Tutti gli articoli di Dario Seglie

Presidente del CDI - Centro di Documentazione Ipotenusa Direttore Scientifico della Rivista " L'Ipotenusa"

Il 7 Gennaio la Festa del Tricolore

  Il 7 Gennaio la Festa del Tricolore

Il 7 gennaio ricorre il 225° anniversario della Bandiera italiana, il simbolo piu’ alto della nostra nazione, emblema di unità, identità, coesione, codificato nell’articolo 12 della Costituzione italiana che ne definisce la foggia: “verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”.

STORIA DELLA BANDIERA ITALIANA

La bandiera della Repubblica italiana nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta di rendere “universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori verde, bianco e rosso, e che questi tre colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”.

Dall’epoca napoleonica, al Risorgimento, all’Unità d’Italia fino ad arrivare alla nascita della Repubblica, i tre colori sono stati emblema di libertà giunto ai nostri giorni con il riconoscimento ufficiale nel decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 che stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della nostra Carta Costituzionale.

La bandiera della Repubblica Cispadana era a bande orizzontali con il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso. Al centro era anche presente l’emblema della repubblica, mentre ai lati erano riportate le lettere “R” e “C”, iniziali delle due parole che formano il nome della “Repubblica Cispadana”[1]. Le repubbliche Cispadana e Transpadana si fusero qualche mese dopo dando vita alla Repubblica Cisalpina, il cui Gran Consiglio, l’11 maggio 1798, adottò come bandiera un tricolore a bande verticali senza stemmi, emblemi o lettere.

In seguito la bandiera verde, bianca e rossa è stata adottata da altri due Stati napoleonici, la Repubblica Italiana e il successivo Regno d’Italia. Terminata l’epoca napoleonica, il Tricolore si diffuse come uno dei simboli della lotta risorgimentale. Venne infatti adottato dalla Cittadella di Alessandria durante i moti del 1820-1821 e dalla Repubblica Romana nel 1849.

Nel 1860 il Tricolore italiano venne scelto come bandiera nazionale dal Regno delle Due Sicilie, mentre il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, la bandiera verde, bianca e rossa diventò il vessillo nazionale dell’Italia unita, sebbene non ufficialmente riconosciuta da una legge specifica.

Il riconoscimento si ebbe invece il 12 giugno del 1946 e la decisione fu ratificata il 24 marzo 1947 dall’Assemblea Costituente che decretò, nel contempo, l’inserimento, nell’articolo 12 della Costituzione della Repubblica Italiana, del seguente testo-

Il 31 dicembre 1996, con la medesima legge che istituiva la Festa del Tricolore, venne costituito un Comitato nazionale di venti membri che aveva l’obiettivo di organizzare la prima commemorazione solenne della nascita della bandiera italiana. Il Comitato era composto da personalità istituzionali, tra cui i presidenti delle camere, e da membri provenienti dalla società civile, particolarmente dall’ambito storico e culturale.

Per quanto riguarda il cerimoniale, nel giorno della Festa del Tricolore, presso il Palazzo del Quirinale a Roma, viene eseguito il cambio della Guardia d’onore in forma solenne con lo schieramento e la sfilata del Reggimento Corazzieri in uniforme di gala e della Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a cavallo. Questo rito solenne viene svolto solamente in altre due occasioni, durante le celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre).

Immagine descritta in didascalia
In occasione delle celebrazioni della Festa della Repubblica si svolge sulla Piazza del Quirinale il tradizionale Cambio solenne della Guardia d’Onore da parte del Reggimento Corazzieri a cavallo con la Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a cavallo.

A Reggio Emilia, in piazza Prampolini, la Festa del Tricolore viene celebrata con la visita di una delle più alte cariche della Repubblica Italiana che assiste all’alzabandiera sulle note de Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro e che rende gli onori militari a una riproduzione della bandiera della Repubblica Cispadana. Subito dopo un militare della Brigata paracadutisti “Folgore” che porta un Tricolore nelle mani plana in piazza Prampolini. Alla celebrazione officiata dalle massime cariche dello Stato seguono poi varie iniziative culturali che coinvolgono anche le scuole di Reggio Emilia.

Un militare della Brigata paracadutisti “Folgore” –che porta un Tricolore nelle mani- plana in piazza Prampolini, a Reggio Emilia.

Come in altre date solenni, nel giorno della Festa del Tricolore la bandiera italiana deve essere esposta in tutti gli uffici pubblici e istituzionali.

(dal Sito web del GOI – 5/1/2022)

Rimini – Palacongressi – La presenza della Rivista L’ipotenusa alla Gran Loggia del GOI 2021

Rimini – Palacongressi – La presenza della Rivista L’ipotenusa alla Gran Loggia del GOI 2021

Rimini, Palacongressi. Il Tempio della Gran Loggia (Courtesy photo by Roberto Pettiti)
Rimini, Palacongressi. Gran Loggia 2021. Il Consigliere del CDI al desk de L’ipotenusa. (Courtesy photo by Paolo Accusani, Consigliere dell’Ordine-GOI)
Rimini, Gran Loggia 2021. Il desk de L’ipotenusa visitato da molti partecipanti. Presidiano la postazione Bruno Abate Daga (con mascherina abbassata) e a sin. Gianni Gamba. (Courtesy photo by Massimiliano Puca, Direttore responsabile della Rivista)

Rimini – Gran Loggia 2021 – Il Grande Ufficiale del GOI Giovanni Marella al desk de L’ipotenusa, presidiato da Gianni Gamba. (Courtesy Photo by Giovanni Marella) 

Lo stand de L’ipotenusa è stato visitato da moltissime persone, interessate alle attività culturali ed editoriali. Felicitazioni e positivi commenti sono stati manifestati da parte di abbonati vecchi e nuovi, anche per i selezionati contenuti e per la alta qualità dell’edizione che si è rinnovata nell’estetica e nell’impaginazione cartacea curata dal  Dr. Marco Civra, Direttore della apprezzata Casa editrice Marcovalerio.

La Rivista, che si pubblica ininterrottamente dal 1959, si pregia di essere organo ufficiale del Collegio Circoscrizionale dei MMVV del Piemonte e Valle d’Aosta. La crescita di estimatori consentirà di tenere elevata la linea editoriale e dare un prodotto culturale adeguato alle aspettative della comunità del Grande Oriente d’Italia.

Il Presidente del CDI – Centro di Documentazione Ipotenusa e Direttore scientifico della Rivista.

Dario Seglie

 

XX Settembre. Roma: Visite guidate al Vascello con il Fai

XX Settembre 2021.
Visite guidate al Vascello con il Fai

Nell’ampio programma messo in cantiere dal Grande Oriente d’Italia per le tradizionali celebrazioni dell’Equinozio d’autunno e del XX Settembre, sono previste anche visite guidate al Vascello, storica sede del GOI, organizzate dal Fondo per l’Ambiente Italiano  e riservate ai fratelli, alle loro famiglie e agli amici. I cancelli della Villa, scrigno di bellezza e di storia, saranno aperti nei giorni di sabato 18 settembre dalle ore 10.00 alle ore 18.00 e domenica 19 settembre dalle ore 10.00 alle ore 12.00.

L’area della Villa Il Vascello è compresa, fin dal ‘600, tra l’attuale via delle Fornaci ed un tratto della via Aurelia Antica fino alla Porta S. Pancrazio, sul colle Gianicolo: territorio di grande importanza strategica fin dall’antichità, con grande ricchezza di acque sorgive e con l’Aqua Traiana, fatta costruire dall’imperatore Traiano intorno al 109 d.C. Tra il 1655 e il 1663 l’abate Elpidio Benedetti costruisce la sua dimora subito fuori Porta S. Pancrazio, su progetto e direzione dell’architettrice Plautilla Bricci: un complesso straordinario mantenuto fino a metà Ottocento.

Nel 1849 durante la difesa della Repubblica Romana fu scenario dei combattimenti tra le truppe francesi ed i garibaldini che proprio qui trovano un tragico epilogo: nell’ ultimo baluardo dei difensori prima delle mura della città, hanno trovato la morte Colomba Antonietti, unica donna presente tra i busti della Passeggiata del Gianicolo, e Goffredo Mameli.
Durante i combattimenti l’edificio subì danni così pesanti tanto da essere in gran parte demolito.
Nel marzo del 1877 il generale Giacomo Medici, il glorioso combattente che aveva partecipato alla difesa della villa nel 1849 e che aveva ricevuto dal re Vittorio Emanuele II il titolo di “Marchese del Vascello”, insieme a suo figlio Luigi Medici, ricostruì l’edificio, dando alla villa l’aspetto attuale. Sul Gianicolo, sul colle “aureo” della cultura internazionale, della sacralità e della memoria, si erge questa splendida dimora all’interno di un enorme parco, con particolari piantumazioni.
Il Grande Oriente d’Italia acquista la Villa Il Vascello nel 1980 che ne diventa la sede nazionale: al piano terra, affacciato sul giardino, si apre una grande biblioteca, che reca sul soffitto gli emblemi massonici in campo azzurro con migliaia di libri, di fondi, di carte di archivio. La nuova dimora trova una cornice ideale nel parco che la circonda, che viene restaurato, recuperando l’assetto paesistico ottocentesco, mettendo insieme alberi tipici della flora mediterranea con palme, piante esotiche e bacini d’acqua, con nuovi arredi.
Una splendida veduta dalla terrazza della villa mette in risalto la sua forte valenza botanica, naturalistica e storica.

Ingresso in Via di San Pancrazio, 8, Roma.

(dal sito web del GOI)

QUANDO IL RE CONSACRO’ L’ALTARE DELLA PATRIA – 4 novembre 1921

Quando il re consacro’ l’altare della Patria

Quel 4 novembre 1921 l’Italia mostrò di poter fare a meno dei fascisti, che però tre settimane dopo si costituirono in Partito e, alla fusione con i nazionalisti, divennero la sciagura d’Italia. 

Aldo A. Mola

Re Vittorio Emanuele III segue la bara del Milite Ignoto caricata su un affusto di cannone (4 novembre 1921)
Dalla Festa delle Bandiere alla Tumulazione dell’“Eroe Ignoto”

Il re e i presidenti del Consiglio (Giolitti prima, Bonomi poi) traghettarono l’opinione pubblica dalla Festa delle Bandiere (4 novembre 1920) alla tumulazione dell’“Ignoto Milite” (4 novembre 1921) quale suggello della unione nazionale. L’11 giugno 1921 Vittorio Emanuele III inaugurò la XXVI Legislatura salutando i rappresentanti delle “nuove terre”, “liberamente eletti dalle laboriose popolazioni di cui si accresce e si rafforza l’Italia” ed evocò Dante Alighieri nel sesto centenario della morte. Urgevano la restaurazione della finanza pubblica e il riordino dell’esercito e della marina, “strumento del diritto e della difesa della Patria”. “La rafforzata autorità dello Stato, affermò il sovrano, deve poggiare sul sentimento della disciplina dei cittadini. Il popolo italiano, che nella trincea bombardata e sulla nave minacciata ha appreso la vittoriosa virtù della disciplina, deve sentire oggi che questa virtù è indispensabile all’opera lenta ed oscura, ma non meno aspra e difficile, della ricostruzione.”

Il 20 giugno 1921 di concerto con il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ope legis perno dell’unità politica del governo, il ministro della Guerra Giulio Rodinò di Miglione (Napoli, 1875-Roma, 1946, deputato dal 1913, interventista, eletto nelle file del Partito popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo il 18 gennaio 1919: un centenario passato quasi sotto silenzio, a differenza di quello, molto enfatizzato, del parimenti defunto Partito comunista d’Italia), presentò il disegno di legge per la sepoltura di un soldato ignoto”. In stile tipicamente giolittiano, la brevissima Relazione di accompagnamento del disegno di legge andò subito in medias res: “Le salme dei militari morti in guerra – che complessivamente assommano a circa 560.000 – sono, per una metà quasi, di individui non riconosciuti. È una moltitudine anonima di prodi che non hanno lasciato alle famiglie, tuttora tormentate dai dubbi più angosciosi, il dolce e mesto conforto di poter custodire le loro gloriose spoglie. Sono legioni di umili eroi che la grande famiglia della Patria, alle cui fortune essi hanno fedelmente concorso col nobile sacrificio della vita, vuole rivendicare a sé, perché sono i suoi figli diletti, i suoi poveri figli sperduti. Vi proponiamo perciò che in Roma sia data solenne sepoltura, per opera dello Stato, alla salma non identificata di un soldato caduto in combattimento per la Patria”.

La “celebrazione dell’Eroe Ignoto” rispondeva “alla coscienza che un popolo civile, uscito vittorioso dalla guerra”, consapevole “non soltanto dalla forza acquistata ma anche dei propri doveri verso quanti trovarono nella guerra morte gloriosa”. Richiamò alla disciplina e al “senso dello Stato” evocato dal discorso della Corona. Il disegno di legge non indicò l’Altare della Patria quale destinazione della salma . Esso decadde come tutti quelli del governo in carica, di lì a poco dimissionario: l’istituzione del Consiglio Nazionale del Lavoro, la trasformazione del latifondo, la colonizzazione interna e “provvedimenti a sollievo della disoccupazione operaia”. Decaddero anche i due disegni di legge ai quali Giolitti più teneva: la riforma dell’amministrazione dello Stato, con la semplificazione dei servizi e la riduzione del personale, e il trasferimento dal re alle Camere del potere di dichiarare guerra, già proposto il 24 giugno1920.

Dopo le dimissioni Giolitti non tornò più sulla tumulazione dell’Eroe Ignoto. Dallo scranno di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo il 26 ottobre 1921 elencò le conseguenze politiche, economiche e finanziarie della guerra: svilimento della moneta, conseguente aumento del costo della vita, enorme disavanzo dei bilanci dello Stato, delle Province e dei Comuni. Senza rimedi immediati incombeva “il fallimento dello Stato, al quale seguirebbe inevitabilmente il fallimento degli istituti di credito, delle casse di risparmio e di gran parte delle nostre industrie, con terribili conseguenze specialmente per le classi lavoratrici”. Vinta la guerra il popolo italiano non voleva “vedersi ridotto in condizioni di umiliante inferiorità, in condizioni di popolo vinto”. Era dunque giusto onorare la salma Soldato Ignoto, simbolo del sacrificio del popolo, ma urgeva anche ripristinare la centralità del Parlamento e l’autorevolezza dello Stato.

Dieci ministri della Guerra in quattro anni

Bonomi, suo successore alla presidenza del Consiglio, dette impulso alla complessa “macchina” coronata il 28 ottobre-4 novembre 1921 con la Tumulazione all’Altare della Patria, ma non realizzò nessuno dei principali punti programmatici additati da Giolitti. Il quadro istituzionale non era confortante. Tre anni dopo ne scrisse Angelo Gatti in premessa a Tre anni di vita militare. Dopo Vittorio Zupelli, ministro della Guerra nel governo presieduto da Orlando, nel corso dei due ministeri Nitti si susseguirono cinque diversi titolari: tre militari (Enrico Caviglia, Giovanni Sechi, Alberico Albricci) e due civili (Ivanoe Bonomi, ex socialista riformista, interventista, democratico, e Giulio Rodinò, deputato del partito popolare italiano e interventista. Il V governo Giolitti ebbe alla Guerra Bonomi e Rodinò (2 aprile- 4 luglio 1921). A Luigi Gasparotto (la cui spposta affiliazione massonica non è affatto dimostrata), ministro nel governo Bonomi, nei due inconcludenti governi presieduti da Luigi Facta si susseguirono Pietro Lanza di Scalea e Marcello Soleri, giolittiano, deputato dal 1913, ufficiale degli alpini, ferito in guerra. Durante la formazione del secondo governo Nitti in un solo giorno si rincorsero i nomi di ben cinque ministri, “come se la Guerra fosse all’asta” scrisse Gatti. La sequenza di dieci diversi titolari di un dicastero così importante per la vita del Paese nel corso della smobilitazione e del riordino delle forze armate, mentre l’Europa rimaneva con l’arma al piede, ebbe un effetto desolante. Dov’era la Vittoria?

Nominato ministro della Guerra dopo Gasparotto (otto mesi durante quali “ministro, gabinetto, generali, ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati, senza contare innumerevoli borghesi, discussero e legiferarono liberamente dell’Esercito”), Lanza di Scalea , “perfetto gentiluomo”, assunse la carica “con tre idee ben ferme e chiare, che ripeteva a tutti quelli che lo volevano o non lo volevano ascoltare”. La prima (annotò Gatti con amaro sarcasmo) era che egli non sapeva niente del Ministero che gli avevano affidato (aspirava a quello delle Colonie); la seconda che sarebbero occorsi almeno sei mesi perché imparasse qualche cosa delle faccende militari; ma – e questa era la sua terza idea – era sicuro che entro sei mesi non sarebbe stato più ministro. Perciò si limitò a richiamare alla disciplina, come avevano fatto il re e Giolitti: e già parve una svolta.

Nel frattempo si susseguirono studi, progetti e relazioni di accompagnamento di disegni di legge mai discussi o esaminati da un solo ramo del Parlamento e finiti nel nulla. Rilevante fu la Relazione esposta il 23 novembre 1921 dal ministro Gasparotto alla Commissione consultiva per l’ordinamento dell’esercito. Illustrò le ripercussioni della riduzione della “ferma” a otto mesi. Andava compensata con l’educazione fisica di tutta la gioventù (senza distinzione tra maschi e femmine) dalla puerizia ai 17 anni e con l’istruzione premilitare obbligatoria (che non fu affatto ideata dal fascismo, ma dai ministri dell’Istruzione Michele Coppino e Francesco De Sanctis, entrambi massoni, nel 1877-1878) per “favorire lo sviluppo del corpo ed indirettamente la formazione del carattere”, anche in vista dell’incremento di almeno 25/30.000 unità della forza bilanciata (fissata a 175.000 uomini) indispensabile nel quadro della instabilità politico-militare dell’Europa.

Riscossa o crepuscolo dell’Italia liberale?

Alle dimissioni (27 giugno 1921) Giolitti propose quale successore il giovane presidente della Camera Enrico De Nicola. Il re gli preferì Bonomi. Come suo costume lo statista piemontese rientrò in Piemonte lasciando che il tempo lavorasse per l’avvento di una coalizione comprendente i socialisti, alternativa al binomio Sturzo-Turati dal quale (dichiarò mesi dopo) non v’era da aspettarsi nulla di buono. In risposta don Sturzo pose il “veto” a un nuovo governo Giolitti esteso ai socialisti, il cui chiarimento interno, peraltro, tardò ancora quasi un anno e giunse fuori tempo massimo e con poca chiarezza per la perdurante lontananza fra l’anziano pacato Turati e l’irruente Giacomo Matteotti, irriducibilmente antigiolittiano e, peggio, anti-sistema: eventi questi successivi al 4 novembre 1921.

Bonomi impresse un’accelerazione ai preparativi della festa della Tumulazione. Nei giorni conclusivi, tra il 28 ottobre e il 4 novembre, protagonisti della Vittoria furono il Soldato Ignoto e il Re. Il 30 settembre Gasparotto diramò le disposizioni analitiche per la designazione della Salma, la sua traslazione a Roma, l’arrivo del convoglio nella capitale, il trasporto della bara dalla Stazione Termini alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, il suo trasferimento all’Altare della Patria, presenti rappresentanze d’arma ed ex combattenti e i 335 vessilli militari ripartiti in bandiere (256), stendardi (30) e labari (49). Seguirono ulteriori istruzioni da parte del comandante della Divisione militare di Roma, Emanuele Pugliese, e l’annuncio formale del Comitato esecutivo per le onoranze al Soldato Ignoto con direttive per i sottocomitati comunali, chiamati a far partecipare col suono delle campane ogni lembo d’Italia alla tumulazione, tra le 11 e le 11:30 del 4 novembre, subito dopo la deposizione della bara ai piedi della Dea Roma sull’Altare della Patria: momento magico accompagnato dal rullo dei tamburi, reso più cupo dall’allentamento dei cordoni, siccome disposto personalmente da Vittorio Emanuele III, che volle fosse adottato il cerimoniale dei funerali della Casa, nella quale fu idealmente accolto l’Ignoto Milite.

Se mai ve ne fosse stato bisogno, la circolare del 30 settembre chiarì la centralità del re quale sommo sacerdote del rito. Nel trasporto dalla Sala allestita alla Stazione Termini alla Basilica la bara, su affusto di cannone e fiancheggiata da decorati di medaglia d’oro, fu preceduta dalla musica dei Reali Carabinieri, da bandiere, stendardi e labari, e dalla musica della Marina. Subito dietro la bara avanzò a piedi il re, seguito dalla Real Casa (la Regina Madre, Margherita di Savoia, la Regina Elena, il diciassettenne principe ereditario, Umberto, tutti i principi del sangue e le loro consorti), dalle alte cariche e dignità dello Stato e dalle rappresentanze previamente schierate all’interno della Stazione. L’Italia non era una ridda di fazioni ma Nazione. Dall’estero osservavano e capivano.

Il Re Soldato e la massima manifestazione patriottica d’Italia

Alle 9.30 del 4 novembre ad attendere la Salma all’altare della Patria e sui ripiani del monumento (regista il generale Francesco Saverio Grazioli, vincitore di Vittorio Veneto) fu il re, circondato dalla Real Casa, da ministri, sottosegretari, Collari e Collaresse della SS. Annunziata, ministri di Stato, corpo diplomatico e via proseguendo sino a rappresentanti del comitato per le onoranze al Soldato Ignoto. Ne fece parte anche Giulio Douhet, che due anni prima aveva contrapposto il Milite Ignoto ai “comandanti”, la fantomatica “nazione armata” allo Stato. All’opposto, la celebrazione esaltò l’armonica identità del re con la patria, come sottolinearono tutte le cronache della giornata: i due Poli dalla cui congiunzione scaturiva l’energia della nazione italiana.

Stonarono alcune dichiarazioni polemiche (in specie di Giacomo Matteotti) sommerse nel coro del milione di persone accorse a con-celebrare il rito memoriale, seguito, nel pomeriggio, dall’acclamazione al Quirinale, al cui balcone il sovrano si affacciò ripetutamente.

Ma il re “conosceva” il “soldato”? Lo aveva veduto nel vivo della guerra? A parte racconti che potrebbero sembrare agiografici, lo confermano testimonianze, sinora inedite, raccolte dal colonnello Angelo Gatti per una storia, mai scritta, dell’Italia nella grande guerra. Fra le molte, spiccano i ricordi dell’aiutante di campo, generale Ugo Brusati, e del generale Antonino Di Giorgio, futuro ministro della Guerra.

In un ampio ritratto Brusati dipinse il sovrano quale “uomo di grande intelligenza e di grande cultura”, ma “molto modesto”, “rigorosamente costituzionale, uomo che vuole essere re di tutti gli italiani, non di un solo partito”. Riservato per temperamento e convinzione, “andava per le trincee di prima linea senza mai farsi conoscere. Mai parlava alle truppe, mai faceva grandi gesti. Intelligenza militare aveva anche, specialmente per quel che riguarda il terreno. Ascoltava e sapeva tutto ciò che avveniva in guerra. Di coraggio personale sopra ogni dubbio, arrivava lui dove non arrivavano ufficiali del Comando Supremo. Molte volte giungeva alla distanza di poche decine di metri dai nemici, in trincea. Ci sono fotografie del re che lo sorprendono mentre monta su un albero, per assistere all’uscita di truppe nostre per un attacco”.

Secondo Di Giorgio il re era “di molta intelligenza, di molta cultura, di molta memoria, uomo probo. Di politica non parlava mai “se non con pochissimi”. “Dopo aver fatto il soldato come nessuno lo aveva fatto, dopo avere, unico fra i generali, mangiato sempre su una tavola con un pezzo di tela cerata o sui prati, dopo aver percorso ogni giorno centinaia di chilometri in automobile, ed essersi esposto ogni giorno con grande coraggio alla morte, nessuno  gliene rese merito”. Un giorno Di Giorgiò lo implorò di farsi salutare dai suoi soldati. Dopo una prima esitazione Vittorio Emanuele rispose seccamente: “Ebbene, facciamo vedere loro il re” e “cominciò a tamburinare nervosamente con la mano sullo sportello dell’automobile. I minuti passavano come ore”. I soldati della brigata Bisagno accorsero gridando “Evviva il Re. Chi gli pigliava le mani, chi voleva avvicinarsi. Il re fu commosso; ebbe gli occhi lucidi; si voltò gli strinse la mano e gli disse Grazie Di Giorgio. Dopo e durante la guerra l’azione del re fu così, tutta in grigio, tanto che se alla fine la monarchia non subì nessun colpo, fu proprio perché il principio è realmente vitale”.

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L’Altare della Patria ospita al suo interno la Tomba del Milite Ignoto, uno degli elementi fondativi dell’identità nazionale italiana. La tomba fu realizzata in obbedienza a una legge del 1921, che intendeva commemorare con un singolo caduto, non identificato, tutti i soldati morti nella Prima Guerra Mondiale.

 

L’individuazione della Salma dell’Ignoto Milite, la sua traslazione e la tumulazione all’Altare della Patria il 4 novembre 1921 posero al centro della vita pubblica il Re e i vertici delle forze armate a soli due anni dalla canea antimonarchica e antimilitarista del 1919. Il profondo mutamento del “clima” fu anche opera di Giolitti. Come Luigi Cadorna e Armando Diaz (impegnato negli Stati Uniti), lo statista fu uno dei “grandi assenti” alla solenne cerimonia iniziata ad Aquileia il 28 ottobre e conclusa a Roma. La svolta nacque dal bisogno profondo di pace sociale, di ricostruzione economica e di orgoglio per la sofferta prova nella grande guerra. Però nel volgere di pochi mesi essa svaporò. Le dimissioni di Bonomi aprirono la crisi di governo più lunga dal 1861, terminata con l’avvento del primo dei due governi presieduti da Luigi Facta, inetto e spazzato via con la formazione del governo di convergenza costituzionale presieduto da Benito Mussolini, insediato il 31 ottobre 1922 senza bisogno di stato d’assedio né di “marcia su Roma”, salutato da una “sfilata” da Piazza del Popolo all’Altare della Patria, dal Quirinale alla Stazione Termini, ove tutto si concluse.

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La prima terrazza accoglie l’Altare della Patria, una grande ara votiva dedicata alla nazione italiana. Progettato dallo stesso architetto del Vittoriano, Giuseppe Sacconi, l’Altare fu eseguito dallo scultore lombardo Angelo Zanelli.

Sulla traccia della liturgia del 2-4 novembre 1921 sorse poi in ogni comune d’Italia la miriade di monumenti e lapidi con i nomi dei caduti. Per impulso e con la regia di Dario Lupi, massone e sottosegretario al ministero della Pubblica istruzione nel governo Mussolini, sorsero poi i “parchi delle rimembranze”. L’“Italia di Vittorio Veneto” non era monopolio di una fazione ideologica o partitica ma patrimonio del “popolo”, suggello dell’unione del Soldato Ignoto con il capo dello Stato, Vittorio Emanuele III.

Aldo A. Mola

MASSIMO RAFFO – IN MEMORIAM

MASSIMO RAFFO – IN MEMORIAM

Massimo Raffo (1944 – 2021)    
Massimo entrò a trent’anni in Massoneria, nel 1974. Suoi “padrini” erano stati due eminenti Fratelli della Rispettabile Loggia “Acaja” n. 691 all’Oriente di Pinerolo: Luigi Frajria imprenditore e John Manganaro, Direttore del personale della Beloit Italia. Quest’ultimo, apprezzando le doti professionali e la dirittura morale di Massimo lo assunse per mansioni tecniche nella importante industria Beloit-Italia che a Pinerolo costruiva macchine per la fabbricazione della carta, filiale europea della Beloit Paper Machine, USA, basata nella cittadina omonima di 36.000 abitanti, al confine tra Wisconsin e Illinois, 150 Km da Chicago.
Raffo svolse con impegno molti ruoli in Loggia e nel 1999 fu eletto Maestro Venerabile. Membro del Rito Scozzese Antico ed Accettato, presiedette la Camera del 30° Grado “Carlo Borsarelli e Franco Vola” a Pinerolo – negli anni 1999/2002. Nel 2001 fu elevato al 33° Grado. Nel 2012-13 ricoprì la carica di Segretario dell’Ispettorato Regionale del Piemonte e Valle d’Aosta. Nel 2013 – 2014 fu nominato Primo Sorvegliante del Sovrano Tribunale Nazionale del 31° Grado, a Roma.
Raffo fu membro della Direzione del CDI – Centro di Documentazione Ipotenusa dal 1996 al 2020, organismo fondato nel 1959 da due eminenti personaggi: Riccardo Sacco, Consigliere dell’Ordine e da Augusto Comba, autorevole storico della Massoneria, docente universitario, 1° Gran Sorvegliante del Grande Oriente d’Italia, a lungo negli anni ‘980 Direttore della “Rivista Massonica”, organo ufficiale del GOI. Quando Augusto Comba fu nominato Presidente Onorario del CDI, nel 2002 Massimo divenne Presidente e Direttore Editoriale della Rivista “L’ipotenusa”, cariche che conservò praticamente fino al 2020.
Nel primo decennio del nuovo millennio, Massimo Raffo aveva anche assunto il ruolo di Segretario del CeSMAP, Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica – Museo Civico di Archeologia e Antropologia della Città di Pinerolo, svolgendovi quotidianamente un eccellente lavoro, in linea con le sue caratteristiche professionali e morali; inoltre partecipò col Direttore del Museo Dario Seglie a vari incontri per la realizzazione di Progetti europei, diretti dall’UE di Bruxelles.
Causa severi problemi di salute afferenti anche la sfera intellettiva, le sue condizioni globali declinarono velocemente fino al recente decesso avvenuto il 28 Luglio 2021.
Sempre i Fratelli gli sono rimasti vicini e solidali; la moglie Sig.ra Franca Bertazzi ed i due figli Stefano ed Edoardo gli hanno portato ogni conforto ed assistenza.
Massimo Raffo lascia un ricordo indelebile in tutti coloro che hanno avuto la ventura di incontrarlo e di conoscerlo.
In particolare noi della Redazione della rivista “L’ipotenusa” ed i Soci e Membri del Consiglio Direttivo del CDI, continueremo a sentirlo vicino ad esortarci a mirare in alto e raggiungere nuove importanti mete.
Dario Seglie, Presidente del CDI
Marco Pisanchi, Consigliere del CDI
Paolo Gardiol, Direttore editoriale de “L’ipotenusa”

SANIFICARE L’INFORMAZIONE: QUANTE CHIACCHIERE SULL’“ARTE REALE” DI ALDO A. MOLA

 Sanificare l’informazione: quante chiacchiere sull’“arte reale”

In Italia la massoneria ha vissuto secoli di travaglio. Scomunicata con accuse oscure e labili motivazioni (neognostica, neopelagiana, manichea), perseguitata, sciolta e demonizzata con argomenti insulsi (sarebbe “intrinsecamente segreta”, secondo la Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi). di Aldo A. Mola

Documento pubblicato da Leo Taxil ( 1854 –1907)
Anche il Diavolo Bitru firma un decreto del Gran Maestro. Leggende e panzane hanno accompagnato in Italia tre secoli dell’Ordine dei Liberi Muratori. Ma non tutti sono creduloni. Con l’autorevolezza universalmente riconosciutagli, cinque anni orsono il Cardinale Gianfranco Ravasi tese la mano ai “Cari Fratelli massoni”, sulla scia dei gesuiti Giovanni Caprile, José Antonio Ferrer Benimeli e Valerio Alberton.

La cometa dalla coda tossica…

Che cosa verrà ricordato tra venti, cinquanta, cento anni del covid-19 e delle sue varianti? Le vittime della “febbre spagnola” di un secolo fa vennero messe nel conto della prima guerra mondiale: quattordici milioni di morti per cause belliche e da venti a cinquanta per il morbo. Sciagure bibliche ricorrenti, documentate da Frank M. Snowden in Storia delle epidemie dalla Morte Nera al Covid-19 (ed. Leg, concorrente all’Acqui Storia 2021). Poiché, disse Qualcuno, “gli uomini non sanno quello che fanno”, per rispondere ai “misteri” essi accampano le spiegazioni più bizzarre. In un pranzo a Versailles con Vittorio Emanuele Orlando e Luigi Cadorna tra fine gennaio e inizio febbraio del 1919 il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, fra i principali responsabili dell’intervento dell’Italia in guerra e delle sue amare conseguenze, la testa un po’ china e un lieve sorriso all’angolo della bocca sibilò che forse era tutta colpa dell’ultima cometa: “Ha avvelenato la terra. Qualche cosa che travolga le nostre volontà ci deve esser in questi anni nel mondo. Stiamo diventando tutti pazzi. La follia sola, sterminata, è padrona degli uomini. Allora, come pretendere di guidare il destino?” Presente al seguito di Cadorna, il colonnello Angelo Gatti, dal 28 giugno 1917 segretamente iniziato alla loggia “Propaganda massonica”, commentò angosciato: “Da tre anni tutte le volontà erano state travolte e tutte le passioni esagitate da qualche cosa che era più forte di noi, e poteva sembrare follia. Gli uomini che avevano le redini delle genti non sapevano essi stessi a che cosa attribuire il caos: e si rimettevano a una forza superiore, contro la quale non era possibile la ribellione. Ognuno dei commensali tacque e nel fondo della coscienza sentì la disperata inutilità dell’affaticarsi umano”. Era ora di sfogliare l’Ecclesiaste…: “Vanità delle vanità; tutto è vanità”. Ma che cosa avrebbero detto ai loro popoli quei governanti civili e militari per giustificare l’“inutile strage”? Sarebbe bastato esortarli a scrutare le stelle, salvo gridare “Crepi l’astrologo”?

Léo Taxil, vero nome Marie Joseph Gabriel Antoine Jogand-Pagès (Marsiglia, 21 marzo 1854 – Sceaux, 31 marzo 1907),  è stato uno scrittore e giornalista francese, noto per le sue polemiche prima contro la Chiesa cattolica, poi contro la Massoneria.

Cent’anni dopo, la Grande Guerra rimane senza alcuna spiegazione convincente. Perciò all’indomani dilagò la convinzione che fosse stata ordita da un complotto giudaico-massonico. Lo scrisse anche un caporale austro-tedesco, Adolf Hitler, in Mein Kampf. Un innominabile spretato si affrettò a pubblicare in Italia I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, inventati di sana pianta dai servizi segreti dello zar Nicola II (massone, curiosamente) per additare ai russi “il nemico” proprio mentre l’Impero stava celermente passando dalla servitù della gleba all’industria d’avanguardia e un abilissimo torinese, Riccardo Gualino, faceva affari d’oro sulla riva della Neva.

La panzana fu creduta e ripetuta in centinaia di libri e libelli e divenne un canone. In La guerra occulta Emmanuel Malynski indicò nel conflitto anglo-franco-turco-sardo contro la Russia in Crimea (1853-1856) la premessa generale della Grande Guerra. La rivoluzione era il frutto malefico di sovversivi che da secoli minavano le istituzioni per consumare la loro vendetta. Erano i cultori della Cosmologia neognostica contrapposta a quella del Bene. Quelle fandonie non rimasero su carta come tante altre fiabe schizofreniche. Alimentarono movimenti politici e partiti; divennero la base di regimi, con un piede nella modernità e uno nell’irrazionalità.

Vi narro quel che voglio e accontentatevi…

Lo scienziato che indaga i malanni non è necessariamente un malvagio. Il vulcanologo non provoca le eruzioni. Il virologo non è un untore. Vale anche per le “scienze umane”. Ne è esempio il politologo Giorgio Galli (1928-2020), che insegnò a esplorare le componenti magiche del nazismo, intruglio di neopaganesimo, avanguardia organicistica e misticismo. Il confine tra razionalismo esasperato e misticismo romantico è esile. Secondo Giordano Gamberini, vescovo della chiesa gnostica e gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1961 al 1970, l’esoterismo è la febbre terzana dell’iniziatismo: contratta da piccoli ritorna per sempre.

Gioedano Gamberini (1915 – 2003). Fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 17 luglio 1961 al 21 marzo 1970 e dal 1966 diresse la Rivista Massonica, organo del Grande Oriente d’Italia.

Perciò sono interessanti gli epistolari, le memorie, le autobiografie di chi “è passato tra le Colonne di Jachin e Boaz”. Soprattutto quando i loro autori non hanno scritto lettere per i destinatari del momento ma consapevolmente per i posteri; i loro ricordi sono volutamente sbiaditi e i memorialisti al termine delle non richieste autobiografie ammiccano: “È stata una narrazione completa? Non del tutto. Vi sono ancora segreti nella mia memoria che aprirò quando riterrò che vi siano le condizioni opportune per farlo”. È il caso di Giuliano Di Bernardo, che si racconta in La mia vita in Massoneria.

Nato a Penne nel 1939, diplomato ragioniere, impiegato di banca, sin dall’adolescenza “molto difficile sia socialmente sia economicamente” egli crebbe nella certezza granitica di poter realizzare progetti ambiziosi grazie al proprio “intelletto”, sorretto “da una volontà ferrea”. “Affascinato” dalla Massoneria, nel 1961 fu iniziato nella loggia “Risorgimento-VIII agosto”, da tempo eretta nella dotta Bologna, ove si era trasferito con faticoso viaggio in camion zeppo di mobili il laicissimo 20 settembre 1958. Laureato nel 1967 all’Istituto superiore di scienze sociali di Trento e libero docente di metodologia delle scienze sociali dal 1974, transitato nella “Zamboni-De Rolandis” ebbe venerabile Fabio Roversi Monaco, nel 1988 stratega delle celebrazioni del IX Centenario dell’Alma Mater: duecento convegni internazionali e molto altro. Lo stesso anno il pubblico ministero Libero Mancuso indiziò la “loggia dei professori” per sospetta violazione della legge Spadolini-Anselmi che dal 1982 aveva vietato le associazioni che, anche all’interno di organizzazioni palesi, occultano la loro esistenza e svolgono attività diretta a interferire sull’esercizio di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche. La “Zamboni-De Rolandis”, invero, non era segreta, ma “coperta” cioè riservata, perché, argomenta Di Bernardo, vi si trattavano temi di livello così elevato che non aveva senso “far partecipare gli altri fratelli”, quasi fossero ometti di serie B.

Senza entrare nel merito delle aggrovigliate inchieste giudiziarie dell’epoca, tutte scaturite nel clima massonofobo alimentato dal sequestro e dalla pubblicazione delle “Carte Gelli” (in specie del farraginoso elenco degli affiliati alla “Propaganda massonica” n. 2 o P2) e delle ancor più intricate vicende interne del Grande Oriente d’Italia, spiattellate da Di Bernardo con dovizia di dettagli non sempre generosi, dal suo memoriale il lettore ricava che il Rito scozzese antico e accettato e il Grande Oriente d’Italia (GOI), passato da Gamberini a Lino Savini e ad Ennio Battelli, erano covi di serpenti in lotta per il potere. Cita quale esempio Armando Corona (gran maestro dal 1983 al 1990), “uomo permaloso e pieno di sé”, che “nutriva nei suoi confronti un superiore disprezzo”, ma anche (egli insinua) fondatore di una loggia coperta (come da lui denunciato ad Agostino Cordova) e persino sospettato di “essersi avvalso della sua autorità di gran maestro per fare traffico di armi” (pag. 73-75). Cercò conferme compulsando il segretario personale Luigi Savina (l’unico a lui fedele e poi morto di Aids) e Giampiero Batoni, addetto stampa, “che di Corona conosceva vita, morte e miracoli”.

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Armando Corona (1921 – 2009). Gran Maestro del GOI – 1982 – 1990.

Deposti i metalli, avanti con i piatti…

Per la Massoneria ogni secolo ha la sua pena. Dai tempi di Agostino Barruel (fine Settecento), di Léo Taxil (fine Ottocento) e della Commissione Anselmi sulla P2 (al tramonto del Novecento) non si leggevano libri altrettanto ghiotti per i massonofobi come la Vita in massoneria del rag. prof. Di Bernardo. Costui, circondato da “dignitari” accidiosi e irritanti e (a sua detta) collusi con organizzazioni malavitose (anche Ettore Loizzo, raro esempio di massone comunista?) si trovò eletto gran maestro di un mondo a lui ignoto, lontano dalla concezione che aveva fatto “baluginare” nella sua mente adolescenziale l’antico tegolatore Arnaldo Nannetti. Sconcertato e deluso non trovò di meglio che sbattere la porta del Grande Oriente e, in combutta con la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, fondare una nuova associazione, la Gran Loggia Regolare d’Italia, “consacrata” il 17 aprile 1993 all’Hotel Parco dei Principi a Roma, presente Yves Trestournel, gran segretario della Gran Loggia Nazionale Francese, anglo-dipendente. Poscia allestì un Ordine Dignity, assai elaborato ma mai decollato.

Molto più che l’esoterismo e la filosofia della massoneria (questa non esiste, come non esistono la scienza, l’arte, la letteratura “della massoneria”: esistono massoni scienziati, letterati, artisti…), altro e più luccicante è rimasto nella memoria del “fu stato gran maestro” ed è ora consegnato al lettore. Soprattutto spopola il ricordo estatico dei luoghi visitati, evocati con passione da guida turistica, con dettagli su castelli, alberghi e commensali (è il caso di Pamela, “donna affascinante”, moglie del britannico “marchese Lord Northampton”).

La “filosofia della massoneria” del rag. prof. traluce dai suoi ricordi. Oltrepassata la porta girevole del “Metropol” di Mosca, ebbe “la sensazione di entrare in un mondo onirico”. Cenò “in uno splendido salone con pareti affrescate e lampadari giganteschi che emanavano una luce di rara bellezza”. Consumò “caviale beluga e champagne d’annata, seguiti da piatti i cui sapori esaltavano il gusto e il piacere”, alternando i bocconi con vodka Absolut Crystal Pinstripe Black e concluse con un caffè alla turca. Nulla di paragonabile all’ospitalità riservatagli all’Hotel Jolly Alon a Chisinau in Moldova, ove pervenne nottetempo. “Dopo un’abbondante colazione” visitò la Cantina Cricova: 200 km di gallerie che raggiungono una profondità di 90 metri dove riposano dieci milioni di bottiglie”. Lì (egli annotò) Yuri Gagarin aveva vissuto il riposo del guerriero “con tre belle fanciulle”. Poi fu la volta di Odessa, così rapinosa che il rag. prof. vi prese temporaneamente casa. La città contava siti per lui magici. “Fragole e melograni si trovavano abbondanti ovunque”. “Introdotto nei luoghi dove risiedono le persone che contano: professori, magistrati, politici, imprenditori, professionisti” (non i soliti paria o gli scalcagnati patrioti finiti sulla forca per l’indipendenza e la libertà che avevano affollato e popolavano le logge in Italia), accettò con piacere i loro inviti. Visitata con cappottino di cachemire una portaerei russa in disuso e rientrato in albergo dopo una nevicata fu “accolto da un caminetto scoppiettante e da piatti che mostravano la bravura dello chef. La sauna russa concluse un giorno indimenticabile”. Per lui.

Ospite del già citato lord (Pamela aggiunta) memorizzò che la camera assegnatagli non era grande ma “coinvolgeva emotivamente per via del letto con baldacchino, formato da possenti colonne di antica quercia” adorna di una statua del Buddha “circondata da lumini che emanavano fumo e odori sacri”.

Dopo la colazione all’inglese e un pranzo frugale la cena gli richiamò “visioni mistiche e di freddo intelletto”. Fu conclusa con una bottiglia di vino rosso francese conservata nelle cantine da 70-80 anni. “Quando si beveva, il palato era attraversato da un fremito di piacere. È proprio in quel momento che la mente si apriva completamente. Non più prudenza o ritegno ma solo verità. Eravamo uniti nella verità e ciò ci esaltava. Il riposo notturno che seguiva era un pullulare di visioni oniriche”. Stanco ma soddisfatto, al risveglio venne confortato con “uova strapazzate e pancetta fritta”.

Finalmente c’è giustizia a questo mondo…

Ripassata la sua “filosofia”, il rag. prof. conclude che d’ora in poi “il Potere dovrà discendere dall’alto verso il basso”. Pentecostale. Nel mondo venturo conteranno la globalizzazione nata dall’universalità (forse se ne erano accorti Magellano, Pigafetta e Francis Drake mezzo millennio fa), la saggezza, l’autorità, il potere e l’“Uno Illuminato”. “Si dovrà scegliere tra il governo della maggioranza (democrazia) e il governo dell’Uno”. In quel cosmo la Libera Muratoria ha o può avere ancora un ruolo? Rieletto a suo tempo da una Gran Loggia intimidita e pavida, che egli clamorosamente abbandonò al suo destino per allestire una comunità tutta sua (che però quindici anni dopo si liberò del fondatore), il fu gran maestro al riguardo è lapidario: “La storia della Massoneria italiana è la storia di unificazioni e scissioni, tutte concluse nel peggiore dei modi”. È quanto accadde anche nella “sua” Gran loggia regolare. Rammaricato di non aver dato retta a Licio Gelli e di non essere divenuto sulla sua scia “ricco e potente”, Di Bernardo si considera ancora e sempre massone (semel abbassemper abbas...) e termina: “l’antropologia che guiderà l’umanità sarà fondata su una filosofia pratica (???). La Massoneria, come è pensata e attuata oggi, non vi sarà. Dalle sue ceneri, nascerà l’araba fenice di una nuova società esoterica. Ma questa è un’altra storia”. O “un altro giorno”, come in “Via col vento.”. Dove “l’Uno” sovrasta i pigmei sgambettanti tra le colonne dei Templi.

Nel frattempo, poiché vi è giustizia in questo mondo, il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma, Nicolò Marino, condividendo pienamente la conforme richiesta del pubblico ministero, Francesco Dall’Olio, ha disposto l’archiviazione del procedimento iscritto a carico del Gran Maestro del GOI, Stefano Bisi, accusato dal rag. prof. Di Bernardo del reato di diffamazione pluriaggravata, cioè per aver ripetuto quanto scritto in quotidiani e in opere di storia documentate e mai confutate.

In Italia la massoneria ha vissuto secoli di travaglio. Scomunicata con accuse oscure e labili motivazioni (neognostica, neopelagiana, manichea), perseguitata, sciolta e demonizzata con argomenti insulsi (sarebbe “intrinsecamente segreta”, secondo la Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi). Non fu mai riconosciuta ed è malamente conosciuta perché non v’è cieco peggiore di chi non vuol vedere, né somaro peggiore di chi non vuol studiare. Come nella Germania di Hitler, nella Spagna di Franco, a tacere della Persia di Khomeini e, in genere, in tutti i Paesi totalitari (nell’Unione sovietica e nei suoi “satelliti” fu bandita e fisicamente annientata) e fondamentalisti (che ancor oggi credono ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion), anche in Italia la Massoneria ne ha viste di tutti i colori. Nel corso di tre secoli è stata “tollerata” per soli nove anni, grazie a Napoleone I. Dopo i “Ricordi di un 33. ’ .” di Domenico Margiotta, un furfante manipolato dai servizi segreti francesi, e lo scartafaccio delirante scritto da Francesco Gaeta, trascorso da massone a massonofago, le mancava un libello memoriale di un gran maestro fugace. Poiché è bene quel che finisce bene, ora la Massoneria italiana ha motivo di sentirsi magari non Illuminata, magari neppure “Elevata”, ma certo più libera. Con buona pace del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin (dal quale il rag. prof. dice di essere stato accolto a colloquio per un’ora al quarto piano del Sacro Palazzo). Con queste “memorie”, il suo ennesimo regalo ai massonofagi, “ex ore suo” il filosofo pratico è svaporato per sempre, inseguito dalla Luna, come nel viaggio da Chisinau a Odessa. Né quel giorno né in tutta la narrazione  della sua “Vita in Massoneria” compare mai il Sole Invitto. Eppure ne avrebbe forse bisogno il “fondatore e Grana (sic: refuso o lapsus freudiano nella IV di copertina?) Maestro dell’Ordine degli Illuminati dal 2002”.

Malinconicamente chiuso il libello, il lettore non si stupisce che una quota significativa dell’“opinione pubblica” sospetti che il Mondo sia succubo di complotti, di cospiratori e di “untori” e non si scandalizza se folle di scalmanati si ammassino gridando “Viva la liberà” contro chi, come Mario Draghi,  raccomanda prudenza per vincere la pandemia. Il Futuro non ha bisogno né di Illuminati (sui quali si affollano libri d’ogni genere) né di Elevati dai mistici peli, ma di persone libere e di buoni costumi. Ha urgenza di sanificare, anzitutto l’informazione.

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Dalle Tenebre alla Luce

Diversamente gli uomini continueranno a preferire le Tenebre alla Luce, come duemila anni addietro avvertì Giovanni l’Evangelista, la cui pagina è aperta sull’ara del Tempio. Ma non sempre è letta, né capita. Neppure da qualche ex gran maestro.

Aldo A. Mola