai Fratelli della Comunione il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi ha comunicato che è stata disposta l’archiviazione della querela per diffamazione pluriaggravata presentata nei suoi confronti da Giuliano Di Bernardo.
Ecco la scheda tecnica che riepiloga la vicenda giudiziaria
Il Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, dr. Nicolò Marino, condividendo pienamente la conforme richiesta del Pm dr. Francesco Dall’Olio, ha disposto l’archiviazione del procedimento iscritto a carico del Gran Maestro del GOI Stefano Bisi accusato da Di Bernardo del reato di diffamazione pluriaggravata. La vicenda giudiziaria nasce con riferimento alle dichiarazioni rese da Di Bernardo nel corso dell’audizione dallo stesso resa alla Commissione Antimafia istituita nella precedente legislatura e avverso le quali il Gran Maestro del Goi aveva espresso pubblicamente severe critiche.
Il Grande Oriente d’Italia aveva avviato nei confronti di Di Bernardo iniziative volte ad accertare la non veridicità delle dichiarazioni da egli propalate innanzi alle autorità giudiziarie e parlamentari, con particolare riferimento alle asserite infiltrazioni mafiose nel Goi.

Il Gran Maestro del Goi Stefano Bisi, commentando pubblicamente le dichiarazioni rese da Di Bernardo, affermava: “…l’ex Gran Maestro Di Bernardo che ha parlato delle infiltrazioni mafiose nelle logge calabresi del GOI, il suo ricordo a scoppio ritardato lascia basiti ed è anzi molto singolare che la Commissione Antimafia abbia preso per buone le dichiarazioni di un personaggio – fra l’altro a suo tempo “fratello coperto” come da sua esplicita richiesta scritta – che irresponsabilmente per l’istituzione di cui era il massimo rappresentante, non ha mai edotto l’allora Giunta del Grande Oriente d’Italia della gravità delle notizie in suo esclusivo possesso. Per queste sue tardive affermazioni il GOI intende intraprendere nei suoi confronti iniziative giudiziarie”.
Di Bernardo proponeva formale querela sostenendo la offensività di dette affermazioni non essendo il suo ricordo <<a scoppio ritardato>> – in quanto, a suo dire, egli avrebbe riferito le stesse dichiarazioni ininterrottamente dal 1993 e sino ad allora – ed affermando di non esser mai stato <<fratello coperto>> in senso negativo perché vietato dalla legge. Il Gran Maestro del GOI, ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, con il quale gli veniva contestato il reato di diffamazione pluriaggravata in danno di Di Bernardo, chiedeva al P.M. di essere sottoposto ad interrogatorio. Nel corso del chiesto interrogatorio, il Gran Maestro del GOI allegava e documentava la veridicità, fondatezza e correttezza delle affermazioni incriminate.
Il Pm. – ritenute fondate: <<le argomentazioni fornite dall’indagato in sede di interrogatorio a seguito di avviso ex art. 415 bis cpp e della produzione di articolata memoria difensiva con allegazione documentale dalla quale è possibile desumere la insussistenza degli elementi costitutivi del reato di cui alla rubrica apparendo rispettati i canoni della verità, rilevanza e continenza delle dichiarazioni dell’indagato>> presentava al GIP richiesta di archiviazione del caso.
Le allegazioni difensive del Gran Maestro del GOI – ritenute fondate e provate dal PM nella richiesta di archiviazione <<pienamente condivisa>> dal GIP nel decreto di archiviazione recentemente emesso – sono condensate nelle dichiarazioni rilasciate dal Gran Maestro nel corso del suo interrogatorio in cui si legge: <<in ordine alla espressione “ricordo a scoppio ritardato” il DI BERNARDO a pretesa riprova di non avere avuto un ricordo a scoppio ritardato afferma di avere “esattamente” riproposto nel 2014 e nel 2017, le stesse “dichiarazioni rilasciate a Cordova nel 1992”. Si osserva in contrario che dall’esame di tutti i verbali delle deposizioni rese dal DI BERNARDO al Cordova e poi a tutti i successivi Sostituti Procuratori che si sono occupati della nota inchiesta (che sono allegati alla memoria oggi depositata – allegato n. 20), si evince che lo stesso DI BERNARDO non ha mai fatto il benché minimo cenno al tema delle “infiltrazioni mafiose nelle logge calabresi del GOI” specifico ed unico oggetto dell’affermazione incriminata. A ciò si aggiunga che tutte le esternazioni pubbliche del DI BERNARDO, rese prima, durante e dopo la sua dissociazione dal GOI (16.04.1993), escludono detti (inesistenti) fenomeni infiltrativi. A comprova di ciò si offrono in comunicazione interviste del DI BERNARDO (allegato n. 21), resoconto di conferenza stampa (allegato n. 23), lettera aperta al Presidente della Repubblica (allegato n. 22). Ulteriormente si osserva che il DI BERNARDO denunciava i terzi che ipotizzassero detti fenomeni, ovvero che attribuissero a lui frasi in tal senso allusive e/o ammissive dei predetti fenomeni; si producono in allegato alla memoria le querele proposte dal DI BERNARDO contro Leoluca ORLANDO del 18.03.1993 (allegato n. 24), nonché diffida di querela contro il direttore di un quotidiano e dell’articolista del 20.02.1995 (allegato n. 25). — In ordine alla espressione <a suo tempo “fratello coperto” come da sua esplicita richiesta scritta>>, si rileva che detta espressione non fa altro che ripetere (ecco perché tra virgolette) il termine “coperto” usato dallo stesso DI BERNARDO nella domanda a sua firma (all. 17 prima memoria), nelle sue dichiarazioni pubblicate sui giornali dell’epoca (confronta allegato n. 18 della prima memoria difensiva), e pubblicata su libri costituenti best seller in materia (confronta allegato n. 19, la Storia della Massoneria in Italia di Aldo Mola). Nessun riferimento alla P2.>>.
Il Gran Maestro del GOI Stefano Bisi ha offerto alle autorità giudiziarie – che l’hanno pienamente condivisa – la rappresentazione di fatti realmente accaduti e che – contrapponendosi alla versione offerta dal Di Bernardo – contribuisce a (ri)scrivere la vera Storia del Grande Oriente d’Italia Palazzo Giustiniani degli ultimi trent’anni; per tale ragione, i rilevanti contenuti delle memorie difensive offerte dal Gran Maestro del GOI Stefano Bisi, vista la considerevole mole di esse, saranno oggetto di successive pubblicazioni.
(dal sito web del GOI – Luglio 2021)

“Lento pede” verso la verità storiografica
Ogni anno un piccolo passo avanti verso la verità sul 25 luglio 1943. Quel giorno, a conclusione di un colloquio di venti minuti iniziato alle 17 a Villa Savoia, Vittorio Emanuele III revocò Benito Mussolini da capo del governo e lo sostituì con il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Secondo Luigi Salvatorelli e altri studiosi e polemisti fu il terzo “colpo di Stato” messo a segno dal sovrano in un trentennio, dopo la dichiarazione di guerra all’impero d’Austria-Ungheria il 24 maggio 1915 e l’insediamento del governo Mussolini il 31 ottobre 1922. In un saggio del 1953 Elio Lodolini denunciò La illegittimità del governo Badoglio (ed. Gastaldi). Troppi però trascurano che l’ingresso nella Grande Guerra fu previamente approvato dal Parlamento e che il 16 novembre 1922 il governo Mussolini alla Camera ebbe il voto favorevole di tutti i partiti costituzionali, i cui rappresentanti del resto ne facevano parte, compresi i popolari di don Sturzo, i demosociali di Colonna di Cesarò e i demoliberali capitanati da Giolitti, Orlando, Salandra, e ottenne il “si” quasi unanime del Senato.
Re costituzionale, Vittorio Emanuele III operò con l’avallo delle Camere sulla base dei poteri di “capo supremo dello Stato” e comandante delle forze armate, come stabilito dall’articolo 5 dello Statuto promulgato da Carlo Alberto il 4 marzo 1848. Il 25 luglio fu un’eccezione e in quali termini? La revoca di Mussolini da capo del governo può essere imputata al re quale arbitrio incostituzionale? Il sovrano abusò del regio potere sostituendo il duce con il duca di Addis Abeba?
In Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio (ed. il Mulino) Paolo Cacace, studioso di istituzioni e politica estera e autore dell’intrigante saggio Quando Mussolini rischiò di morire (ed. Fazi),mira a mettere ordine nelle “cordate” che lavorarono al “cambio” al vertice del governo di un’Italia ormai militarmente sconfitta, con la Sicilia già invasa dagli anglo-americani e dopo il bombardamento dell’aviazione americana su Roma il 19 luglio, proprio mentre Mussolini incontrava per l’ennesima volta Hitler, precisamente nella villa dell’industriale e finanziere Achille Gaggia, non lontano da Feltre, raggiunta dai due in aereo sino a Treviso, in treno fino a Feltre e infine in auto.
Pressato dai vertici delle forze armate, il duce si proponeva di chiedere che, con i buoni uffici del Giappone (in guerra contro gli USA e i suoi alleati occidentali ma non contro la Russia), la Germania imboccasse la via di un armistizio con Stalin per rovesciare la sua potenza di fuoco verso il Mediterraneo. Diversamente l’Italia, ormai soccombente e con armate disperse all’estero, sarebbe stata costretta a una pace separata. Hitler, invece, ancora sicuro di sconfiggere i sovietici (che proprio in quei giorni lanciarono l’offensiva vincente) e famelicamente bisognoso di sfruttare le risorse delle terre soggiogate, per due ore deplorò la resa degli italiani in Sicilia, a volte quasi senza combattere, e prospettò la completa subordinazione delle loro infide truppe a generali tedeschi. L’incontro si risolse in un monologo di Hitler, che ventilò anche il possesso di armi segrete invincibili: le future V1 e V2, mentre però gli USA lavoravano all’atomica.
Rientrato pilotando personalmente l’aereo nella Roma sconvolta dai bombardieri statunitensi (3.000 morti, 10.000 feriti, rovine immense nel quartiere San Lorenzo), Mussolini dichiarò al generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, di voler a scrivere a Hitler quanto non gli aveva detto nell’incontro. Troppo tardi…
Nel paragrafo “bombe nella villa degli arcani”, Cacace torna a indagare sull’attentato ordito dal maggiore Cesare Del Vecchio e dal capitano Antonio Giuriolo (ufficiali degli alpini reduci dalla campagna di Russia) per uccidere il fuehrer e il duce al loro arrivo a Villa Gaggia; attentato sfumato perché, con i commilitoni pronti ad agire, essi vennero trasferiti altrove pochi giorni prima del convegno. In pagine dense di allusioni e di “forse”, l’autore ripercorre il reticolo di vaghe connivenze tra militari, esponenti del partito d’azione, socialisti, repubblicani, come Cino Macrelli, accenna a un colloquio tra l’insigne latinista Concetto Marchesi, comunista, e il generale Raffaele Cadorna e conclude che secondo l’azionista Ugo La Malfa fu il Vaticano a imporre l’“alt” all’esecuzione del “colpaccio”. Aggiunge, quasi per inciso, che l’intrigo era forse noto a Giuseppe Bottai, il gerarca (stranamente antisemita) che legò il nome alla Carta della Scuola.
Quanti “figli della Vedova” nel Gran Consiglio …
Generoso dispensatore dell’etichetta di massone a politici, militari e grandi affaristi (Vittorio Emanuele Orlando, a sua detta addirittura affiliato alla loggia “Propaganda massonica” del Grande Oriente d’Italia; Pietro Badoglio, classificato come “massone coperto”; Armando Diaz, “in odore di loggia”; Giuseppe Volpi e Vittorio Cini, entrambi intrinseci di Angelo Gaggia, e un lungo elenco di generali la cui iniziazione in realtà non è affatto documentata), Cacace non scrive che, a differenza dei predetti, proprio Bottai, “dottore in giurisprudenza, residente a Roma in via Ancona 65”, il 20 aprile 1920 era stato iniziato “apprendista massone” nell’“officina” romana “La Forgia”, all’obbedienza della Serenissima Gran Loggia d’Italia (GLI) e fu radiato per morosità il 19 maggio 1923, dopo la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e grembiulini, deliberata dal Gran Consiglio del Fascismo su impulso dei nazionalisti e con la consulenza di un ex sacerdote che per validi motivi Mussolini evitava di incrociare e si guardava dal nominare.
Poiché la storiografia si fonda sul vaglio di documenti anziché su frammenti di memorie spesso più difensive che oggettive, né si basa su elucubrazioni e fantasiose illazioni, Cacace separa scrupolosamente il grano dei “fatti accertati” dal loglio di quelli meramente “supposti”, con l’intento di rispondere alla domanda fondamentale sul 25 luglio 1943: chi davvero preparò e quando decise la sostituzione di Mussolini con Badoglio?
Al netto di progetti di minor portata e di propositi che si esaurirono o non ottennero alcun risultato pratico (rientrano in tale ambito i contatti instaurati tra la Principessa di Piemonte, Maria José, verosimilmente non all’insaputa del principe ereditario, Umberto, il sostituto segretario di Stato vaticano monsignor Giovanni Battista Montini e taluni notabili dell’antifascismo incluso Concetto Marchesi), fermo restando che i partiti (incluso il comunista) erano ancora del tutto privi di organizzazione adeguata e di effettiva incidenza sul corso degli eventi, le “cordate” principali in azione per il riassetto o il “cambio” al vertice del governo sono tre. Anzitutto i componenti del Gran consiglio del fascismo, la massoneria e i militari. Benché si possa parlare di “filiere” separate e preso atto che ciascuna di esse procedette nel massimo riserbo, ognuna ignara delle altre se non per cenni confidenzialmente scambiati tra taluni loro componenti, senza però che l’una conoscesse protagonisti e progetti dell’altra (farsi scoprire comportava finire agli arresti o peggio…), in una visione sintetica della loro trama si evince che tutte e tre facevano comunque conto sull’intervento risolutore del Re quale referente ultimo della loro iniziativa.
Procedendo per sommi capi e senza quindi privare il lettore del piacere di addentrarsi nei meandri esplorati da Cacace, la “cordata” più visibile e ripetutamente indagata fu quella allestita da Dino Grandi, conte di Mordano, proto-fascista, a lungo ambasciatore a Londra, presidente della Camera dei deputati, in convergenza con Giuseppe Bottai e con Luigi Federzoni, nazionalista, dal 1929 al 1939 presidente del Senato e massonofobo. Da quella prima intesa nacque la richiesta a Mussolini di convocazione del Gran Consiglio, dal 1928 elevato a “organo della rivoluzione fascista”, che non si radunava dal 7 dicembre 1939, cioè da prima dell’ingresso dell’Italia in una guerra che da “parallela” divenne via via “subalterna” rispetto a quella della Germania. Anche il filotedesco Roberto Farinacci, “ras di Cremona”, razzista oltranzista, e il chiassoso segretario del partito nazionale fascista, Carlo Scorza, si unirono nella richiesta della convocazione, suggerita da Vittorio Emanuele III a Grandi come “un surrogato del Parlamento”. Le Camere non venivano convocate neppure dinnanzi alla catastrofe militare imminente, a differenza di quanto era avvenuto nel novembre 1917, quando istituzioni e “politica” risposero al disastro di Caporetto con un governo nuovo e l’intervento solenne degli ex presidenti del Consiglio (Salandra, Boselli e Giolitti) in una seduta durante la quale Filippo Turati dichiarò che anche per i socialisti la Patria era sul Piave.
A differenza di quanto spesso ripetuto, l’ordine del giorno illustrato da Grandi alle 17 del 24 luglio dinnanzi al Gran Consiglio radunato nella sala del Pappagallo a Palazzo Venezia, in una Roma angosciata e deserta, non prospettò affatto la fine del fascismo, né (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile) l’“eutanasia del regime”, ma semplicemente l’assunzione del comando delle forze armate da parte del sovrano, la nomina di titolari dei ministeri militari (fagocitati da Mussolini, capo del governo e ministro dell’Interno e degli Esteri), l’appello alla resistenza militare in costanza delle istituzioni del regime, a cominciare dal Gran Consiglio stesso, e la configurazione del ruolo politico del duce, la cui sostituzione né Grandi né quanti approvarono il suo ordine del giorno (compreso Galeazzo Ciano, genero di Mussolini) esplicitamente proposero. Non per caso, dopo poche ore di sonno a Villa Torlonia, la mattina del 25 il duce tornò a Palazzo Venezia nella convinzione di avere ancora in pugno il governo del Paese. In quella convinzione sollecitò e ottenne udienza dal Re alle 17 a Villa Savoia, anticipando di poche ore quella ordinaria, prevista per l’indomani.
Per motivi di cui poco oltre diciamo, non è il caso di insistere sull’antica affiliazione massonica di parecchi componenti del Gran Consiglio e meno ancora di insinuare il massonismo di chi sino a prova contraria non fu mai iniziato. È il caso dei due quadrumviri superstiti, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon ed Emilio De Bono.
Che Giacomo Acerbo, Giuseppe Bottai, Alfredo De Marsico (dal 1911), Roberto Farinacci, Giovanni Marinelli ed Edmondo Rossoni, in tempi remoti e per diversa durata, fossero stati in logge del Grande Oriente d’Italia (GOI) o della Gran Loggia d’Italia (GLI) non consente di dedurne che fossero in combutta in quanto massoni. Solo nel corso della seduta alcuni “fratelli” aggiunsero la loro alla firma dei proponenti originari. Indurre la consonanza di vedute tra gerarchi solo perché “figli della Vedova” (ovvero massoni) comporterebbe induzioni e deduzioni su fatti mai acclarati: anzitutto erano a conoscenza gli uni degli altri dell’antica militanza in Comunità contrapposte in contese poco fraterne e duramente competitive come quelle guidate da Domizio Torrigiani e da Raoul Palermi? Avevano, e quale, un abbozzò di progetto unitario che li accomunasse al quartetto Grandi-Federzoni-Bottai-Ciano, massonofagi o massoni pentiti? A profittare del loro pronunciamento, come Grandi stesso apprese con amarezza, sarebbe stato il successore in pectore di Mussolini, il maresciallo Badoglio che taluni, riecheggiati da Cacace, classificano “massone coperto” o “non dichiarato”, ma senza produrre alcun documento probante.
… e con le Stellette
Del pari, mentre è assodata l’iniziazione del maresciallo Ugo Cavallero (sia al GOI, sia alla GLI), notoriamente antagonista di Badoglio, il quale lasciò sulla scrivania in bella evidenza il “memoriale” che gli costò la vita (venne “suicidato” da Kesselring perché rifiutò di assumere il comando di un esercito italiano succubo dei tedeschi), del generale Giacomo Carboni e di altri minori protagonisti del “colpo di Stato”, come il generale Soleti e (molto importante) il Maresciallo Messe, caduto prigioniero degli inglesi e futuro capo di stato maggiore generale, manca qualunque prova di appartenenza massonica dei capi della “cordata” militare. Questa risultò la principale e vincente, in convergenza con il duca Pietro d’Acquarone, ministro della Real Casa di Vittorio Emanuele III. Essa fu incardinata sul capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio e i suoi fidatissimi collaboratori, quale il giovane e fattivo Giuseppe Castellano, nessuno dei quali risulta massone, come non lo era il Maresciallo Enrico Caviglia benché pare che il Re non l’abbia preferito a Badoglio proprio perché non voleva si dicesse che la sostituzione di Mussolini riportava al potere la massoneria.
Meriterebbe un’ampia evocazione il ruolo svolto a ridosso del 24-25 luglio da Domenico Maiocco, capofila della Massoneria Italiana Unificata (biografato dal colonnello Antonino Zarcone), solerte tramite fra massoni, gerarchi di sicura sponda monarchica (come De Vecchi e Alfieri) e Ivanoe Bonomi, che guidava le forze antifasciste “aventiniane” con Marcelo Soleri (mai aventiniano né massone, a differenza di quanto afferma Cacace). Del pari va ricordato che il padre di Federico Comandini, nella cui abitazione venne fondato il Partito d’azione, era Ubaldo, repubblicano intransigente e massone nella loggia di Cesena. Insomma, a lungo costretta al sonno e con labili legami con le Comunità d’Oltrape, d’oltre Manica e oltre Atlantico, la massoneria in Italia, appena affiorante, non aveva affatto un progetto univoco.
Importa invece arrivare alla conclusione, cui conduce il materiale innovativo proposto da Paolo Cacace. Il vero regista del “cambio” fu l’impenetrabile Vittorio Emanuele III, unico vero interlocutore degli Alleati, in specie degli inglesi, consci che il sovrano era il garante della continuità dello Stato d’Italia, la cui legalità internazionale e interna poggiava su forze armate e corpo diplomatico.
Il disegno del Re era chiaro: ottenere che l’Italia potesse arrendersi e ottenere un “armistizio” (cioè la “tregua” delle armi) come il 9 settembre i giornali denominarono la “resa senza condizioni” (surrender), subita dopo le intricate trattative condotte da Giuseppe Castellano e firmate a Cassibile. Nello strumento della resa gli anglo-americani ordinarono all’Italia la “defascistizzazione”, altra cosa dalla “epurazione”, inventata per arruffate ragioni etiche da chi voleva scaricare sulla sola Corona il passivo della guerra e far dimenticare di aver votato a favore di Mussolini o di essere longa manus di Stalin.
Non fu “colpo di Stato”
Il 25 luglio fu dunque un “colpo di Stato”? La risposta è no. Vittorio Emanuele III esercitò il potere secondo l’articolo 65 dello Statuto: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. Come a suo tempo osservò Luigi Einaudi, monarchico e presidente della Repubblica, il Re mostrò che “la prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza, anche se osservata nell’apparenza”. L’Italia non era una “diarchia”, ma una “monarchia costituzionale”. Il Re fece quel che la Camera dei fasci e delle corporazioni, prona al duce, non seppe intraprendere. Venne implicitamente sollecitato dai 63 senatori che il 22 luglio chiesero la convocazione della Camera Alta. Il Gran Consiglio operò solo da “surrogato”. Cinque suoi componenti, condannati per alto tradimento, pagarono con la vita al Poligono di tiro di Verona per squallida vendetta di chi cercava tardivi meriti agli occhi di Hitler… Va loro tributato rispetto per quella iniqua fine, che non è l’ultimo dei motivi del sanguinoso epilogo della Repubblica sociale italiana. Alle 17 del 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III si era fatto garante della sicurezza personale del duce, che infatti non venne “arrestato” ma “fermato” e per scritto si dichiarò pronto a collaborare con Badoglio. Poi la storia ebbe altro corso…
Aldo A. Mola